Fermo al palo il centro per l'intelligenza artificiale

 

Nell'ultima finanziaria è stato bocciato un ulteriore stanziamento di fondi. Don Peyron: "Darebbe un motivo ai nostri giovani per tornare"




Fermo al palo il Centro per l'intelligenza artificiale di Torino. Istituito per legge nel 2020, ne manca ancora l'applicazione, e nell'ultima finanziaria è stato bocciato un ulteriore stanziamento di fondi. L'appello è: non perdere altro tempo. 
Il Machine Learning Journal Club, composto da studenti e dottorandi dell'Università di Torino, è ospitato dai tempi del lockdown anche all'interno del laboratorio digitale della chiesa Madonna di Pompei, a Crocetta. Qui si trova il server che elabora i dati raccolti attraverso i caschetti per l'elettroencefalogramma, uno dei progetti dell'associazione. Il parroco Luca Peyron è anche padre dell'idea del Centro per l'intelligenza artificiale della città. Istituito per legge, i fondi già stanziati, deve ancora essere approvato lo statuto. Un ente da 600 posti di lavoro in cui si incontreranno imprese e università

 

Nel servizio, le interviste a:

  • Letizia Pizzini, presidente Machine Learning Journal Club
  • Don Luca Peyron, direttore Apostolato digitale Torino
  • Agostino Ghiglia, componente Garante Privacy

Tra il saper fare e il saper essere

 Da un sistema universitario che costa molto al contribuente mi aspetto che fornisca ai giovani gli strumenti per contribuire il più possibile al bene comune e non solo all’interesse privato. Oggi vogliamo mani bene addestrate in teste addestrate a usarle e nulla più? Se robotica ed intelligenza artificiale sono il futuro dell’umanità, l’umanità del futuro sarà chiamata a pensare meglio e bene



Da Google a Ibm, la laurea non è più essenziale per posizioni top. Secondo un'analisi del think tank Burning Glass Institute, le offerte di lavoro negli Stati Uniti che richiedono almeno una laurea erano il 41% a novembre, in calo rispetto al 46% all'inizio del 2019. Conta l’esperienza e le capacità personali, qualunque esse siano rispetto alle mansioni da assumere. Perché questa scelta? E soprattutto che notizia è considerato che quello che oggi avviene nelle grandi imprese tecnologiche diventa velocemente cultura diffusa e globale? Non è una buona notizia e per almeno due ragioni. La prima perché rischia di accelerare ulteriormente un processo nato proprio negli Stati Uniti e poi diffuso ovunque, quello di trasformare un corso di studi accademico in un super corso professionalizzante.

Non tutti sanno ad esempio che McDonald's ha creato una propria università già nel 1961. Lo scopo fu ed è formare i propri manager a gestire i punti vendita. Il virus è dilagato. Le università nel mondo, messe in competizione le une con le altre, si accaparrano studenti sempre di più puntando non all’eccellenza della didattica e men che men della ricerca, ma con i dati di occupabilità. Contano i career days, le occasioni di tirocinio, il fatto che il neolaureato sia un worker ready made. La scelta di alcune tra le grandi aziende globali di fare a meno della laurea, dunque, non stupisce per nulla e si inserisce in questo processo.

L’università non serve ad imparare a pensare, cercare la verità, custodire pensiero, vivere ed avere una cittadinanza a tutto tondo. Serve a darti capacità di fare, che sia una università cosiddetta STEAM oppure umanistica. La psicologia che tira è quella del lavoro, la filosofia che conta è quella che si rende utile nell’organizzazione aziendale. Primum vivere, deinde filosofare. Ovviamente. In questa prospettiva l’università di élite diventa università di massa e l’università di massa diventa una grande officina che sforna ingranaggi atti a far funzionare la società. Tutti si devono laureare, anche se spesso in esamifici iperframmentati. Siamo quindi giunti al dunque. Se alla fine ti servono due esami tra le decine che hai dato, tanto vale che studi quello ed impari a fare il resto. Come può sopravvivere l’università a questo processo? Trasformandosi ulteriormente in una officina e sempre meno in un luogo di pensiero? La seconda cattiva notizia è che questo squilibrio sul fare rispetto all’essere ci priva di quel bene di cui una società ipercomplessa come la nostra ha bisogno estremo. La capacità critica, la capacità di avere visioni di insieme, la capacità di creare visioni di insieme correlando pensiero, dati, intuizioni, passato e visioni del futuro. La ragione per cui le università sono nate.

In un mondo giovanile di laureati perché sono proprio i giovani che non vanno più a votare? Insistere continuamente sulla performance produttiva senza lasciare spazio e tempo al riflettere, ci rende efficienti? Efficaci? Liberi? Il potere computazionale degli algoritmi, il capitalismo di sorveglianza, la datificazione delle relazioni, il potere educativo dei social media richiedono oggi capacità critiche, curiosità intellettuali, affinità culturali ed elettive mai conosciute prima, mai richieste prima in modo così decisivo. Noi scegliamo di andare dalla parte opposta. Un nuovo fordismo intellettuale è davvero quello che ci serve? È quello che serve alle imprese prima ancora che alla società? In un sistema universitario, stando all’Italia, che costa molto al contribuente – non come vorrei – da cittadino mi piacerebbe che fornisse ai nostri giovani gli strumenti per contribuire il più possibile al bene comune e non solo all’interesse privato. È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena, scriveva Montaigne. Oggi vogliamo mani bene addestrate in teste addestrate a usarle e nulla più? Se robotica ed intelligenza artificiale sono il futuro dell’umanità, l’umanità del futuro sarà chiamata a pensare meglio e bene. Ad essere. Perché a fare ci penserà il silicio. E questa è una buona notizia.


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Cosa c'è dietro il boom di Be Real tra i ragazzi?

 La rapida crescita della piattaforma francese che chiede di raccontarsi per foto "così come sei adesso" in momenti casuali della giornata parla di voglia di autenticità. E dice qualcosa agli educatori



Essere se stessi. Una bella sfida, una bella avventura. L’esito di un rapporto educativo? Un bisogno scritto nel nostro essere umani? Un desiderio, o una fonte di paura? Il digitale ci ha condotti a narrare, quasi in modo compulsivo, chi siamo. Ma quasi sempre con dei filtri e attraverso il più potente dei filtri che è il giudizio altrui, il suo like, il suo condividi. L’amicizia diventa perlopiù connessione, e la connessione è funzionale a un posizionamento, spesso nell’ordine dei poteri, della gestione, per influenzare la relazione e – se sei bravo e ti va bene – per ricavarne anche del denaro. Un trend che ha forse saturato il nostro sentire on life, la nostra vita tra i bytes. In questo panorama sta crescendo in queste settimane, e a doppia cifra, una nuova piattaforma social, BeReal, accompagnata da un claim denso: Your friends are real (I tuoi amici sono reali). Il meccanismo è semplice: l’applicazione ti chiede, a un orario casuale uguale per tutti a seconda delle latitudini, di scattare una foto di te e di dove sei (usando le camere frontale e secondaria degli smartphone) in un lasso di tempo molto stretto. Nello scatto devi essere te stesso, spettinato come sei, con il letto da rifare, in mezzo a una strada non necessariamente panoramica, in un luogo che non è per forza di cose così cool. 30 milioni di download, e nei mesi estivi una crescita negli Usa superiore a Tiktok, l’app più usata dai giovani in questo momento. Ma c’è di più: non puoi accedere all’app se non condividi. Se non ti mostri, insomma, non vedi. Qui e ora. Come sei, perché sei davvero solo qui e ora. Non esistono profili passivi, niente sguardi furtivi dalla finestra, a meno di non aprire anche la tua. Vedi solo se ti fai vedere. Be Real è una app lanciata già nel 2020, ma diventata virale solo in questi mesi. Ideata dai francesi Alexis Barreyat e Kévin Perreauda possiamo dire che con loro libertè, egalitè e fraternitè sbarcano nell’infosfera? Con buona probabilità non è una applicazione che sostituirà le altre, e abbiamo troppi pochi dati per dire quanto e come stia influendo sulla nostra dieta mediatica. Analizzandola da vicino, gli esperti del settore qualche domanda se la pongono rispetto alla sostenibilità economica del progetto, visto che gli usuali sistemi per la monetizzazione, come la profilazione degli utenti, sono per ora esclusi. Rispetto agli utenti la nuova app transalpina ha successo perché è un gioco divertente oppure perché ci aiuta a vivere e richiama a un modo diverso di essere nel digitale? La componente voyeuristica propria delle piattaforme sociali resta, addirittura ne risulta potenziata, pur con la discriminante della reciprocità e con la narrazione secondo cui con Be Real si tornerebbe all’antico, alle cerchie di amici, al come siamo davvero senza ritocchini digitali e narrazioni fatali. Dialogando con i giovani in queste settimane emerge – senza pretese di certezze, ma come semplice dato empirico – da un lato il divertimento per qualcosa di nuovo e dall’altro la consapevolezza che Be Real alla fine poi tanto real non è perché c’è già qualcuno che aspetta per poter fare la foto in posa migliore e in luoghi migliori. Tuttavia il segnale che possiamo raccogliere, anche dal punto di vista pastorale, è di una generazione che è stufa che anche ciò che dovrebbe essere ludico crei e aumenti l’ansia costante che l’accelerazione moderna impone a tutti e a tutto. Il bisogno di esserci proprio dell’età si scontra con la necessità di doverci essere secondo regole scritte altrove e sempre più sofisticate, sempre più globali e, come tali, lontane anche dalle percezioni e dalle tradizioni più personali. Be Real è un segnale di permanenza di bisogni umani che la metamorfosi digitale non offusca, talora rimanda, ma che continuano a emergere. Accompagnare questi processi, nella diversificazione dei modelli che Be Real rappresenta, è una sfida educativa che è possibile cogliere liberandosi da un certo cripto-luddismo che serpeggia negli ambienti degli adulti. Senza essere ingenuamente entusiasti, il tempo che viviamo è anche quello delle piattaforme e, come il Sinodo declinato nell’ambiente digitale ci ha mostrato, è un tempo in cui lo Spirito ci ha già preceduti. Proprio il confronto tra le piattaforme, consapevoli dei modelli economici e tecnici che ci sono dietro, nelle modalità di ingaggio e di risposta possiamo rinvenire quella permanenza dell’umano, nella sua bellezza e nei suoi schemi di peccato, utili a un dialogo e un confronto con i giovani. Più che stare con loro sulle piattaforme, può essere interessante confrontarsi con loro delle piattaforme, fuori o dentro il web poco importa, in un dialogo che faccia emergere l’umano autentico e quello da salvare, quello che già riluce della risurrezione e quello che ha bisogno della redenzione. Be Real può essere, più che un nuovo giocattolo, un interessante reagente per comprendere che la vita non è un gioco e che nella vita in gioco c’è tutto, perché abitata dal Tutto. Anche on life.


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Il diritto umanitario nel cyberspazio

 La Croce Rossa Internazionale sta chiedendo a gran voce che si crei una etichetta digitale che possa contrassegnare quelle porzioni di cyberspazio che hanno le medesime funzioni di un ospedale da campo




Pur nella loro atrocità le guerre e chi le combatte seguono alcuni codici. Non accade sempre e più esse sono sporche, non dichiarate, e folli oltre la follia della guerra in sé stessa, meno tali codici vengono mantenuti. Tuttavia, almeno per motivi di bieca opportunità, tali codici persistono ed hanno un valore concreto e non meramente simbolico. In fondo chi oggi attacca può essere ferito e catturato domani. Fa dunque parte dell’addestramento di ogni esercito convenzionale la conoscenza del diritto bellico che tutela tali condizioni e situazioni: non si spara, per dirla in una battuta, sulla Croce Rossa, sul mezzo contrassegnato dalla Mezzaluna Rossa, su chi ha ben visibili sull’uniforme quei segni.

Cosa accade quando la guerra si sposta, o meglio si duplica, anche nello spazio digitale, nel cyberspazio? La Croce Rossa Internazionale sta chiedendo a gran voce che si crei una etichetta digitale che possa contrassegnare quelle porzioni di cyberspazio che hanno le medesime funzioni di un ospedale da campo. Vi è infatti, secondo il comitato di Ginevra, un costo umano significativo anche nelle operazioni informatiche in tutti i teatri, ma specialmente in quelli bellici. Esiste già un quadro normativo che può essere utilizzato, applicando per analogia le statuizioni dell’annesso uno al primo protocollo che affianca la Convenzione di Ginevra. In esso sono elencati e ben marcati i segnali elettrici, radio ed elettronici che identificano il personale medico e paramedico e le relative operazioni in un teatro operativo.

La guerra in Ucraina sta evidenziando il fatto che la trasformazione digitale abbia significativamente investito anche la meno onorevole espressione dell’agire umano organizzato. Dagli interventi di Elon Musk che fornisce copertura satellitare alle connessioni internet, alla strozzatura della fornitura di chip che blocca i mezzi corazzati più e meglio di qualunque attacco missilistico o campo minato, la cyberwar è palesemente sul campo. In effetti la discussione su questi temi è datata, già dieci anni fa la Croce Rossa poneva con forza il problema e nel 2019 ha rilasciato un position paper che evidenzia i punti salienti della questione. Tra le preoccupazioni espresse una delle più significative è la possibile propagazione degli effetti dannosi di una azione di guerra digitale a differenza di quanto avviene per un atto cinetico. Benché infatti la tecnologia digitale abbia tecnicamente e sempre di più la capacità di agire in modo puntuale, tuttavia la metamorfosi digitale ha reso tutto sempre più connesso e proprio tale connessione diventa il veicolo di danni particolarmente ingiusti ed odiosi anche oltre il perimetro originariamente fissato.

Quanto oggi si evidenzia, in tempo di metaversi ed ambienti digitali sempre più significativi per ogni tipo di attività umana, è la necessità di contrassegnare con marker digitali spazi franchi e, soprattutto, dati da custodire come possono essere i dati medici della popolazione civile o più in generale tutti quei dati che sono da considerarsi sia sensibili sia decisivi rispetto alla vita delle popolazioni civili. Posizioni velleitarie? Forse no se pensiamo al fatto che l’algoritmo, a differenza dell’umano, non è soggetto a tentazioni. In una operazione di cyberwar se l’algoritmo è programmato per rispettare tali spazi li rispetterà, senza tentennare di fronte ad una porta, roso dal dubbio che al di là, nell’ospedale da campo, si possa nascondere una minaccia reale camuffata con i segni della Croce Rossa. Naturalmente l’algoritmo è obbediente in ambo i sensi e può essere comandato, per speculare struttura, di fare operazioni terribili senza che vi siano le remore morali del soldato in carne ed ossa che disobbedisce ad ordini odiosi. Come sempre la tecnica non decide, evidenzia, accelera, amplifica ma nei suoi fondamenti etici e morali chiede lumi all’essere umano. Si tratta di ulteriori sfide per i tecnici di oggi e di domani che debbono lavorare fianco a fianco con i giuristi, i filosofi ed i teologi di oggi e di domani, per una sfida umana che continua, nella speranza che la follia senza ritorno che la guerra rappresenta, abbia prima o poi la fine che tutti auspichiamo. Con una attenzione, mi sia concesso, alla nostra latente ipocrisia. È importante non dimenticare infatti tutte le guerre digitali e non che ognuno di noi continua a scatenare sui social e sui pianerottoli del condominio.


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CASA TENNIS - Parole di Tennis: Etica, AI e Sport

 Casa Tennis - Palazzo Madama

ven 18 nov, 15:00
 


A proposito di

Parole di Tennis: Sport, digitale e tempi moderni.

Un approfondimento con alcuni tra i più importanti esperti del settore sulle applicazioni dell’Intelligenza artificiale.

intervengono:

  • Don Luca Peyron, Apostolato Digitale: tra società ed etica, l’attuale condizione digitale ponendo l'umano al centro.
  • Gilberto Pastorella, Manager H-Farm Innovation e Navigatore. Presenta il case study: come la tecnologia e i dati vengono usati sulle barche, e quali sfide si affrontano per far diventare un team data-driven, nella vela come nel business.
  • Mauro Marengo, Chief Strategy Officer Spindox. Presenta la case study sulla Formula 1: come creare un vantaggio competitivo per identificare le anomalie direttamente a bordo pista. Una sfida ad alte performance, elevata complessità, dove l’interpretazione dei dati fa la differenza tra vincere o perdere.
  • Pietro Marini, Group Head of Innovation di Deltatre. Nato a Milano nel 1992, nel 2017 consegue la Laurea Magistrale in Ingegneria Gestionale – con specializzazione in gestione dell’innovazione – presso il Politecnico di Torino. Inizia a lavorare in Deltatre nel 2010 come Event Operator e per quasi 10 anni contribuisce ai principali eventi calcistici europei e mondiali. Nel 2019 viene crea la funzione aziendale focalizzata sull’innovazione sia a livello di prodotto che di processi.

Accesso non garantito se si arriva oltre i 5 minuti dall'inizio dell'evento.

Questo è un evento per tutte le eta'.

Presentato da Città di Torino.
Nessuna documentazione Covid-19 richiesta all’ingresso
 
Qui per prenotare il tuo posto!

Anno 2030: il lavoro e noi

Uno dei tratti della condizione digitale è quello di sollecitare il presente a prevedere il più possibile il futuro.



Tale tendenza deriva un po’ dalla necessità di farvi fronte in termini di personale e strutture adeguate, un po’ forse per esorcizzare un futuro «macchinizzato» e non del tutto desiderato dall’essere umano.

Altri motivi certamente possono essere enumerati, quello che ci anima è piuttosto il desiderio di dare vita a qualche possibile profezia, tale per cui il futuro sia il più possibile corrispondente a un’antropologia accettabile e a un’organizzazione della società che rispetti la dignità dell’essere umano e le sue istanze di verità e di trascendenza.

Con queste premesse, in questo e nei prossimi interventi vorrei – insieme ai lettori – fare qualche affondo rispetto ai lavori del futuro, le professioni che secondo il World Economic Forum saranno la «top 10» del 2030 e degli anni successivi.

Naturalmente sono indicazioni, ma provenendo da un soggetto che non solo si applica a pensare, ma è costituito da molti dei poteri che in effetti realizzano il futuro, le indicazioni sono certamente interessanti.

Cominciamo così con il primo tra i lavori futuri, il facilitatore di smart working. In questo ambito la pandemia ha quasi ribaltato le percentuali: siamo passati da un 5% di persone che usava questa modalità di lavoro, a percentuali a due cifre, in questi mesi in continua fluttuazione, ma certamente in ascesa verticale. Per dirla con una battuta, buona parte di coloro che fanno un lavoro di concetto passeranno alla modalità «casa e bottega».

Che cosa questo significhi dal punto di vista giuslavoristico e della programmazione e organizzazione aziendale lo possiamo bene immaginare. Il facilitatore di smart working che cosa dovrà dunque fare? Il ventaglio di azioni possibili è così vasto che dovrà essere meglio focalizzato e così presumibilmente avverrà.

In questa sede uno degli elementi che possono essere suggeriti è una migliore e maggiore educazione alla responsabilità. Il non essere inseriti in un’organizzazione stringente, con dei confini anche fisici che incanalano corpo e mente verso determinati obbiettivi, obbligherà le persone a farsi maggiormente carico di se stesse, dei propri tempi, delle proprie responsabilità. Questa è una buona notizia. Possiamo ricordare, con il Compendio della dottrina sociale della Chiesa (introduzione n. 16), che «Il confine e la relazione tra natura, tecnica e morale sono questioni che interpellano decisamente la responsabilità personale e collettiva in ordine ai comportamenti da tenere rispetto a ciò che l'uomo è, a ciò che può fare e a ciò che deve essere».

Una condizione lavorativa in cui le persone devono – oltre al lavoro considerato in sé e per sé – assumersi maggiori responsabilità verso sé stessi, può rappresentare un buon banco di prova e una buona occasione per ritornare a proporre maggiore educazione e formazione rispetto a questi temi. Il facilitatore di smart working evidentemente dovrà preoccuparsi che il sistema sia efficiente ed efficace, ma nello stesso tempo, proprio per la natura stessa dello smart working, dovrà essere il primo promotore di una cultura aziendale in cui il singolo si senta parte, benché non veda il resto, di un solo corpo, di un unico team.

Questo ulteriore aspetto, legato ai temi della cittadinanza, del bene comune, di quello che in teologia chiamiamo ragionare e vivere a corpo, diventa un’ulteriore interessante frontiera e sfida. La cultura d’impresa, nella metamorfosi digitale, diventa sempre di più un’occasione per far crescere e trasformare la cultura in senso più ampio anche nella direzione auspicata dalla dottrina sociale della Chiesa, una sfida da cogliere insieme.

Con l’aiuto dei facilitatori di smart working, perché no?


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