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Pensieri dal prato di Tor Vergata: Non costruire un altro mondo ma altro per il mondo

 Il sacerdote torinese, che era a Tor Vergata nel 2000, ragiona dei punti comuni e di quelli divergenti fra i due giubilei. E intravede la possibilità di un meticciato fra quei giovani e questi ma anche fra tutti gli uomini e le donne, credenti o meno che siano.

Venticinque anni sono il tempo che separa due generazioni.

Il prato di Tor Vergata non è cambiato, la stessa erba cotta dal sole. I cori, le bandiere, i cartoni con il cibo, da Sodexo a Conad, gli idranti della protezione civile, i settori ed i maxi schermi. L’elicottero bianco che sorvola ed accarezza. Il vento, il ponentino di Roma che assomiglia a quello della Pentecoste.

La grande croce è davvero la stessa perché la croce resta mentre il mondo le gira attorno. Ci sono quelli che ci sono stati.

Non parlare di ciò che è accaduto ma di ciò che accadrà

Poi ci sono tutti gli altri. I genitori alla tv, le nonne che cercano di vedere il volto dei nipoti in una marea umana in calzoni corti e canottiera, cappellino da scambiare ed ombrellino a fiori. Quelli che ne scrivono, ma loro che ne sanno. Quelli che sono arrivati in auto e quelli che sono arrivati per le strade, le metro, i cavalcavia. È una narrazione che crea il mito, la setta, la confraternita di quelli che ci sono passati. Non vorrei scrivere di questo, anche se ci sono passato, ma di quello che potrebbe essere.

Nel duemila era il calendario a dirci che eravamo ad uno snodo della storia, oggi a 25 anni di distanza, è la tecnologia a dirci che siamo ad uno snodo della storia. I ventenni di allora, come me, ne uscirono con il desiderio autentico di essere sentinelle del mattino, di mettere fuoco in tutto il mondo. Qualcuno ci ha provato, qualcuno ci è riuscito, qualcuno già sul treno del ritorno si è scordato di quella fiamma lasciandola nell’erba di Tor Vergata. 25 anni, sono il tempo che intercorre tra due generazioni. Da oggi ci sono due generazioni di giovani di Tor Vergata. Quelli di Leone con la forza dei vent’anni, la trasparenza di questa generazione, gli ideali puliti ed universali di chi le guerre le vede live sul proprio telefono. Quelli di Giovanni Paolo II, con la densità esistenziale dei cinquant’anni. Le ferite, le cicatrici, la saggezza, l’esperienza. Ed il potere di fare quello che a venti non si può.  

Il prato di Tor Vergata può far sbocciare un meticciato di giovani di ieri e di oggi

Può il prato di Tor Vergata far sbocciare una nuova varietà vegetale, un meticciato di giovani di ieri e di oggi, con la profezia dei venti e la forza concreta dei cinquanta? Con la saggezza dei cinquanta e la vitalità dei venti? Un varietà vegetale che entri nel giorno, non più a guardia dell’alba, che renda il mondo la casa di tutti, non la chiesa di qualcuno? Fondati su Cristo: il vero Dio dei vent’anni confusi, il vero uomo dei cinquanta qualche volta disillusi?

Una varietà vegetale che può sapere di incenso ma anche di asfalto, che fiorisca a Pasqua, o semplicemente il venerdì santo. Animata da una fede o cresciuta semplicemente nella ricerca. Perché, come ricordano Giovanni Paolo e Leone abbiamo sete ed il mondo fatto di cose e di parole, non disseta mai. Né le minacce o le promesse, i poteri che promettono fettine di potere, il marketing della speranza a poco prezzo.

Che tu sia credente o meno, che tu sia un giovane di Tor Vergata o meno, i giovani di Tor Vergata possono essere la spinta a non sperare in un altro mondo, ma costruire insieme a loro altro per il mondo? Sotto la stessa luce, per molti sotto la stessa croce.

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Intelligenza artificiale per il sociale: i filantropi di Nextladder nascondono qualcosa?

 Le fondazioni benefiche dei miliardari Bill Gates, Charles Koch, Steve Ballmer, del fondatore di Intuit Scott Cook e dell'investitore di hedge fund John Overdeck hanno lanciato Nextladder ventures, nuovo veicolo filantropico che investirà, mettendo a disposizione il potenziale dell'Ai, in profit e non profit impegnate nel sostegno di cittadini in difficoltà. Si investe, fa però notare don Luca Peyron, sacerdote torinese a capo dell'Apostolato digitale della sua arcidiocesi, offrendo tecnologia solo a soggetti scelti e selezionati ed in ambiti precisi. Cosa c'è sotto?

Un’iniziativa che, dopo le società profit, potrebbe finire per cannibalizzare le realtà del non profit, utilizzandole come strumento per testare sistemi di intelligenza artificiale, che potenzialmente accedono a dati sensibili di milioni di americani tra i più fragili (non a caso tra i beneficiari vengono contemplati i fornitori di servizi legati alla giustizia e alla libertà vigilata). Un’iniziativa che propone un uso benefico dell’intelligenza artificiale, ma senza neppure contemperare sistemi aperti, accessibili davvero a chiunque.

Queste le forti perplessità espresse da don Luca Peyron, sacerdote torinese, a capo dell’Apostolato digitale della sua arcidiocesi, docente della Cattolica, membro dell’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale applicato all’Industria, a proposito di Nextladder ventures, operazione filantropica da un miliardo di dollari messa in piedi dalle fondazioni benefiche dei miliardari Bill GatesCharles KochSteve Ballmer, del fondatore di Intuit Scott Cook e dell’investitore di hedge fund John Overdeck: Ballmer group, Gates foundation, Stand together, Valhalla foundation e John Overdeck.

Un mercato di tecnologie ai

A stare alle intenzioni Nextladder ventures ha l’obiettivo di contribuire alla sviluppo di un mercato di tecnologie, spinte dall’intelligenza artificiale, per aiutare assistenti sociali, difensori di ufficio e altri fornitori di servizi essenziali a superare gli ostacoli economici che si trovano ad affrontare per sostenere i cittadini a basso reddito, alle prese con perdita del lavoro, instabilità abitativa, assistenza all’infanzia, crisi sanitarie e cancellazione dei precedenti penali. 

Anthropic e il motore dell’intelligenza artificiale

Sul tavolo un miliardo di dollari, che il fondo potrà investire nell’arco di 15 anni.  Il nuovo veicolo filantropico collaborerà con il gigante dell’intelligenza artificiale Anthropic. I destinatari? Organizzazioni non profit e società già attive nella creazione di strumenti per soggetti che gestiscono enormi carichi di lavoro con poche risorse. 

Si investe, fa notare don Luca Peyron, offrendo tecnologia non a qualunque soggetto, ma a soggetti scelti e selezionati ed in ambiti precisi. Ci sarebbe da chiedere per quale ragioni certi e non altri, perché non tutti. Viene il sospetto che interessino dati nuovi, nuovi benchmark, nuovi poteri in altre fasce dopo quelle già esplorate.

Il rischio di divedere il non profit fra serie A e serie B

A scorrere i potenziali beneficiari frulla in testa continuamente il concetto di giustizia predittiva. Non solo, secondo Peyron, con una scelta di soggetti su cui investire si creerebbe non profit di serie A e di serie B, mettendo ai margini alcuni, un modo di controllare ed avere potere anche in questo settore? Per tacitare soggetti potenzialmente ostili? Quali sono gli standard su cui si misura una non profit, si chiede Peyron? Il bene che fa o gli strumenti che ha? «Investire denaro nel bene è sempre un bene, ma patto che sia bene davvero e non interesse e potere travestito da bene. Ognuno fa del proprio denaro ciò che ritiene, ovviamente, ma quando si sceglie di usarlo in un certo ambito corre l’obbligo morale di equità, trasparenza e riconoscibilità del vero bene comune perseguito. Un bene è potenzialmente ciò che è aperto a tutti, un bene per pochi per definizione non è comune». Tutto ciò che non è open, ragiona Peyron, è «proprietario». Chi investe diventa socio occulto «di qualunque soggetto che utilizza i loro strumenti. Legittimo nel profit, grigio nel non profit».

Come opererà Nextladder ventures

Nextladder ventures opererà attraverso un mix di sovvenzioni, investimenti azionari e finanziamenti basati sui ricavi, ricevendo una percentuale del fatturato delle aziende o azioni. Tutti gli utili generati dagli investimenti azionari e dagli accordi di finanziamento basati sui ricavi di Nextladder ventures saranno reinvestiti a sostegno della sua missione filantropica.

Nonostante Nextladder ventures non abbia ancora assunto impegni di finanziamento, ci sono diverse organizzazioni non profit e a scopo di lucro che i suoi fondatori hanno sostenuto o preso in considerazione individualmente e che potrebbero essere adatte alla loro nuova realtà. 

Dove investirà

Un esempio è l’organizzazione non profit Careportal, che ha sviluppato una piattaforma che mette in contatto bambini e famiglie in difficoltà con chiese locali, aziende e gruppi comunitari in grado di fornire risorse come alloggi, assistenza medica e supporto emotivo per aiutare i bambini a evitare l’affidamento. 

Un’altra è la startup a scopo di lucro Rasa-legal, la cui tecnologia aiuta i suoi clienti a cancellare i loro precedenti penali a un costo di quasi un decimo rispetto a quello tipico.

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Leone XIV e le sfide dell’intelligenza artificiale

Tre indizi fanno una prova. Leone XIV sarà un Pontefice che si occuperà e non poco di tecnologia ed in particolare di intelligenza artificiale. Lo si può dire non per vaticinio, ma perché lui stesso, nelle pochissime parole che ha già consegnato alla storia, ne ha fatto insistito riferimento. Lo ha fatto parlando ai cardinali che lo hanno eletto nella sala nuova del sinodo, lo ha fatto il giorno dopo parlando agli operatori dei media. Ma soprattutto lo ha fatto scegliendo il nome Leone XIV. Annunciato all’Urbe ed all’Orbe dal cardinal Mamberti quel Leonem ha stupito tutti ed ha scatenato il vaticanista che è in ognuno di noi. Ma è stato lo stesso Papa a darne l’interpretazione autentica: “Proprio sentendomi chiamato a proseguire in questa scia, ho pensato di prendere il nome di Leone XIV. Diverse sono le ragioni, però principalmente perché il Papa Leone XIII, infatti, con la storica Enciclica Rerum novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale; e oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro”. Una interpretazione che Robert Prevost si era premurato di comunicare tra i primi a Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa Vaticana, che la sera stessa dell’elezione ne diede ufficialmente notizia. Bruni che è stato convocato in sala regia pochi minuti dopo la fumata bianca e ben prima dell’apparizione dalla Loggia delle benedizioni, fatto mai accaduto nell’elezione di un Papa.

I media, ma anche i lettori ormai abituati all’immediatezza dell’informazione, stanno in queste prime ore e giorni letteralmente pendendo dalle labbra del Pontefice sezionando parole e gesti nel tentativo di comprendere future decisioni ed indirizzi. Il nome Leone XIV è uno dei pochi dati certi che possediamo. E non è un dato da poco perché la scelta non è mai legata ad un vezzo, ma è quasi il titolo della prima enciclica programmatica di un Pontefice. La metamorfosi digitale ed il suo impatto sulla società, sull’essere umano e sul suo/nostro essere amministratori del creato attraverso il lavoro saranno al centro del pontificato di Robert Prevost o per meglio dire ruoteranno all’unico centro autentico e perenne che è Cristo stesso con una meta ben precisa: la giustizia e la pace. Già il Magistero di Francesco aveva individuato nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie emergenti un fattore decisivo rispetto a questi due temi. Basti citare il messaggio per la Giornata mondiale della pace del 2024, polarizzato proprio sull’AI e le sottolineature insistite, per esempio nella Laudato si’ o nei discorsi al corpo diplomatico. Il Magistero, dunque, ci ha già consegnato una lettura inevitabile: l’AI è un segno dei tempi, non una moda passeggera o una contingenza storica.

La scelta di Leone e quanto man mano ci verrà donato come impatta e che significato ha per il mondo universitario, per l’Università Cattolica in modo particolare? Per rispondere questa volta un po’ dobbiamo consultare la palla di vetro e leggere, con tutti i rischi connessi, più che parole dei segni, che però ragionevolmente possiamo cogliere come segnali. Papa Leone ha usato una parola, sinodalità, ha evocato un passaggio della Evangelii Gaudium sul dialogo con il mondo, ed ha parlato della scelta del nome al collegio dei cardinali riunito davanti a sé. Papa Prevost costruirà ponti con il mondo sul tema dell’intelligenza artificiale – e non solo naturalmente – camminando con la Chiesa e nella Chiesa. Guidando la Chiesa nel suo ruolo di sintesi, ma ascoltando la Chiesa e nella Chiesa chi, per mandato, ministero e vocazione è particolarmente attento ad alcuni temi. Già Francesco aveva invitato le Università ad occuparsi della metamorfosi digitale ed essere a servizio del mondo per dare una interpretazione, un collocamento culturale e degli elementi di governo che custodissero l’umano. Leone XIV si metterà in continuità piena con il suo predecessore, consapevole da buon agostiniano della differenza tra fede e ragione, tra pastorale e scienza, tra accademia e rivelazione. Ma nell’orizzonte fecondo del dialogo, nel segno della Cattolicità cristologicamente fondata di cui è garante sommo. Quell’et et che scaturisce dalle due nature di Cristo e che culturalmente significa la continua ricerca di equilibri dinamici che permettano di allargare sempre l’orizzonte così da tenere insieme quanto, di primo acchito, sembrerebbe difficilmente conciliabile. Sarà entusiasmante, per il nostro Ateneo e non solo, continuare ad essere partecipi di un processo culturale importante, fedeli alla nostra tradizione ed ai nostri fondatori. In dialogo ancora più costante e serrato con i nostri studenti, con i ricercatori ed i docenti più giovani, in quella comunione tra antiqua et nova che è nel nostro Dna.

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La passeggiata spaziale ha mostrato che la luce può riempire l'oscurità

 Sessant’anni fa l’essere umano passeggiò per la prima volta nello spazio. Aleksej Leonov fu scelto dalla nomenklatura sovietica perché sapeva rischiare, aveva coraggio, perizia, desiderio e fermezza

Sessant’anni fa l’essere umano passeggiò per la prima volta nello spazio. La mattina del 18 marzo 1965 Aleksej Leonov, a bordo della Voschod 2, uscì nel vuoto cosmico unicamente protetto dalla tuta spaziale. «Quello che mi colpì di più fu il silenzio. Era un grande silenzio, diverso da qualsiasi altro avessi mai incontrato sulla Terra, così vasto e profondo che iniziai a sentire il mio stesso corpo: il battito del cuore, il pulsare dei vasi sanguigni, persino il fruscìo dei muscoli che si muovevano l’uno sull’altro sembrava udibile. C’erano più stelle nel cielo di quanto mi aspettassi. Il cielo era di un nero profondo, eppure allo stesso tempo brillante di luce solare». Si era in piena guerra fredda e lo spazio era il luogo per dimostrare la superiorità tecnologica e scientifica dei rispettivi sistemi. Dopo il volo di Gagarin nel 1961, la prima passeggiata spaziale rappresentava un altro traguardo fondamentale. Il momento clou avvenne 90 minuti dopo il decollo, alle 8 e 34 minuti, quando Leonov, legato a una corda lunga 5,35 metri, uscì dall’abitacolo facendo entrare il suo nome nei libri di storia.

«Quando mi voltai a guardare la Terra, capii che la mia vita non sarebbe mai più stata la stessa». La durata complessiva dell’attività extraveicolare fu di 12 minuti e 9 secondi. Se l’uscita fu facile, non altrettanto il rientro, complicato dalla tuta che si era gonfiata come un pallone. Leonov dovette sfiatare parte dell’ossigeno per ridurne l’ingombro, rischiando però una embolia. Lo stupore fu più grande della paura: «In quei minuti mi sentii come un gabbiano con le ali dispiegate, che si staglia in alto. Ero pienamente concentrato, con il sangue freddo e, relativamente, non eccitato. Ma la vista fu straordinaria: le stelle non brillavano, era tutto fermo, tranne la Terra». «L’umanità intera aveva compiuto un passo al di là del suo pianeta – disse in seguito –. Ero solo il tramite di un sogno collettivo .

Leonov, pittore dilettante, non mancò di fare un commento artistico: «La Terra era assolutamente rotonda. Credo di non aver mai saputo cosa significasse la parola rotonda finché non ho visto la Terra dallo spazio». Soleva dire che solo quando si è lassù si percepisce la grandezza di ciò che ci circonda. Oggi la corsa allo spazio è ripresa, con nuovi orizzonti e identiche questioni geopolitiche. L’avventura di quei primi tempi è ancora in grado di parlare al nostro cuore? Silenzio, consapevolezza, bellezza, perfezione, meraviglia, contemplazione. Benché siano passati sei decenni e immagini più spettacolari ci abbiano toccato, le semplici parole del racconto di Leonov ci fanno ancora pensare e sognare.

L’aiuola che ci fa tanto feroci, come scrisse Dante, potrebbe sicuramente essere quel diverso giardino evocato in Genesi se solo dedicassimo più tempo alla meraviglia a cui siamo esposti ogni notte. Una meraviglia che educa al Meraviglioso che ce la dona, al meraviglioso che l’altro da noi segretamente nasconde. La passeggiata di Leonov ci invita a nuovamente passeggiare in qualche silenzio, contemplare l’armonia di cui siamo circondati, i punti fissi di luce laddove distrattamente vediamo solo nero. Leonov fu scelto dalla rigida nomenklatura sovietica perché sapeva rischiare, aveva coraggio e perizia, desiderio e fermezza. Pur sacrificabile, scelse di esserlo. Per portare l’umanità un passo oltre il suo confine. Un buon esempio in tempi in cui sentiamo il bisogno di donne e uomini che costruiscano speranza rischiando sé stessi.


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L'ologramma di Gesù a Lucerna? Ci si parla, ma si resta soli

 Riprendiamo la questione dai fondamenti: l’esistenza di Dio e la possibilità di dialogare con Lui. Ecco che rischi si corrono con l'Intelligenza artificiale

«Un ambito particolarmente rilevante che determina il cambiamento epocale è quello degli enormi salti che si stanno verificando nello sviluppo scientifico e nelle innovazioni tecnologiche. Non possiamo ignorare oggi l’avvento della transizione digitale e dell’intelligenza artificiale, con tutte le sue conseguenze. Questo fenomeno ci pone davanti a domande cruciali». Così papa Francesco alla plenaria del Dicastero per la cultura e l’educazione. A Lucerna, nella chiesa cattolica più antica della città, è stato installato un ologramma di Gesù dotato di intelligenza artificiale. I fedeli – per giunta in un confessionale, possono condividere le proprie preoccupazioni ricevendo risposte dal Gesù digitale. Il caso è emblematico perché a proporre il chatbot è una parrocchia cattolica, non una start up.

Riprendiamo la questione dai fondamenti: l’esistenza di Dio e la possibilità di dialogare con Lui. Nella teologia cattolica ciò è reso possibile grazie alla rivelazione divina e al ponte stabilito in Cristo, che rende accessibile questa comunicazione. A partire di qui si introducono due casi. Primo caso: dialogo con un personaggio storico. Qui il problema è prevalentemente epistemologico: una macchina potrebbe interpretare e riprodurre correttamente il suo pensiero? Se la risposta è sì, essa diventerebbe un valido strumento didattico, in grado di fornire informazioni coerenti con l’autore originale. La condizione necessaria per accettare un tale sistema è che esso sia fedele al pensiero del personaggio. Secondo caso: il dialogo con Cristo. Se l’obiettivo è un dialogo informativo, le considerazioni rimangono simili a quelle del primo caso. Tuttavia, se il dialogo ha uno scopo spirituale, ed è difficile che la confusione non ci sia, è un guaio. Qui il dialogo non è solo informativo, ma anche performativo, ossia capace di trasformare interiormente una persona sul piano spirituale. Affinché un dialogo sia performativo, è indispensabile la presenza di un “altro” reale e distinto da sé, una condizione che una macchina non può soddisfare, anche se si accettasse l’illusione che lo faccia.

L’immersione offerta dal sistema – la capacità di farci credere che l’esperienza sia reale – rischia di sostituire le autentiche esperienze spirituali con una simulazione. In questo processo, il vero mediatore, Cristo, viene rimpiazzato dalla macchina, che diventa un medium ingannevole. Questa dinamica richiama gli idoli: un tempo muti, oggi parlano, ma rimangono immagini prive di autenticità e vita. In definitiva, si rischia di perdere il legame autentico con il divino, sostituendolo con una finzione tecnologica. Neil Postman ci aveva ben avvertito di come non esista tecnologia che non sia frutto di un compromesso e che non determini, nel suo uso o nella sua distribuzione, dei compromessi. L’intelligenza artificiale è talmente stupefacente che rischia di farci dimenticare come, essendo una tecnologia, comporta tali compromessi. Maggiore è la meraviglia, minore la nostra propensione a farci domande scottanti. Pensiamo al motore a scoppio e il mondo tossico che esso ha generato. Quali compromessi ci chiede una tecnologia generale, trasformativa, dagli effetti spesso irreversibili? Ed essi valgono la scelta?

Stupefatti da cosa l’intelligenza artificiale fa, ci chiediamo: cosa disfa? L’idolo non libera, crea dipendenza. La sua illusione più grande è farci credere che qualcuno si stia occupando di noi, quando in realtà rimaniamo soli. Delegare anche il senso religioso e la ricerca interiore a una macchina, invece di promuovere in ciascuno la capacità di uscire dal proprio ego per incontrare l’altro o un Altro, non ci rende meno umani? «Chiedo ai centri di ricerca delle nostre Università che si impegnino a studiare l’attuale rivoluzione in corso, facendo luce sui vantaggi e sui pericoli», chiosa il Papa. Mi permetto di aggiungere: a chi ha responsabilità, soprattutto pastorali, di non essere ingenui. Formare oggi fa rima con salvare.


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I cieli narrano. Via Lattea, le nuove osservazioni dei Pilastri della Creazione

 Per ritrovare Dio e provare una grande gioia, si può percorrere la strada della bellezza e della meraviglia

Per uccidere Dio è necessario che non abbia apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto. Per ritrovare Dio, al contrario, e provare una grande gioia, si può percorrere la strada della bellezza e della meraviglia. Quella dei magi e secoli prima il roveto che brucia e non si consuma. La via della bellezza è quella del desiderio di equilibrio ed il bisogno di intimità. Lo stupore che genera, il fascino che trascina.

L’armonia che spegne le parole e lascia il posto al silenzio che contempla. In tempo di guerra e morte, continuiamo a cercare vita e risurrezione in un santuario non fatto da mani d’uomo. Così lontano che non si possa deturpare o profanare, ma tuttavia così vicino che splendore e maestà che stanno davanti a Lui possano stare anche davanti a noi. Ristabilire il nostro cuore, rigenerare la nostra speranza. Un mondo altro che ci rimetta al nostro posto in questo mondo scaltro che fatica ad essere a misura d’umano.

Esploriamo quel nastro di stelle, polveri e nebulose che è la Via Lattea per incontrare insieme “I Pilastri della Creazione”, una delle strutture più iconiche e spettacolari nello spazio, situate all'interno della Nebulosa Aquila (M16), a circa 7.000 anni luce dalla Terra. I pilastri sono gigantesche colonne di gas e polveri, alte diversi anni luce, in cui avviene la formazione di nuove stelle.

Sono diventati uno degli obiettivi più iconici degli astrofotografi e degli appassionati da quando nel 1995 il telescopio spaziale Hubble ne ha rivelato il dettaglio, mostrando un processo di nascita stellare all'interno di una nube molecolare. I pilastri sono composti principalmente di idrogeno e polveri interstellari e sono scolpiti dalla potente radiazione e dai venti stellari provenienti dai corpi vicini. Le nuove immagini forniti dal successore di Hubble, il telescopio James Webb, regalano ulteriori emozioni. Ma anche una fotografia amatoriale è capace di restituirci quel fascino.

Una regione di formazione stellare è un ambiente cosmico composto principalmente da idrogeno molecolare, insieme a elio, polvere cosmica e tracce di altri elementi più pesanti ove si verificano i processi necessari per la nascita di nuove stelle.

Il processo inizia quando una parte di una nube molecolare diventa instabile e inizia a collassare sotto la propria gravità. Man mano che il gas si addensa, la temperatura e la pressione al suo interno aumentano, portando alla formazione di un nucleo protostellare. Questo nucleo continua ad accumulare massa dalla nube circostante, fino a raggiungere le condizioni necessarie per l'inizio delle reazioni di fusione nucleare nel suo interno, segnando la nascita di una nuova stella e di sistemi planetari. Il materiale residuo che non viene incorporato nella stella centrale infatti può dare origine, attraverso processi di accrescimento successivi, a pianeti, lune, asteroidi e comete.

I Pilastri della Creazione sono dunque un grembo in cui nasce nuova vita cosmica a partire dai resti di quanto già esisteva ed è collassato, il tutto innescato da una instabilità determinata da onde d'urto provenienti da supernove vicine, interazioni tra galassie o l'influenza di altre stelle.

I Pilastri ci ricordano che ogni stella nasce da un incontro, da una forza nuova che investe materia antica apparentemente senza futuro. Quanta materia inerte, quanti corpi vivi ma senza vita, quanti cuori freddi anche se battono, hanno bisogno della nostra gravità, della nostra densità, della nostra presenza. Come in cielo, ancora una volta, così in terra.


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Accoltellato per un like. Non riduciamo un delitto a un errore di sistema

Sul caso del tredicenne di Recco: ognuno di noi è l’esito di tutte le relazioni che ha maturato nella sua esistenza a casa, a scuola, nei luoghi di aggregazione. E da oggi on line. I giovani non sono macchine da resettare in caso di malfunzionamento, le persone non sono ricondizionabili come un telefono cellulare


Un ragazzino di 13 anni di Recco ha accoltellato un 14enne alla gamba, all'addome e a un fianco a Sori, nella città metropolitana di Genova. Così riporta l’ANSA. Le ragioni? Quelle sbagliate, ma purtroppo di sempre, le attenzioni ritenute inopportune, nei confronti di una ragazza. Quello che è nuovo rispetto al passato, e ci fa approdare dal conosciuto al territorio della modernità digitale, è la molla che ha fatto reagire il giovanissimo: un like messo alla foto dell'ex fidanzatina del tredicenne.


Cosa possiamo imparare dal sangue versato? Ogni volta che la nera ci scuote, torna il tema dell’educazione affettiva. L’educazione è una materia che si insegna? Gli affetti sono come la storia, la geografia, la matematica? Bisogna reagire, ma il semplice inserire l’educazione affettiva tra le materie scolastiche nasconde una comprensione fuorviata dell’essere umano, influenzata dalla cultura tecnica che ci avvolge. Se la macchina non funziona si ripara, se la macchina sbaglia correggiamo l’errore di programmazione così che non sbagli più. Accostare umano e macchina, come ci spinge il continuo uso di caratteri antropomorfi nella descrizione della macchina (intelligente, generativa) crea una cultura fuorviante.


Una persona non funziona. E non ha delle funzioni. È vero che abbiamo “pezzi di ricambio” come arti o valvole, ma sono una soluzione tanto meravigliosa quanto estrema. Una corretta affettività, una capacità di stare nelle relazioni, il dominio di sé rispetto alle pulsioni dell’istinto, la capacità di contemperare le spinte dei desideri con la dignità dell’altro, non sono una routine in codice inseribile nel sistema. Ognuno di noi è l’esito di tutte le relazioni che ha maturato nella sua esistenza a casa, a scuola, nei luoghi di aggregazione. E da oggi on line. I giovani non sono macchine da resettare in caso di malfunzionamento, le persone non sono ricondizionabili come un telefono cellulare.


Di qui la seconda questione: il digitale aumenta, potenzia. Grandezza e fragilità. Se la potenza di calcolo è al servizio della propensione al controllo arriva la coltellata. Ma se la potenza di calcolo è al servizio dell’umano quale sorprese ci riservano i giovani? Tutti, non solo i minori, viviamo on life, quella zona mista tra digitale ed analogico. Quella zona mista dove sempre di più chi è adulto significativo dovrebbe abitare con pensieri, gesti, modi di essere desiderabili e umani. Il tempo trascorso on line dai giovani è tempo dell’esperienza e dell’educazione, tempo dell’imitazione e del modello. Non è pensabile demandare alla scuola quanto è responsabilità del villaggio nella sua interezza. Se desideriamo avere un futuro diverso credo che sarebbe utile rivedere alcune nostre priorità culturali, riformare alcuni scenari e narrazioni tenendo conto dello scenario tecnico. Da una parte non considerando la performance, l’efficienza, la resistenza e la stessa resilienza che sono caratteri delle macchine, come umani.

Dall’altra stando nel digitale, soprattutto ascoltandolo e abitandolo, portando acqua pura nel fiume troppo spesso di melma che vi scorre. Chi ha ricevuto molto deve sentire il dovere di restituire altrettanto, anche on line, non per mostrarsi o dimostrarsi, ma per esserci, a presidio di un umano possibile e felice. Diversamente riduciamo la morale e l’etica a forma e funzione. Ed il delitto, anche il più atroce, a un errore di sistema. Che si resetta, che si immagina reversibile. Un incidente in una partita, in attesa di farne un’altra, usando altre vite. Ma la vita non è un gioco. Dimenticarlo ci espone al rischio che diventi tragedia. Da seppellire con l’ennesimo reel. 


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I cieli narrano. Il triangolo di stelle delle notti d’estate e il “messaggio” di Dio

 Alziamo lo sguardo per imparare a leggere nel firmamento notturno il posizionarsi sempre nuovo degli astri. E per saper cogliere, contemplando, quel che il Creatore ha da dirci per loro tramite

Don Luca Peyron, sacerdote della diocesi di Torino, dov'è parroco e responsabile della Pastorale universitaria, è anche appassionato astroflio: sono famose le sue osservazioni del cielo con telescopio dal tetto della sua parrocchia torinese. Autore del libro "Cieli sereni. Trovare Cristo seguendo le stelle (e con l'uso del telescopio)" (San Paolo), ci aiuta in questa sua serie di articoli per Avvenire.it a osservare il cielo sopra di noi, e nel nostro cuore.

Il Salmo 18 invita con perentorietà ad innalzare lo sguardo perché lassù, in quello che sembra nero o color inquinamento, i cieli narrano la gloria di Dio.

Ignorare la Scrittura è ignorare Cristo, possiamo dire che ignorare il cielo è ignorare Cristo? Forse è troppo, ma se una bellezza salverà il mondo allora c’è bellezza oltre questo mondo che non aspetta altro che collaborare alla nostra salvezza. Kosmos in greco significa tanto universo quanto ornamento, cogliamo l’ornamento dunque per comprendere meglio l’universo, il nostro posto, la nostra chiamata. Cogliamo l’amore che ci predilige così tanto da lasciarsi sfigurare, ma che nello stesso tempo balza per colline e dirupi dello spazio profondo per dipingere miliardi di anni luce di colori e forme di ogni sorta. Per dirsi Creatore, della terra perché del Cielo. Per dirsi Padre perché sta nei cieli. Fede e astronomia, per guardare con occhio più consapevole al di là di una finestra, dopo un tramonto, magari con un binocolo. Un giorno forse con un telescopio. In ogni caso in ascolto di Colui che fece le Pleiadi ed Orione, Colui che ha dato alla Vergine Madre che celebriamo in agosto un trono ed un manto di stelle.

In queste notti il cielo si adorna con uno dei più celebri asterismi: il triangolo estivo. Questo insieme è formato da tre stelle di primo piano, ciascuna residente in una costellazione distinta: Vega, Deneb e Altair. La brillante Vega troneggia nella costellazione della Lira, evidenziata da un parallelogramma di stelle di luminosità notevole che ne facilita l’identificazione. Scendendo nel cielo si incontra Deneb, il cui nome arabo significa “coda” e che segna la terminazione del Cigno. Infine, Altair si trova nell’Aquila, posizionandosi bassa sull’orizzonte nelle prime ore di buio dopo il crepuscolo.

L’apparizione di questo triangolo sul lato orientale del cielo segnala l’arrivo dell’estate astronomica. Man mano che le notti avanzano, l’asterismo sale sempre più alto nel firmamento, raggiungendo il punto più elevato durante il culmine dell'estate, in questi giorni dunque, per poi scendere verso l'orizzonte occidentale con l'approssimarsi della fine dell'autunno.
In verità, quelle stelle, la luce di quelle e di tutte le stelle, non esiste. Esistono delle onde elettromagnetiche, delle particelle che abbiamo chiamato fotoni e viaggiano alla velocità della luce. Ma il firmamento è avvolto in un'oscurità totale, è un universo immerso nel buio. L'esistenza della luce è condizionata dalla presenza di occhi e di un cervello capaci di convertire quelle onde elettromagnetiche in percezioni di luce. Il cervello umano fa questo. Le onde elettromagnetiche, per loro conto, non sono sinonimo di luce: il cosmo è immerso nelle tenebre e nel silenzio, poiché l'assenza di atmosfera equivale all'assenza di suoni. È solo con l'emergere dell'essere umano, capace non solo di vedere ma anche di interpretare queste luci attraverso le generazioni, che il cosmo si “illumina” e “parla”.

Esiste il firmamento perché esiste l’essere umano. I cieli narrano la gloria di Dio perché l’essere umano vivente – come scriveva sant'Ireneo di Lione – è la gloria di Dio. Sì, siamo meglio di quello che raccontano le cronache, più di una medaglia e delle sue polemiche.


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Gli orizzonti dell’intelligenza artificiale

È parte delle nostre esistenze, professionali e familiari. È contemporaneamente driver di sviluppo e generatrice di ansie più o meno latenti. Protagonista indiscussa e continuativa delle pagine dei giornali e dei piani di aziende di ogni calibro. Più che una tecnologia ormai un mantra, uno spauracchio, spesso un hype. Per qualcuno una bolla e un’allucinazione molto simile a quelle, le allucinazioni, che ogni tanto restituisce ai suoi utenti. L’intelligenza artificiale o AI per dirla con un acrostico anglofono. Comunque la si pensi e la si consideri l’AI non è più solo un artefatto tecnologico, ma una cultura. Questo la trasforma da mezzo in fine, da strumento ad ambiente. Da elemento di interesse per specialisti a questione che investe la società nel suo complesso.

Di qui l’interesse di molti che normalmente non se ne occuperebbero, di qui anche l’interesse, il prendere parola e l’animare processi da parte della Chiesa Cattolica. In questo senso è significativo ed iconico il fatto che Papa Francesco abbia desiderato partecipare, primo Pontefice romano nella storia, ad una sessione del G7 condividendo con i leader mondiali convenuti una riflessione proprio sull’intelligenza artificiale. Quali brevi considerazioni possiamo condividere in questo spazio? Mi pare tre elementi fondamentali.

Il primo è che la velocità di questa tecnologia debba essere considerata con molta attenzione. Per velocità intendo la capacità di restituire risultati di un modello di AI, ma soprattutto la velocità con cui modelli nuovi ne sostituiscono altri, nuove funzionalità sorpassano le precedenti seguendo una curva di sviluppo che, almeno per ora, sembra poter essere arrestata o rallentata solo dalle risorse che possono essere messe in campo: quantità di daticapacità computazionaleenergia disponibile. La velocità ci restituisce la consapevolezza che l’intelligenza artificiale non possa essere governata dal legislatore, nazionale o sovranazionale che sia. L’AI Act dell’Unione Europea piuttosto che le legislazioni nazionali o gli eventuali regolamenti possono disegnare qualche cornice; tuttavia, rischiano di diventare molto velocemente desueti e quindi inutili se non dannosi, certamente inefficaci rispetto ai fini previsti ed auspicati. La soluzione che intravvedo non è quella, dunque, del far west, del libero esercizio in attesa di mettere cerotti in presenza di eventuali danni come, ad esempio nella galassia di common law dei Paesi anglosassoni. Le mutazioni sociali ed economiche, i danni concreti e le sperequazioni che tali sistemi sono in grado di generare non permettono un terremoto incontrollato e per giunta accettato e accolto consapevolmente. Il secondo elemento è democratico. L’intelligenza artificiale è un potere di tipo computazionale che è sostanzialmente in mano a pochissimi soggetti nel mondo. Siamo di fronte per la prima volta nella storia a un oligopolio mondiale assolutamente inscalabile e, per ragioni di fatto geopolitiche e geostrategiche, politicamente protetto. Che il mondo sia di fatto governato da poche imprese sembra una distopia dei film degli anni ’90 del secolo scorso, ma è quanto sta accadendo. Taluni giuristi hanno addirittura definito questo scenario come neofeudale.

Il terzo elemento è la vita delle persone: la velocità del cambiamento rende quasi impossibile alle organizzazioni e ai singoli di avere la capacità plastica di adeguarsi a quanto accade. Non è certamente l’uso distorto di termini trasposti da altri domini, come resilienza, la soluzione. Non siamo una barra di ghisa. Perché debbo pensare a me stesso e all’organizzazione di cui ho la responsabilità in termini della metalmeccanica, ma non dell’antropologia? Posti questi elementi di scenario, quale orizzonte è possibile proporre? Un orizzonte, appunto. Anziché una rincorsa propongo un obbiettivo. Comune, antropologicamente auspicabile. Se l’AI toglie fatica, ebbene questa fatica deve essere sempre di più orientata non all’efficienza e all’efficacia dei sistemi, elementi scontati perché insiti nel fatto tecnico, ma alla realizzazione della vocazione umana.

Possiamo immaginare di costruire un sistema sociale e d’impresa in cui il rapporto umano-macchina abbia come orizzonte la maggiore e migliore umanizzazione dell’essere umano nell’uso delle macchine? Può l’AI, correttamente progettata, implementata e usata, restituire un io più umano, umanizzato da relazioni più umane, umanizzato da un ambiente che umanizza e non distorce, “macchinizza”, de-umanizza? Dato il fine ultimo, condiviso con i consociati, creando una cultura e una consapevolezza che determinano un consenso condiviso, possiamo legittimamente correre tutti verso una direzione in cui accanto al profitto fiorisca l’essere umano, lasciando alla macchina il compito di servire e all’essere umano quello di vivere. In un’alleanza che guarda a uno sbocco profetico di questo tempo confuso ma ordinabile.

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L'ultimo volo di William Anders, l'astronauta che fotografò la Terra che sorge

Addio all'autore dell'immagine iconica del nostro Pianeta: è caduto con l'aereo che stava pilotando da solo all'età di 90 anni.

Il suo ultimo volo si è concluso pochi giorni fa in quel blu intenso che il 24 dicembre del 1968 aveva immortalato con la sua Hasseblad dall’oblò dell’Apollo 8 mentre stava sorvolando la Luna. Nelle Isole San Juan, a largo di Washington, si è inabissato l’areo pilotato da William Anders, maggiore generale di ben 90 anni ed astronauta della Nasa, l’autore di uno degli scatti più iconici della storia. «Siamo venuti fin qui per esplorare la Luna, e la cosa più importante è che abbiamo scoperto la Terra», disse.

Erano passate 75 ore, 48 minuti e 41 secondi da quando la navicella, partita dalla rampa di lancio di Cape Canaveral, emergendo dal lato oscuro del satellite, incontrò uno spettacolo mozzafiato. La Terra, un globo azzurro, sembrava sorgere dal nero dello spazio. Con la sua fotocamera, Anders scattò la prima fotografia a colori del nostro pianeta visto dallo spazio, una fotografia neppure prevista dal rigido programma affidato agli astronauti.

Prima che il comandante Frank Borman potesse dire nulla, la foto era fatta. Classificata dalla NASA come AS8-14-2383HR, divenne nota come «l’alba della Terra» (Earthrise) ed è considerata una delle immagini più influenti mai scattate, inclusa da LIFE tra le 100 fotografie che hanno cambiato il mondo. «All'improvviso ho guardato fuori dalla finestra, ed ecco questa splendida sfera che si avvicinava».

Anders ha affermato che la foto è stata il suo contributo più significativo al programma spaziale, per via dell'impatto ecologico e filosofico che ha avuto. Scriveva Archibald MacLeish sulle colonne del New York Times: «Vedere la Terra come veramente è – piccola e blu e bella nell’eterno silenzio in cui fluttua – è vedere noi stessi, tutti insieme, come cavalieri sulla Terra, fratelli consapevoli di essere tali».

Il Natale del 1968 portò in dono all’umanità una consapevolezza nuova e diversa di noi stessi. Nelle ore in cui sulla Terra si celebrava la nascita del Figlio di Dio, la scienza e la tecnica ci davano l’opportunità di fondare la fraternità universale su di un dato di evidenza nuovo, meraviglioso e drammaticamente forte. Una consapevolezza non più solo teorica, ma empiricamente evidente in tutta la sua semplice evidenza.

William Anders ci ha consegnato una icona dipinta su pellicola, strumento di preghiera e di meditazione, che rende ragione delle parole che decenni dopo papa Francesco ci ha consegnato nella Laudato Sì (92): «Tutto è in relazione, e tutti noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle in un meraviglioso pellegrinaggio, legati dall’amore che Dio ha per ciascuna delle sue creature e che ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra».

In questo frammento di storia possiamo, in tempo di metamorfosi digitale, dirci con forza quanto possa essere importante un patto di alleanza tra fede, scienza e tecnica ove queste ultime siano al servizio del senso e del significato, della bellezza creata e della verità increata. L’alba della Terra è uno scatto in avanti verso un mondo di pace, uno scatto che oggi ha bisogno di nuovo vigore perché quel bellissimo pianeta blu ancora geme e soffre nelle doglie del parto.


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Come la Luna ci parla di Maria e della Chiesa

 

Il satellite terrestre, simbolo di purezza, è stato sempre accostato all'Immacolata. Ma dopo la scoperta dei crateri da parte di Galileo? Un “legame” da riscoprire nel mese mariano (con 5 fasi lunari)


È l’anno 1100, e in “Las Cantigas de Santa Maria” Alfonso X, sovrano di Castiglia e Leon, rende omaggio a Maria con queste parole: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via». In Spagna e altrove prende piede la tradizione che rende maggio mese della Vergine Maria. Cinquecento anni dopo, tra il 1609 ed il 1610, Galileo, sempre lui, punta il suo cannocchiale verso il cielo e vede quello che nessuno, prima di lui, aveva visto in quel modo. Lo racconta in una lettera a un amico: «Io mi trovo al presente in Venezia per far stampare alcune osservazioni, le quali col mezo di un mio occhiale ho fatte ne i corpi celesti; e sì come sono d’infinito stupore, così infinitamente rendo grazie a Dio, che si sia compiaciuto di far me solo primo osservatore di cose ammirande e tenute a tutti i secoli occulte».

La realtà è superiore all’idea, nelle cose della vita e nelle cose della fede. Nel 1611 le scoperte di Galileo arrivarono al Collegio Romano dove studiano i gesuiti. Tra gli altri a Maffeo Barberini, futuro papa Urbano VIII. In quello stesso anno nella cupola della Cappella Paolina il pittore toscano Ludovico Cardi, detto il Cigoli, ha rappresentato la Vergine Maria in modo rivoluzionario. Ludovico è amico di Galileo, ne apprezza l’operato, e la Luna che dipinge ne è la prova. Essa, posta come da tradizione ai piedi della Madonna, ha per la prima volta nella storia dell’arte delle macchie. I crateri che Galileo ha intravisto con il suo cannocchiale. Il Papa regnante, Paolo V Borghese, approva il dipinto che sovrasta quello che dovrà diventare il suo mausoleo. E anche dopo il processo a Galileo il dipinto è rimasto, non è stato cancellato o corretto, regnante Urbano VIII e i suoi successori.

Dobbiamo ricordare che la Luna e l’Immacolata, la Luna e la Chiesa, vengono da sempre accostate: un disco bianco per rappresentare che esse sono senza ferite, senza rughe. Ma Galileo ci ha mostrato che la Luna, invece, le ferite le ha eccome, secoli dopo le avremmo esplorate, addirittura visitate. E dato a ciascuna il nome delle donne e degli uomini che hanno illustrato la storia umana.

Questo mese di maggio 2024 è del tutto particolare dal punto di vista astronomico: invece delle consuete 4 fasi, questo mese se ne verificano 5. La Luna all'ultimo quarto, dunque, che apre il mese, tornerà poi anche per chiuderlo. È ancora possibile allora accostare la Luna alla Vergine Maria? Certamente sì, anzi ancora di più. La Luna bianca diceva purezza, assenza di peccato. Ma la Luna con i crateri? Dice tutta l’umanità di Maria, dice tutta la bellezza di una donna che, senza peccato, ha accettato che il male la ferisse – la spada di cui parla Simeone al tempio – per partecipare nel modo più vero e autentico alla storia della salvezza. Che dire della Chiesa? Non è forse santa e nello stesso tempo peccatrice? L’intuizione dei Padri dei primi secoli di accostare la Luna a Maria e alla Chiesa non solo non è sconfessata dalla scienza, al contrario, ci aiuta a comprendere fino in fondo il senso della fragilità umana di entrambe, della bellezza della nostra fragilità che ha bisogno di amore. Solo una fragilità accolta può permettersi di accogliere davvero la salvezza, nel caso di Maria addirittura il Salvatore stesso, dandogli un volto. Sì, perché il volto di Gesù è nelle fattezze umane quello di Maria. E sulla croce è un volto sfigurato e martoriato, come il volto della Luna.

Il nostro satellite naturale ci ricorda ogni notte che il male esiste, ci colpisce, ci ferisce, ci segna, ma non è la fine di tutto, non certo il fine di Dio. Se accostiamo la Luna alla Vergine Maria possiamo infatti andare oltre, e dire che il male non è una punizione divina, come tanto spesso si sente dire. Il male è parte della finitezza umana, della natura. Il male è anche frutto degli esseri umani che cedono al peccato e non alla Grazia. Ma anche costoro dalle sue piaghe possono essere guariti, anche loro sotto la croce sono stati affidati a Maria. Perché la Luna, come il Sole, splende per i buoni come per i cattivi. Per illuminare la via dei secondi così che tornino ad essere come i primi. Questo mese con una falce di luce in più.


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