Crans Montana e lo smartphone: filmare l’orrore come istinto vitale

La tragedia di Crans Montana, con morti e feriti, rivela un cambiamento culturale profondo: giovani che riprendono l’orrore con lo smartphone mentre lo vivono. Non giornalismo né denuncia, ma un gesto istintivo che mostra come il digitale sia ormai parte del corpo e dell’identità, fondendo reale e virtuale in un unico ambiente

Fumo, confusione, urla, corpi, paura anzi panico. L’odore acre della plastica che brucia, degli infissi che si sciolgono. Eroi e vigliacchi, o semplicemente donne e uomini, anzi ragazzi e ragazze terrorizzati ed in pericolo evidente e cogente di vita. Ma con uno smartphone in mano. Sono di una generazione diversa e devo usare quel “ma”. Forse sbaglio, anzi sbaglio. Perché a Crans Montana 47 morti, centinaia di feriti, è evidente che è successo anche qualcosa d’altro. Nella sciagura avvenuta oltre le montagne, in quella Svizzera che siamo soliti immaginare ordinata e silenziosa, è affiorato qualcosa di più del fumo e delle fiamme. È emerso, insieme ai video tremanti girati da ragazzi colti da un panico nudo e senza difese, un riflesso ormai istintivo, quasi animale: fissare ciò che accade, trattenerlo in un’immagine, anche mentre tutto crolla.

Mani che tremano, occhi spalancati, telefoni alzati come salvagenti nella tempesta, a registrare l’orrore mentre lo si attraversa. Le decine di riprese apparse quasi da subito sui social media della folla che avanzava tra il fuoco raccontano che oggi la comunicazione nasce prima di tutto da questo impulso primordiale, che non chiede permesso né riflette, ma documenta per esistere. Abbiamo vissuto la prima guerra del Golfo quasi in diretta, grazie al coraggio dei giornalisti di allora, ma questo è diverso. Non è giornalismo, non è voyeurismo.

È un nuovo linguaggio, grezzo e profondamente umano, l’informazione smette di essere soltanto un mestiere e diventa un modo di stare al mondo, una postura dell’anima davanti agli eventi, un modo di vivere — e talvolta, come in quei fotogrammi incandescenti, persino di morire.

Lo scopo non è lasciare traccia perché qualcuno capisca, non è dire o dare un ultimo saluto, come nei messaggi delle Torri gemelle. Non è denuncia come al Bataclan. È flusso vitale, forse scudo affinché il virtuale possa esorcizzare il reale, in parte incoscienza adolescenziale o post adolescenziale. Ma è innegabilmente un fatto, che segna un dopo. Lo smartphone, per un giovane e forse già per gli adulti, non è più un oggetto: è un arto aggiunto, una protesi discreta che all’inizio sembrava un gioco e che ora pulsa come un organo vitale. Sta nella mano come se fosse sempre stato lì, come se la carne avesse imparato ad adattarsi a quel rettangolo luminoso, freddo eppure intimo, capace di tremare al minimo richiamo come un nervo scoperto. Attraverso di esso il giovane vede, ama, odia, aspetta; attraverso di esso misura il tempo, che non scorre più solo in ore o stagioni ma anche in notifiche, in percentuali di batteria, in silenzi improvvisi che fanno più paura di una cattiva notizia. Non è alienante, è convergente, perché il virtuale è reale. È una finestra che non dà solo sull’esterno, ma sempre di più sull’interno del mondo. 

Così questa protesi irrinunciabile si rivela per ciò che è: un mezzo potentissimo che ha smesso di essere mezzo ed è diventato ambiente, destino, talvolta complice.

Non si può semplicemente toglierla, come non si può rinunciare a un arto senza dolore. Si può solo imparare e mostrare a riconoscerne il peso, suscitare la domanda se quella luce che accompagna ogni passo illumini davvero la strada o se, come nelle storie più inquietanti, non stia invece attirando il viandante verso un confine che non aveva previsto di attraversare. Noi adulti, su quel confine, dobbiamo esserci con amore e verità.


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Leone, un Papa al lavoro

Il pontefice, ricevendo 200 consulenti del lavoro, ha rivolto loro un discorso su quando preziosa possa essere la professione, a patto che non si schiacci sulla parte datoriale. Un piccolo ma illuminante spaccato del Prevost-pensiero in materia

Un Papa al lavoro. Leone XIV è un papa americano, con una sensibilità sociale maturata sul campo in Perù ed una solida spiritualità come figlio di S. Agostino. Quasi per conseguenza un Papa al lavoro, cioè un Papa che ha ben chiaro il profondo significato spirituale e sociale del lavoro.

Ho avuto la possibilità di accompagnare nei giorni scorsi 200 consulenti del lavoro – in rappresentanza di tutto l’Ordine – in udienza in Vaticano, il 18 dicembre scorso.

Papa Prevost, rivolgendolo loro un discorso, ha sottolineato tre aspetti: la tutela della dignità della persona, la mediazione e la promozione della sicurezza. Se i temi della sicurezza e della dignità sono in qualche modo acquisiti, tanto dalla dottrina della Chiesa quanto dai principi che animano il dibattito pubblico sul lavoro, la questione della mediazione è, invece, più peculiare e per i consulenti del lavoro, così come ho constatato di persona, centrale. Viviamo un tempo in cui le mediazioni, di ogni sorta, sembrano essere saltate: le professioni sostituite o sostituibili dalle macchine, la cultura sempre di più à la carte e sempre di meno l’esito di una relazione autentica.

Leone XIV: «Non siate schiacciati sui datori di lavoro»

Papa Leone invece riporta al centro tutt’altro. Dice infatti: «Nelle dinamiche aziendali, il vostro compito vi pone, in un certo senso, come cerniera di raccordo tra le figure dirigenziali e i dipendenti, rendendovi facilitatori di relazioni indispensabili sia per il buon funzionamento delle imprese che per il benessere di chi vi opera. Come consulenti del lavoro […] due possono essere le tentazioni: da una parte, un’eccessiva burocratizzazione dei rapporti, dall’altra, la lontananza e il distacco dalla realtà. Entrambe sono dannose, perché alla lunga rendono invivibile l’ambiente dell’azienda impedendole di essere, secondo la sua vocazione più vera, una sinergia solidale». Concludere poi dicendo che: «Vi invito, perciò, a non vivere la vostra professione schiacciati sul versante datoriale, quasi che il resto sia meno importante. [ …] nel vostro farvi tramite nei rapporti tra le parti sociali, vi esorto a tenere sempre ben aperti gli occhi sulle persone che avete davanti, specialmente su chi è in difficoltà e ha meno possibilità di esprimere i propri bisogni e di far valere i propri interessi».

I rischi delle professioni

Con l’enfasi su efficienza ed efficacia e sulle metriche economiche, le professioni, tutte le professioni, rischiano di mutare in strumenti e non più esercizio di saggezza umana illuminata dalla competenza tecnica. Quello che vale per i consulenti del lavoro vale per ogni professione intellettuale. Se molti ordini professionali si affanno oggi nel cercare nuove vocazioni, incalzati dalla paura che la macchina li possa sostituire, quella della mediazione, molto più di altri artifici tecnici o invocate norme corporative, è la chiave di volta.

Il professionista è colui che parla alle persone, di aspetti tecnici ma che non sono mai avulsi dalla componente umana, sia essa intellettuale o affettiva. Il termine professione deriva da professus cioè, propriamente, dichiarato apertamente. Si professa la fede infatti. Leone ci invita a professare, con la stessa densità, anche la tecnica, giuridica, economica, amministrativa che sia. Un dire che è dirsi, un darsi che è raccogliere. Un esserci che è mediare, non statistica algoritmica, ma presenza empatica. Buon lavoro.

Papa Leone XIV in Piazza San Pietro in Vaticano per dell’ultima Udienza Giubilare, 20 dicembre 2025

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Luca Peyron presenta il suo nuovo libro: Sconfinato. Intervista esclusiva

La bellezza guarisce, la bellezza lenisce, la bellezza rende ragione del vivere

La vicenda dei Magi .. i sapienti venuti dall’oriente, scrivono nella pietra che le stelle che si vedono ci permettono di trovare Dio che è molto più complicato da vedere 

Questa, a poche righe dall’inizio del libro, la luce che guiderà don Luca Peyron per farci scoprire una notte che non è per niente buia.

Passo passo, cammineremo con lui alla scoperta del cielo, di Dio e di noi stessi. 

Don Luca Peyron cita Vincent van Gogh:” Quando sento il bisogno di religione, esco di notte a dipingere le stelle “.

Così dobbiamo fare noi: le stelle come medicina della nostra vita.Don Peyron, raccontandoci di luoghi dove “il Cielo ha una gran voglia di sconfinare sulla Terra “, ci fa meravigliare e riflettere. Fra stelle e passi della Bibbia, don Peyron ci guida, ci indica la strada come la famosa stella cometa guido’ i Re Magi.

Ci scanniamo sulla terra perché semplicemente non sappiamo o abbiamo del tutto dimenticato che esiste un cielo. Tutti dovremmo risplendere, ma imparando  dalle stelle che non si offuscano le une con le altre”

Il cielo allora offre a don Peyron e a tutti noi uno spazio per riflettere. Ne uscirà la definizione di peccato. La nostra povertà è essere nati senza cielo, illusi dalle sue rappresentazioni, luccicanti ma non splendenti.

Il pensiero va a Luce dona alle menti, pace infondi nei cuor  visto anche il periodo natalizio.

Cosa impedisce alla terra di essere cielo? All’umano di essere Dio?: una provocazione forte che don Peyon ci lancia. Fra veder le stelle e riflettere su Dio, don Luca Peyron ci racconta anche le sue esperienze coi giovani, ai quali lui tiene molto, unendo ritiri spirituali e notti di astrofotografia. Il cielo stellato ci aiuta a riflettere, a farci domande. Il cielo c’insegna che tanto più un oggetto è lontano, tanto più sembra piccolo e ha contorni confusi… come la luna. Forse anche come Cristo.

Don Luca Peyron, studi classici, laurea in Giurisprudenza, mandatario italiano ed europeo presso l’ufficio per l’armonizzazione del  mercato interno dell’unione europea; cattedra di Diritto industriale presso l’Università di Torino. Nel 2001 consegue il baccalaureato in Teologia. Nominato Direttore della pastorale universitaria dell’Arcidiocesi di Torino. Assistente ecclesiastico della Federazione universitaria cattolica italiana. E’ faculty fellows del Centro Nexa su internet e società del Policlinico di Torino, fa parte el Consiglio scientifico dello Humane Technology Lab dell’Università Cattolica del Sacro cuore; è Responsabile della pastorale della cultura tecno scientifica dell’Arcidiocesi di Torino  e molto altro ancora.

Abbiamo avuto  l’onore d’intervistare Luca Peyron

Da dove nasce l’idea dello “sconfinato”?

Dal desiderio di condividere la bellezza del cielo e quanto possa fare bene alla terra ed al cuore. Lo sconfinato del libro è un participio non un aggettivo: Il cielo sconfina sulla terra, è sconfinato e speriamo continui a farlo. Per darci vita fisica e speranza spirituale.

Quando/come nasce la Sua passione per il Cielo? È contemporanea alla vocazione?

La passione per il Cielo è parte della mia vocazione quella per il cielo è una scoperta dei miei 50 anni di vita, un giro di boa attraverso cui navigo in un nuovo mare. Sconfinato è la seconda puntata, la prima si chiama Cieli Sereni ed è il racconto, appunto di questo giro di boa. Lascio dunque la curiosità al lettore.

Lei lavora molto coi giovani e a progetti educativi: come si rapportano i giovani con la fede e con  il Cielo ?

Ho fatto per più di un decennio il cappellano universitario ed uno dei temi ricorrenti è stata la

presunta incompatibilità tra scienza e fede. Don non posso studiare fisica 1 e venire a Messa. Il cielo è stato ed è per me uno strumento per far toccare con il cuore che mostrare e dimostrare sono passi di un cammino che porta alla medesima pienezza di vita.

Dio come stella polare: è ancora così per le nuove generazioni?

I giovani di oggi, come quelli di ieri, sentono il bisogno di significato e senso per la loro vita.

Tutti siamo, più o meno consapevolmente, alla ricerca del senso ultimo del nostro esistere. Le nuove generazioni, che hanno una sensibilità particolare per i temi dello spirito, si sono trovati in un mondo in cui le narrazioni di senso che li ha preceduti sono fallite. Denaro, potere,  carriera, bellezza: hanno fatto dei loro genitori persone non felici. Cercano dunque felicità altrove. Non necessariamente in Dio, non nel Dio di Gesù Cristo. Per me, come è stato per san Paolo ad Atene, la missione della Chiesa di oggi e la mia personale: dare un nome al Dio ignoto.

Lei scrive :” Quando la bellezza è autentica non smetteresti mai di fissarla”.  Cos’è oggi bellezza?

Armonia e pace. Qualcosa, o qualcuno, che dia equilibrio e sia un orizzonte, un obbiettivo. La bellezza guarisce, la bellezza lenisce, la bellezza rende ragione del vivere. Quella autentica, che non è estetica, ma intima convinzione che esiste un perché ma soprattutto un per chi ha senso vivere e spendersi anche sino alla morte.

Il Papa ha da poco detto che un libro che parla di se’ è “ La pratica della presenza di Dio”. Quali sono invece le letture che Lei ritiene fondamentali?

Potrà essere scontato ma la Bibbia. Il Cielo profondo mi ha restituito un modo nuovo, non alternativo ma complementare, di leggere la Scrittura. Padre nostro che sei nei cieli è la

preghiera di Gesù. E poi amo molto gli scritti di Matta el Meskin, un monaco copto che mio

cognato mi ha fatto scoprire. E poi Madeleine Delbrêl e Maurice Zundel. L’elenco sarebbe

lungo. Divoro libri oltre a divorare fotoni.

San paolo edizioni, 2025

Leggerlo perchè

E’ una lettura molto piacevole: sembra di esser con don Peyron a rimirare il cielo ma, proprio perchè siamo con lui, la sua grande umanità ci accompagna in riflessioni profonde.

Neo

Lascia una gran voglia di “uscire a riveder le stelle”


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A tre anni da ChatGPT. Don Peyron: “La sfida non è tecnica ma umana: serve senso critico, etica e comunità”

Tre anni dopo ChatGPT, don Luca Peyron riflette sull’impatto dell’intelligenza artificiale generativa. La rivoluzione digitale non è solo tecnologica ma antropologica: tocca linguaggio, memoria, giudizio e relazioni. Serve un’alleanza educativa tra istituzioni, comunità e Chiesa, per formare senso critico, responsabilità e consapevolezza nell’uso di strumenti sempre più pervasivi

A tre anni dalla diffusione di ChatGPT, l’intelligenza artificiale generativa è entrata con continuità nelle abitudini di milioni di persone, influenzando linguaggi, apprendimento e processi decisionali. Don Luca Peyron, responsabile della Pastorale della cultura tecno scientifica dell’arcidiocesi di Torino e tra i principali esperti ecclesiali del digitale, offre una lettura che coniuga sociologia, antropologia ed esperienza pastorale.

Sono passati tre anni dal lancio di ChatGPT: come descriverebbe la trasformazione che si è prodotta in questo tempo?
ChatGPT, insieme al Covid, ha rappresentato una svolta. La pandemia ha accelerato l’ingresso nel digitale; l’intelligenza artificiale generativa ha reso accessibile ciò che era percepito complesso. Il carattere plug and play ha abbattuto ogni soglia di ingresso e ha dato a molti la sensazione che tutto fosse immediato e intuitivo. Questa facilità è la ragione del successo, ma anche della fragilità:

quando uno strumento appare semplice, si tende a ignorarne i limiti e a delegare alla macchina competenze non possedute.

Quale rischio in particolare?
Per lungo tempo l’intelligenza artificiale è stata legata all’idea di competenza specialistica. Ora molti la usano pensando che la tecnologia sostituisca la conoscenza. Il rischio è credere di sapere ciò che non si sa. È come guidare un’auto senza avere la patente: la sensazione di controllo non coincide con le capacità reali e genera esposizioni nuove, soprattutto in fasce di popolazione che non hanno strumenti critici adeguati.

L’IA generativa tocca memoria, linguaggio, giudizio. Come legge questo elemento?
Siamo davanti a una rivoluzione cognitiva. La macchina non solo fornisce risposte, ma entra nei processi con cui strutturiamo il pensiero. È per questo che dico che l’idolo, oggi, non è più muto: parla e lo fa senza sosta.

adolescenza e giovinezza, già attraversate da fragilità evolutive, trovano nell’IA un interlocutore sempre disponibile e privo di resistenze.

Questo può creare dipendenza, non solo tecnica ma affettiva, perché la macchina non giudica e non introduce conflitti.

Lei collega questo anche alla crisi delle relazioni.
L’assenza di figure adulte di riferimento spinge molti a rivolgersi all’algoritmo, che però non assume responsabilità educative. Cresce così un’illusione di competenza e di accompagnamento che non corrisponde alla realtà. Lo vediamo nell’ambito sanitario, dove diagnosi improvvisate e interpretazioni scorrette erano già diffuse con i motori di ricerca e oggi trovano strumenti più raffinati e pericolosi.

A preoccupare è anche la velocità con cui la tecnologia entra nei settori nevralgici.
L’introduzione rapida di questi sistemi in giustizia, sanità e amministrazione richiede consapevolezza tecnica e culturale. Spesso questa consapevolezza manca. Inoltre,

l’accesso quasi gratuito a strumenti che generano perdite economiche importanti indica che la posta in gioco è geopolitica, non commerciale.

Intanto una quota crescente dei contenuti digitali è prodotta da macchine, con conseguenze sulla qualità dell’informazione e sulla capacità critica dei cittadini.

ChatGPT in breve

Lanciato il 30 novembre 2022, ChatGPT è il modello linguistico sviluppato da OpenAI che ha reso accessibile al grande pubblico l’intelligenza artificiale generativa. Basato su architetture di grandi reti neurali addestrate su testi disponibili online, produce risposte testuali, traduzioni, analisi, codici e contenuti creativi in tempo reale. La sua diffusione è stata tra le più rapide nella storia delle tecnologie digitali, entrando in ambito educativo, professionale e amministrativo. 

Da educatore: è il momento di una formazione più strutturata?
La formazione è necessaria, ma senza educazione non basta. Un bambino deve imparare non solo a usare un algoritmo, ma anche a saperlo lasciare per tornare alla manipolazione del reale. La manualità costruisce processi cognitivi che il digitale non sostituisce. Se l’efficienza diventa l’unico criterio, rischiamo di ridurre l’umano a funzione. L’educazione deve riportare equilibrio tra fare ed essere.

Questo processo è reversibile?
Sì, perché ogni generazione può ripensare il rapporto con la tecnica. L’idea dell’ineluttabilità va respinta: la tecnologia non è neutra, incorpora valori che vanno orientati.

come per i farmaci, anche gli algoritmi che incidono sui processi mentali richiedono criteri di responsabilità. Non possiamo affidare la tutela delle fragilità alle sole logiche economiche.

Lo stesso vale per la pubblica amministrazione?
Una macchina non risolve problemi strutturali. Senza riforme adeguate, l’IA rischia di diventare un alibi. C’è poi un tema di sovranità: i dati pubblici non possono essere gestiti con leggerezza. E c’è la questione energetica, spesso ignorata, che riguarda l’impatto dei sistemi generativi sulle risorse globali.

Leone XIV interviene con frequenza sul tema dell’IA. La Chiesa può accompagnare e orientare questo cambiamento?
La Chiesa conserva tre risorse decisive: la capacità di convocare, un’antropologia fondata e una presenza globale. In un tempo segnato da frammentazione culturale può offrire luoghi di ascolto, confronto e discernimento. Ogni comunità può aiutare a comprendere la tecnologia senza paura e senza ingenuità, custodendo una visione dell’umano che non si riduca alla sola performatività ma riconosca la dignità integrale della persona.


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Ai, Amazon licenzia 14 mila lavoratori. Don Peyron: scelta folle

La compagnia di Jeff Bezos ha annunciato un taglio del 4% della sua forza lavoro. Un'operazione di ridimensionamento legata anche all’evoluzione dell’intelligenza artificiale e che potrebbe interessare 30mila lavoratori entro la fine del 2026. «C'è un disegno ed è produrre plusvalenze senza che queste vengano redistribuite ad altri, che non siano gli azionisti», spiega don Luca Peyron, «ma immaginare che ci possa essere un bene individuale senza un bene comune è una follia»

Una nuova ondata di licenziamenti che ha coinvolto Ups, che ha già eliminato 48mila posti nel 2025, Target che ha tagliato 1.800 posizioni, ma anche Novo Nordisk (che prevede una sforbiciata di 9mila posti di lavoro), Intel (-75 mila entro l’anno).

L’ultima a finire in questa lista funesta è Amazon: il colosso della vendita al dettaglio online ha annunciato (QUI il documento) che taglierà 14mila posti di lavoro (per ora), che rappresentano quasi il 4% di una forza lavoro che conta 1,55 milioni di dipendenti (è il secondo datore di lavoro più grande negli Usa, superato soltanto da Walmart, che conta circa 1,6 milioni di dipendenti, solo negli Stati Uniti). Le lettere di licenziamento sono partite ieri.

«Introducendo più ai generativa e agenti, dovrebbe cambiare il modo in cui svolgiamo il nostro lavoro», ha spiegato il ceo Andy Jassy, che ha sostituito Jeff Bezos alla guida di Amazon nel 2021, «avremo bisogno di meno persone per alcuni dei ruoli attuali e di più persone per altri tipi di lavori».

E in futuro? Un’operazione di ridimensionamento legata anche all’evoluzione dell’intelligenza artificiale e che, secondo Reuters e Wall Street Journal, interesserà 30 mila lavoratori entro la fine del 2026. 

Interviste e una serie di documenti strategici interni visionati poi dal New York Times rivelano che i dirigenti di Amazon ritengono che l’azienda sia sul punto di affrontare un grande cambiamento sul fronte del lavoro: sostituire più di mezzo milione di posti di lavoro con robot, automatizzando il 75% delle sue operazioni.

Macchine e plusvalenze

I licenziamenti? Non sono conseguenza di una crisi legata al fatturato, né di equilibri ecoomici da raggiungere o mantenere. C’è a monte «l’applicazione di una ratio: il disegno di costruire un oggetto che produca plusvalenze senza che queste vengano redistribuite ad altri, che non siano gli azionisti», spiega subito don Luca Peyron, sacerdote torinese, a capo dell’Apostolato digitale della sua arcidiocesi, docente della Cattolica, membro dell’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale applicato all’Industria. E le macchine? «A loro non devo distribuire plusvalenze».

Economia digitale a senso unico

L’economia della fabbrica, per come l’abbiamo conosciuta, è quella genera un ritorno alle famiglie, come remunerazione. «Nel momento in cui», argomenta Peyron, «non c’è un lavoro da remunerare, perché la macchina è solo un costo energetico, l’economia digitale diventa sempre di più un’economia a senso unico senza un ritorno sulla società e sul bene comune».

Una nuova visione industriale

E lo sviluppo tecnologico? E l’intelligenza artificiale? Che ruolo hanno? Per il docente della Cattolica «qui siamo alla massimizzazione dell’elemento economico – finanziario, a detrimento di qualunque risposta umana». In questo contesto, la trasformazione digitale genera «una nuova visione industriale in cui l’unico obiettivo è la plusvalenza».

Con un passo in avanti non privo di conseguenze. «Le plusvalenze hanno sempre generato valore e benessere, ma in questo caso è diverso». I passaggi, spiega sempre Peyron, sono questi: estraiamo dei dati dagli esseri umani, con quei dati «costruiamo un sistema socio tecnico», che finisce per «espungere in ogni l’umano, considerato costo e non più valore».

L’ai? Un finto problema

Non è lo sviluppo tecnologico, né l’intelligenza artificiale il problema, «non è la tecnica, non è l’etica delle macchine, non è come costruisco un algoritmo, ma come organizzo la società e il tipo di economia. Immaginare che ci possa essere un bene individuale senza un bene comune è una follia». Ma che fare? «Spingere per ricreare un’economia in cui la mia comodità non sia più la commodities del sistema».

Concretamente? «Tornare a comprare i libri in libreria», conclude, «riconsiderare le nostre abitudini di spesa quotidiane e renderci conto che ha senso uscire di casa».


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Intervista a don Luca Peyron sulle sfide dell’IA

 Il sacerdote sarà ospite mercoledì 1 ottobre alle 20.30 a Faenza (refettorio del Seminario diocesano, viale Stradone 30)


Parlare di intelligenza artificiale significa parlare di futuro, ma anche di presente. Don Luca Peyron, sacerdote torinese, teologo ed esperto di cultura digitale, è uno dei riferimenti in Italia su questo tema. Lo abbiamo intervistato per capire quali opportunità e quali sfide l’IA pone alla fede e alla società.

“Le sfide dell’IA” al Seminario diocesano

Don Luca Peyron è nato a Torino nel 1973 e coordina il Servizio per l’Apostolato Digitale ed è referente per la Pastorale della Cultura Tecno Scientifica dell’Arcidiocesi di Torino. È membro del comitato buone pratiche dell‘Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale applicata all’Industria AI4I. L’Unione Astronomica Internazionale ha dato il nome Luca Peyron all’asteroide141772 (2002 NM5) poiché è stato in grado di collegare l’astronomia alla coscienza collettiva, utilizzando il cielo profondo non solo a fini scientifici, ma anche per la crescita culturale ed educativa. Sarà ospite mercoledì 1 ottobre alle 20.30 a Faenza (refettorio del Seminario diocesano, viale Stradone 30) in occasione del ciclo di incontri “Le sfide dell’IA“.

Intervista a don Luca Peyron: “L’errore è educare solo i giovani a questi temi”


Don Luca, lei preferisce parlare di “macchine intelligenti”. Perché?

Uso volutamente questa espressione per ricordare che sono macchine, non persone. Se dimentichiamo questo, rischiamo di antropomorfizzarle. Una macchina può darci informazioni, ma non ci restituisce emozioni né relazione. Non ha corpo, non è stata redenta. Certo, è “intelligente”: imita alcune funzioni dell’intelligenza umana, tutto ciò che è misurabile può essere replicato. Ma resta un artefatto creato dall’uomo e questo dobbiamo sempre tenerlo a mente.

Cosa distingue questa rivoluzione tecnologica dalle precedenti?

Ogni rivoluzione tecnologica ha sostituito ciò che veniva prima, come quando si passò dal vapore all’elettricità. L’IA non è solo una sostituzione tecnica: è una rivoluzione culturale ed epistemologica. Cambia il nostro modo di pensare, di relazionarci, di concepire la verità. Papa Francesco parlava di “cambiamento d’epoca”, Benedetto XVI di attenzione educativa, Leone XIV ha scelto il suo nome proprio in relazione a questa sfida. È un passaggio che tocca antropologia e giustizia in profondità.

Quali sono, a suo avviso, le criticità principali?

Ne vedo due. Primo: l’IA non solo costruisce, ma “disfa”. Pensiamo a Google Maps: se lo usiamo sempre, rischiamo di perdere la capacità di orientarci da soli. Così, se deleghiamo alle macchine il nostro pensare, saremo ancora capaci di ragionare fuori dagli schemi che ci impongono gli algoritmi? Secondo: l’IA ci toglie fatiche, ma alcune fatiche sono necessarie per crescere come persone compiute. L’ascensore non elimina il bisogno di camminare; allo stesso modo, se ci abituiamo a non fare più certi sforzi, rischiamo un’umanità atrofizzata.

Molti pensano che la sfida riguardi soprattutto i giovani. È così?

No, questo è l’errore. I giovani non hanno responsabilità delle guerre o delle crisi che viviamo: le hanno gli adulti. Sono soprattutto gli adulti che devono essere educati all’IA, perché non basta essere cresciuti in un mondo tecnologico per capirlo. Imprenditori e politici, spesso, non sono preparati. Non possiamo scaricare solo sui ragazzi la necessità di comprendere.

Quali sono allora le implicazioni sociali e politiche?

L’IA rimette al centro domande radicali sull’umano. Le architetture costituzionali dei nostri Stati sono pensate per mondi precedenti e faticano a reggere manipolazioni del consenso generate da algoritmi. Mai nella storia così poche persone hanno avuto tanto potere sul mondo. L’IA non è un problema solo degli studenti che scrivono un tema: è una questione che riguarda parlamenti e governi.

Da dove partire per affrontare questi scenari? Dalle leggi?

No. Illudersi che le leggi bastino è un errore. L’Unione Europea ha approvato norme sull’IA che sono di fatto inapplicabili. La violenza sulle donne non si risolve con nuove pene, ma con un cambiamento culturale. Così per l’IA: non servono solo regole, serve una cultura capace di governare le macchine e non esserne governata. Che tenga accese le macchine, ma renda protagonista l’umano.

Quali strade concrete indica?

Tre. La prima è banale ma fondamentale: studiare. Non possiamo essere ingenui, ognuno di noi deve capire i meccanismi con cui funziona questo mondo. La seconda: riscoprire l’unità di fede e ragione. La teologia ha qualcosa da dire su questo tempo, e la società ci chiede di dirlo. Terzo: se cambia l’ambiente, cambia anche l’annuncio del Vangelo. Le parrocchie sono tra i pochi luoghi che ancora radunano persone ogni settimana: non significa fare omelie sull’IA, ma acquisire credibilità mostrando che la Chiesa sa leggere il presente.

Cosa percepisce negli incontri pubblici che tiene in giro per l’Italia?

La gente ha molta paura, ma anche tanta voglia di capire. La Chiesa ha il potere di convocare: non per diffondere allarmismi, ma per generare pensiero. Siamo tra i pochi in grado di mettere insieme giovani e adulti attorno a un tavolo. E da lì può nascere un discernimento condiviso, radicato nel Vangelo e nella Dottrina sociale della Chiesa.

Che cosa le dà speranza?

Il fatto che l’essere umano è creato a immagine e somiglianza di Dio: questo ci dà tutti gli strumenti per affrontare ogni epoca. La speranza non è tecnologica, è cristologica: Cristo è risorto. Non basta ripetere ciò che si è sempre fatto, serve creatività. Ma non partiamo da zero: per secoli la Chiesa ha segnato la cultura occidentale, accompagnando anche rivoluzioni tecnologiche. Oggi serve di nuovo questa presenza, unendo fede, scienza e cultura.

Un invito finale?

Non possiamo fare pastorale senza cultura. Non è questione per pochi intellettuali. Ogni comunità, ogni catechista deve comprendere le dinamiche dei social e del digitale. Testimoniare non significa avere tutte le risposte, ma mostrare che l’umano ha un senso, che Cristo è vivo. Questo è ciò che il mondo attende da noi.


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Cieli d'estate. Stelle morenti come vetrate gotiche: tra ali e occhi, quanta poesia

Le nebulose planetarie sono più di 3mila solo nella nostra galassia: il telescopio ne rivela forme e colori che sembrano opera di un pittore. Le sfumature di luce dell’eternità



Prima lettera di san Paolo ai Corinzi (15,41-44): « Non ogni carne è la medesima carne; altra è la carne di uomini e altra quella di animali; altra quella di uccelli e altra quella di pesci. Vi sono corpi celesti e corpi terrestri, ma altro è lo splendore dei corpi celesti, e altro quello dei corpi terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle: ogni stella infatti differisce da un'altra nello splendore. Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale». Sebbene il cielo, per chi non sa, appaia solo come una cortina punteggiata di luci, per chi guarda a lungo, approfittando dell’intelligenza umana che ha inventato tecnologia per superare la barriera dei nostri confini di terra, esso rivela i suoi segreti più struggenti.

Non è solo la nascita, ma è soprattutto la morte che nel cosmo assume le forme più splendenti nella forma di una tipologia di oggetto del cielo profondo del tutto peculiare: le nebulose planetarie. Il nome, va detto subito, è un’eredità di tempi antichi. Non hanno nulla a che vedere coi pianeti, ma devono il loro nome alla forma sferica e sfocata che ricordava ai primi astronomi, armati di mezzi poveri e tanta pazienza, i dischi opachi di Urano e Nettuno. Si tratta, in realtà, del canto del cigno di stelle come il nostro Sole. Dopo miliardi di anni di faticosa combustione, quando tutto l’idrogeno è stato consumato, il nucleo della stella collassa e gli strati esterni vengono espulsi nello spazio. Un vento stellare li spinge via, e la luce ultravioletta residua del nucleo morente li accende, come fiato su una vetrata gelata. Ed ecco che la morte si fa colore. La Nebulosa Elica (NGC 7293), ad esempio, è distante circa 650 anni luce da noi. Si trova nella costellazione dell’Acquario e al telescopio è come un occhio celeste, una pupilla immobile che ci fissa nel tempo. Ha un diametro di circa 2,5 anni luce: significa che la luce impiega due anni e mezzo per attraversarla da un lato all’altro. Ma quel che colpisce non è la misura, bensì il senso di essere davanti a qualcosa che si è appena dissolto e che già pare eterno.

C'è poi la Nebulosa Anello (M57), nella costellazione della Lira. Un cerchio quasi perfetto che fluttua come una bolla in un bicchiere di buio. La simmetria inganna: non è ordine, è abbandono. Il suo anello luminescente, quasi perfetto, è in realtà un’illusione: una struttura tridimensionale proiettata sul piano del cielo. Al centro la nana bianca, il cuore residuo della stella, pulsa fredda e inesorabile. La temperatura superficiale supera i 100.000 gradi Kelvin, ma non scalda più nulla. Il centro si è svuotato. È rimasto un guscio, e il guscio risplende per un po’, finché l’eco dell’esplosione si spegnerà anche lì. Ma per adesso, resiste. Anche qui, la chimica è sovrana. L’idrogeno fluoresce sotto l’impulso della radiazione ultravioletta emessa dal nucleo della stella spenta. Ogni colore visibile è una vibrazione precisa, un’eco di temperature che superano i centomila gradi. Il blu centrale, la corona rossastra, il bordo verdognolo: ogni sfumatura è una firma, un’indelebile testimonianza di un evento che non si ripeterà mai più nella stessa forma.

Chi scruta questi oggetti si trova proiettato nello studio di un pittore. Eppure è solo fisica. L’espulsione degli strati esterni, la ionizzazione dei gas, l’emissione di linee spettrali dovute all’ossigeno, all’idrogeno, all’azoto. Come se la morte avesse un proprio linguaggio di colori. Eppure, guardandole, si fa fatica a pensare alla chimica. Perché in esse c’è qualcosa che ricorda le vetrate gotiche, le cupole d’oriente, il volto pallido della notte. C’è in queste forme un senso di grandezza che non nasce dalla potenza, ma dalla fragilità. Perché una nebulosa planetaria è transitoria: dura solo poche decine di migliaia di anni. Poi si dissolve, dispersa tra le stelle. Quel che vediamo, dunque, è un istante cosmico, un battito di ciglia in un tempo che misura miliardi di anni. Eppure noi, pellegrini in questo spazio di eterno, abbiamo il privilegio di coglierlo. C’è qualcosa di profondamente umano in questa contemplazione: vedere la fine, e trovarla bella. La morte della stella non è una catastrofe, ma un atto di creazione. I gas che si espandono arricchiscono lo spazio interstellare, seminano elementi pesanti. Da questi nasceranno nuove stelle, nuovi mondi. Forse la vita stessa.

Noi, fatti di carbonio, azoto, ossigeno, siamo i figli di morti come queste. Si dice spesso: “siamo polvere di stelle”. Ma è più giusto dire: siamo il lutto luminoso di una stella scomparsa. E ogni nebulosa planetaria, lassù, ne è il monumento. Incontriamo una delle prime scoperte. É la nebulosa Manubrio, situata nella Volpetta. L’astronomo Charles Messier non cercava bellezza: cercava comete. Ma fu proprio catalogando ciò che non erano comete che scoprì queste meraviglie. Una lezione paradossale: per trovare ciò che passa bisogna guardare ciò che resta. Siamo nel 1764. Ma questa forma che ricorda un manubrio o forse le ali aperte di un animale mitologico è un’apparizione che continua a trasformarsi. Il gas che fu la pelle della stella madre si espande a una velocità che l’uomo non può concepire: ventimila chilometri all’ora. Gli atomi di elio e di carbonio, sono sospesi come note in un’aria che nessun respiro potrà mai percorrere. È un’esplosione che non fa rumore, e proprio per questo grida. Dentro Manubrio non c’è nulla di romantico, eppure ogni suo arco luminoso è un verso, un verso di quella poesia cosmica che parla solo con numeri e luce.

Di nebulose planetarie ce ne sono più di 3.000 solo nella nostra galassia. Moltissime con nomi poetici: la Nebulosa Farfalla (NGC 6302), con le sue ali infuocate; la Nebulosa Occhio di Gatto (NGC 6543), con le sue simmetrie inquietanti. Una pupilla celeste che ci guarda da quell’immensità, un occhio che non chiude mai le palpebre, che osserva i secoli rotolare come pietre nella corrente. La Terra stessa sarà avvolta, un giorno, da una di queste bellezze. Fra circa cinque miliardi di anni il Sole diventerà una gigante rossa, poi una nebulosa planetaria. Il nostro cielo sarà, per qualche migliaio d’anni, una tela luminosa. Poi più nulla. Ma ora, possiamo ancora guardarle. Quegli occhi nel cielo non sono solo lo sguardo delle stelle. Sono anche il nostro. Guardiamo la morte, e vi troviamo significato. E forse è questo che rende le nebulose planetarie così belle: che non sono più stelle, e non sono ancora polvere.

Sono la soglia. L’istante sospeso in cui qualcosa finisce, ma la luce non se n’è ancora andata. Una avvisaglia della più grande delle promesse di Cristo, vado a prepararvi un posto. Le nebulose planetarie sono oggetti di meraviglia che suggeriscono che la morte può avere altre sfumature che non siano il nero, le sfumature della luce delle risurrezione che incontrando la nostra vita, differente una dall’altra, proietta nell’eterno colori differenti, rende la nostra esistenza protesa verso Cristo, un capolavoro eterno, testimonianza di una buona battaglia della fede che trova nell’incontro con il Risorto la sua – letteralmente – consacrazione. In alto il cuore.

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