Rogate Ergo, nel numero di aprile una lettura della cultura contemporanea

L’irruzione del Covid-19 ha profondamente inciso sul quadro culturale della società. Parte da questa considerazione il numero di aprile della rivista di animazione vocazionale “Rogate ergo”, che offre agli operatori pastorali una lettura della cultura contemporanea e alcune indicazioni sul loro rapporto con i giovani. Giuseppe Savagnone, esperto della dottrina sociale della Chiesa, denuncia i pericoli dell’individualismo, di cui il Covid è per certi versi un alleato, e invita a riflettere sulle “maggiori opportunità di silenzio, di riflessione, di scoperta di se stessi, che derivano da una vita sociale meno coinvolgente e meno veicolante”.

Il pastoralista don Luca Peyron suggerisce agli educatori di “sostituire la lamentela con la qualità, la critica e il particolarismo con la preghiera, il lavoro solitario con il fare sinergia”. All’osservatorio dello psicoterapeuta padre Amedeo Cencini, la cultura che sta nascendo è “antivocazionale, non solo perché la persona non sceglie, o ha paura di scegliere, ma perché non si accorgerà mai d’essere stato lei stessa ancor prima scelta”. A livello di esperienze si parla dell’Istituto Ecclesia Mater per la formazione dei laici e della Radio Onda Uer nata per agevolare la cultura dell’incontro nel contesto dell’Università Europea di Roma. Completa l’argomento la testimonianza di alcuni consacrati che in passato hanno vissuto la fede nelle contraddizioni del proprio tempo, come Antonio Rosmini, Clemente Rebora e Giuseppe De Luca, e di quelli che oggi svolgono in prima linea il loro ministero tra i malati di Covid, come don Luca Cappiello, cappellano al “San Giovanni Bosco” di Torino.

Centro Italiano per l’Intelligenza artificiale (I3A): perché anche la Chiesa lo sostiene

Come le grandi cattedrali della cristianità hanno cristallizzato la storia di un popolo e delle civiltà che hanno espresso e ispirato, il Centro Italiano per l’Intelligenza artificiale risponde a molte esigenze concrete, anche per la Chiesa, tra cui lo studio sulla dimensione antropologica, etica e valoriale dell’IA




La pandemia ha messo in rilievo come nonostante decenni di papers e convegni non siamo affatto pronti a fronteggiare eventi globali. L’intelligenza artificiale può aiutarci a farlo, come sistema paese e come sistema globale: penso in particolare alla necessità di una ricerca e di uno sviluppo rispetto ai trasporti, la sanità, l’energia, la difesa, la pubblica amministrazione, il credito e la finanza.
Per avvalorare il bisogno che l’Italia si doti del Centro Italiano per l’intelligenza artificiale (I3A)- Centro per il quale, a nome della Chiesa di Torino ed insieme alle istituzioni e alla società civile, mi sono battuto sia affinché fosse realizzato, sia affinché potesse nascere a Torino come, in effetti, il Governo ha deciso nell’autunno scorso – vorrei partire da alcune considerazioni: Johann Wolfgang Goethe nel suo Massime e riflessioni apparso postumo nel 1833 scrive: “Le pietre sono maestri muti, esse fanno ammutolire l’osservatore, e il meglio che si impara da loro non si può comunicare”. Le pietre in effetti parlano del tempo, dello spazio, del presente e del passato, ma anche, se non soprattutto, del futuro.

Un luogo fisico per un bene immateriale
Le grandi cattedrali della cristianità hanno, letteralmente, cristallizzato nelle colonne e nei capitelli, negli altari e nelle facciate, la storia di un popolo e delle civiltà che hanno espresso ma, soprattutto, che hanno ispirato. L’opportunità di un centro, in sinergia con altri enti sparsi sul territorio nazionale, mi pare risponda ad alcune esigenze molte concrete. La prima, che può sembrare banale ma è invece culturalmente decisiva, è quella che vi sia un luogo fisico a cui imputare un bene del tutto immateriale e sfuggente. La questione dirimente di questo tempo non è, infatti, legata alla valenza tecnica di questo tipo di tecnologia, ma alla sua valenza sociale. Pare fin superfluo in questa sede sottolineare questo aspetto.
L’intelligenza artificiale è una tecnologia che, benché tecnicamente incapace di senso, in realtà ne produce molto e di portata ampia ed intensa. Al di là della distopia delle serie tv e dei film, l’AI non rappresenta per i consociati un bene dai contorni chiari e dal significato certo. Non solo per il quivis e popolo, ma neppure per ampi settori ad alta scolarizzazione e dimensione professionale. Penso a buona parte degli ordini professionali per giungere sino ai decisori politici e istituzionali ad ogni livello.
L’effetto scatola nera mi pare del tutto evidente e preminente. È giunto il tempo di aprire quella scatola e di fare disseminazione di saperi con la maggiore ampiezza possibile e questo può avvenire ancora di più se vi è un luogo fisico, un grattacielo al centro di una città, che attiri, coaguli, irradi conoscenza e interesse su questi temi. Come un museo, più di un museo, un museo nel senso moderno e attuale, come il nostro museo Egizio sempre qui a Torino.

Un centro per promuovere sinergie e collaborazioni

Un secondo aspetto decisivo è la necessità che vi sia un centro di imputazione di rapporti internazionali autorevole e costituito. Da quando la candidatura è divenuta assegnazione, e pure in assenza di tale centro, ho personalmente ricevuto manifestazioni di interesse di soggetti più diversi, nazionali e internazionali, desiderosi di creare sinergie e collaborazioni. Viviamo un mondo globalizzato e un tempo reticolare ove la presenza di nodi e snodi è necessaria alla tenuta dell’intero sistema.
La frammentarietà e la frammentazione rispetto a temi così delicati come l’intelligenza artificiale espongono il Paese al rischio di una altrettanto frammentata politica di ricerca, di sviluppo e di collaborazione non coordinata e collaborativa, ma anche al rischio di perdere sinergie vitali laddove la frammentazione rende troppo piccoli i soggetti singoli per reggere progetti decisamente grandi e complessi. Benché sia un centro questo non significa che debba accentrare e assorbire, soprattutto le già scarse risorse destinate alla ricerca universitaria. Al contrario l’esistenza di un centro, per quanto significativo, ma mai sufficiente a sviluppare tutta la ricerca necessaria, può essere collettore di grandi interessi e risorse che vengono poi distribuite e assegnate secondo criteri di efficienza ed efficacia, senza quei particolarismi e quelle isole protezionistiche che rischiano di essere ormai male endemico anche della nostra ricerca di più alto livello.
Credo che possa avere paura che un tale centro esista solo chi sa di non fare ricerca all’altezza delle aspettative del Paese. Il bene dell’Italia e del sistema europeo è un ulteriore motivo a sostegno dell’esistenza in tempi brevi di I3A. Linee di ricerca e allo stesso tempo linee di finanziamento permetterebbero al centro di vivere e far vivere.

Intelligenza artificiale e Università

Sempre in tema di Università, per quanto encomiabile sia lo sforzo dell’accademia, la sua terza missione non è sufficiente ai bisogni culturali e di sviluppo di cultura industriale del Paese. La terza missione, come sappiamo, ha una storia di fatto molto recente rispetto alla tradizione centenaria dell’istituto universitario. Nata di fatto a metà del secolo scorso per finanziare la ricerca di base universitaria, si è poi man mano sviluppata restando sempre come “terza” rispetto a didattica e ricerca, in una posizione tra la tentazione e il fastidio. Come farla, quanto farla, perché farla? Quanto essa porta via “tempo” e risorse alla ricerca e alla didattica, quanto le risorse legate alla terza missione rischiano di condizionare la libertà nella ricerca e dunque della didattica.
Il dibattito è aperto e non si conclude perché ogni volta risente, comprensibilmente, della differenza tra la sensibilità, le vocazioni e le salutari polarizzazioni che rendono l’università viva come deve essere. È doveroso poi spendere una parola sulle nostre PMI, da sempre considerate l’ossatura del Paese ma da sempre evocate più che concretamente e fattivamente aiutate a stare in un mercato definitivamente globale. L’AI rappresenta anche per questo settore vitale un fattore di possibile sviluppo ma con la difficoltà innanzitutto culturale e concreta di sapere quale AI serva a quella determinata azienda e chi al suo interno sia capace di governarla e implementarla.

Conclusioni

I3A può essere palestra efficace in questo senso con sperimentazioni su di un territorio – quello piemontese – che gode di una varietà a spettro così ampio da essere quasi conclusivo. Infine il punto che è primo nella lista per l’interesse ed il servizio che la Chiesa desidera portare alla società, la ragione per cui esiste il Servizio per l’Apostolato Digitale che, insieme a collaboratori con varie competenze, abbiamo fatto nascere ed oggi vivere. Esso è dedicato a servire la Chiesa nel difficile compito di essere germe di unità, speranza e salvezza per tutta l’umanità all’interno delle trasformazioni tecnologiche di questo tempo, soprattutto rispetto alla loro portata da un punto di vista antropologico ed etico. Nella laicità che dovrà contraddistinguerlo, ma non in un suo inutile laicismo, I3A dovrà e potrà essere parimenti centro di studio sulla dimensione antropologica, etica e valoriale dell’intelligenza artificiale promuovendo ricerca e sviluppo su tali temi, mettendo a terra le tante statuizioni internazionali con processi che affianchino il legislatore e le diverse forme di normazioni tecnica – come i parametri ISO e similari – sino a giungere alla concretezza delle scelte di ognuno di noi per aiutarci ad imparare quanto è difficile comunicare. Ma è vitale, per l’oggi e per il domani.

L’intelligenza artificiale decisiva per l’inclusione: ecco perché il sistema Torino deve andare avanti

 A colloquio con Don Luca Peyron, catalizzatore della assegnazione dell’istituto I3A al territorio. «Con l’IA ci troviamo di fronte a uno spartiacque culturale, etico e tecnologico: ma nell’ecosistema subalpino possiamo sperimentare meglio che altrove, dall’industria al terzo settore, con un impatto indubbio e positivo per tutto il paese»

Intelligenza artificiale? Etica? Utilizzo della tecnologia for welfare? «C’è bisogno di creare attenzione intorno a questi temi, di ragionare e di sperimentare. Perché riguardano tutti noi, non soltanto i credenti». Parola di Luca Peyron, classe 1973, cappellano degli atenei torinesi, tra i fondatori del servizio dell’Apostolato digitale, prima esperienza del genere in Italia e sicuramente in Europa. Il “don” è una vocazione adulta: laurea in legge e cinque anni di attività professionale nella tutela della proprietà industriale prima di diventare sacerdote nel 2007. Oggi insegna teologia della trasformazione digitale all’Università Cattolica.

In questi mesi è stato molto presente sulla scena, perché è riuscito a coinvolgere il sistema subalpino nella candidatura di Torino a sede nazionale dell’Istituto per l’intelligenza artificiale I3A. Traguardo raggiunto al fotofinish nel settembre 2020, con l’assegnazione da parte dell’allora Governo Conte 2. Si era parlato di un budget annuale di circa 80 milioni di euro e, a regime, di un organico di un migliaio di persone, con Torino hub di riferimento con 600 addetti, in collaborazione con centri di ricerca e università. Tra i settori coinvolti ci saranno manifattura e robotica, IoT, sanità, mobilità, agrifood ed energia, Pubblica amministrazione, cultura e digital humanities, aerospazio. Una bella prospettiva, anche per l’ecosistema dell’impact economy che si sta consolidando sul territorio.

Quali sono le premesse che mettono Torino al centro della questione dell’Intelligenza Artificiale?


Il presupposto, in realtà, sta nel fatto che I3A è un bene per l’Italia. E lo è nel momento in cui lo si realizza in un luogo che ne ha le competenze. L’IA è una tecnologia decisiva per la costruzione del nostro futuro.

Cioè, lei dice, bisogna coordinarsi bene.


Sì. E questo lo impone anche la corresponsabilità civica nel come affrontare la ripresa dopo il Coronavirus. Serve un collettore che con buona strategia faccia dialogare i diversi Paesi e la ricerca universitaria che busseranno all’Italia. Un nodo strategico della rete, anche per evitare che si scatenino inutili interventi finanziari a pioggia, ma ben mirati. Insomma, occorre un centro che coordini lo “scivolo tecnologico” e che dia un orizzonte di sistema ai grandi asset del Paese: dalla Pubblica amministrazione alle forze di polizia, dalla grande industria al mondo dell’innovazione sociale. Tenendo presente anche il terzo pilastro, che è la dimensione culturale.

Ecco, su questo aspetto non scontiamo forse un ritardo consistente?


Da quando Torino ha ottenuto l’assegnazione di I3A, io che non sono nessuno mi sono ritrovato a parlarne ovunque, anche in realtà inattese. E vuol dire che c’è grande desiderio di conoscere e di approfondire…

Che cosa ci giochiamo con l’Intelligenza artificiale?


Un po’ tutto, direi. Pensiamoci: l’IA può essere un potente motore di uguaglianza quanto di disuguaglianza. L’IA governa la realtà in maniera automatica, ma sempre in modo più autonomo, per cui può generare maggiore giustizia o profonda ingiustizia. Insomma, ha un potere di inclusione o di esclusione significativo. Per cui, se si basa sui dati che ha – se sono incompleti – è un guaio.

Questo è evidente: il fattore umano resta decisivo.


Sì, ma è evidente fino a un certo punto. E non a tutti, più che altro. La realtà, sovente, non ha dati disponibili su tutto. Pensiamo ai poveri, sovente non rilevati e dunque invisibili. Chi è ancora analogico, in un contesto del genere – gli anziani o comunque tutti coloro esclusi dal digital divide – è come se non esistesse. E dunque l’ingiustizia si trova dietro l’angolo.

Come si potrebbe lavorare con l’IA per renderla maggiormente tech4welfare?


L’IA ha un potere conoscitivo sulla realtà. Quindi è capace di fornire al decisore delle informazioni. Ma quali? Se la uso per scovare anomalie con intelligenza ha un impatto sociale. Pensiamo al riconoscimento facciale: può essere adoperato per scopi non democratici, certamente. Ma può essere un formidabile strumento per accompagnare la didattica di una persona fragile o affetta da disturbi psichici, per cogliere disagi o progressi. Insomma, è la stessa potenza, ma con ben altro impatto…

Tutto questo ha dei costi enormi.


Dovremmo imparare a usare meglio la parola investimenti, dal momento che sono scelte che ci proiettano in avanti. E proprio la consistenza economica deve fornire la cifra della corresponsabilità in gioco. Più una cultura dell’inclusione viene diffusa, più l’economia, la ricerca e la finanza possono lavorare meglio. Con benefici per tutti, anche nel risparmio della allocazione delle risorse.

Serve maggiore interdisciplinarità? Che può fare Torino Social Impact?


La contaminazione tra i saperi è la strada migliore per crescere nel villaggio globale. Lo vedo quando metto vicini studenti di università diverse, sboccia un confronto assolutamente fecondo. Se Torino Social Impact favorisce questo dialogo è importantissimo. Serve a eliminare le barriere della autoreferenzialità. Cosicché la transizione digitale diventa utile sia per l’industria sia per il terzo settore. In maniera più ampia.

Torino ha le carte in regola per questo percorso?


Sì. Perché ha una contaminazione ottimale sul territorio. Vanta un tessuto accademico adatto non solo per la qualità della ricerca, ma anche per la quantità di laureati in questo settore, diverse centinaia ogni anno. Ha poi una configurazione del sistema produttivo estremamente ampia, dall’agrifood all’aerospazio alla meccatronica. Cioè esiste la capacità di “messa a terra” sostanzialmente su tutto. Ed esiste al contempo una cultura della sperimentazione sociale. Per cui tutto questo può avvenire meglio che altrove, con una scalabilità particolarmente interessante per applicazioni in tutta Italia.

Artribune Podcast. Don Luca Peyron e Nevina Satta ospiti di “Contemporaneamente”

PER IL CICLO DI PODCAST “CONTEMPORANEAMENTE” A CURA DI MARIANTONIETTA FIRMANI, L’INCONTRO CON DON LUCA PEYRON PARROCO DI TORINO, DOCENTE E DIRETTORE DELLA PASTORALE UNIVERSITARIA, E NEVINA SATTA DIRETTORE GENERALE DELLA FONDAZIONE SARDEGNA FILM COMMISSION.


L’intervista con Don Luca Peuron e Nevina Satta è nel progetto Contemporaneamente a cura di Mariantonietta Firmani, il podcast pensato per Artribune. Incontri tematici con autorevoli interpreti del contemporaneo tra arte e scienza, letteratura, storia, filosofia, architettura, industria, cinema, economia e molto altro. Per approfondire questioni auliche ma anche cogenti e futuribili. Dialoghi straniati per accedere a nuove letture e possibili consapevolezze dei meccanismi correnti: tra locale e globale, tra individuo e società, tra pensiero maschile e pensiero femminile, per costruire una visione ampia, profonda ed oggettiva della realtà. In questo audio, il prezioso incontro con don Luca Peyron, parroco di Torino, docente e direttore della Pastorale Universitaria e Nevina Satta, Direttore Generale della Fondazione Sardegna Film Commission. Don Luca Peyron e Nevina Satta ci raccontano di cinema e teatro come strumenti di interazione tra diverse generazioni e del desiderio che l’impegno per gli ultimi non sia solo un’operazione di maquillage. Ci raccontano della Sardegna, terra orientata allo storytelling e narrata in lingua popolare; di una Chiesa che si confronta con le nuove tecnologie per guardare lontano, e di come la politica attuale fatichi ad avere una visione di lungo periodo, con ripercussioni globali molto rapide.

ARTRIBUNE PODCAST. NEVINA SATTA 
Nevina Satta è Direttore Generale della Fondazione Sardegna Film Commission dal 2012 e membro del consiglio direttivo di Cineregio, la rete europea di fondi regionali per il cinema. Esperta di sostenibilità e industrie creative e di finanziamenti per l’industria audiovisiva, ha insegnato produzione e regia in diverse università europee. Laureata in Filosofia, ha ottenuto un dottorato in Antropologia Visuale all’Università Cattolica di Milano. Ha vissuto venti anni tra Los Angeles e Milano, lavorando come produttrice di film e documentari. Consulente per molti festival cinematografici internazionali, ha contribuito alla ideazione e allo sviluppo di diverse iniziative di formazione, tra cui la Documentary Summer School del Festival di Locarno fin dal 2000. È cofondatrice di una ONG sostenuta dall’Unicef, The Traveling Film School.

ARTRIBUNE PODCAST. DON LUCA PEYRON
Don Luca Peyron è parroco e docente universitario. Laureato in giurisprudenza e licenziato in teologia pastorale, dopo aver esercitato come consulente legale per alcuni anni, entra in seminario e diventa sacerdote diocesano dal 2007. Attualmente è parroco di Torino. Dal 2017 collabora con il corso in Direzione d’Impresa, Marketing e Strategia, con i Master universitari in Marketing, Sales & Digital Communication ed in Marketing, Sales & Management dell’Industria Alimentare dell’Università di Torino. Insegna Teologia dell’Educazione presso IUSTO – Istituto Universitario Salesiano Torino Rebaudengo, Spiritualità dell’Innovazione presso l’Università degli Studi di Torino e Teologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano – Torino). Svolge il suo ministero in mezzo agli universitari con responsabilità a livello locale e nazionale. Dal 2014 è responsabile della Pastorale Universitaria del Piemonte e della Valle d’Aosta e membro della Consulta Nazionale della CEI per l’Educazione, Scuola ed Università. Si occupa di trasformazione digitale coordinando il Servizio per l’Apostolato Digitale e nella docenza in diverse università. È autore di testi e articoli su questi temi. E promotore della sede principale dell’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale (I3A) a Torino.

«CARI GIORNALISTI, SPEGNETE IL PC E SCENDETE IN STRADA»

 

A pochi giorni dalla Settimana e dal Festival della comunicazione don Giuseppe Lacerenza ci illustra la maratona che si apre il primo maggio dedicata all'etica dell'informazione.«Nell'epoca dei social networks l'unico modo per conoscere la verità è consumare le suole delle scarpe, come dice papa Francesco» 




Uno degli organizzatori della Settimana della Comunicazione, curata da Paoline e Paolini, che si svolgerà dal 9 al 16 maggio, è il paolino dalla personalità poliedrica don Giuseppe Lacerenza, pugliese di Barletta (dunque abituato alle “disfide” per tradizione), ingegnere civile, teologo, esperto di comunicazione digitale, a pochi passi dal sacerdozio (sarà ordinato il prossimo giugno). Don Lacerenza ha maturato la sua vocazione dopo aver scritto una biografia sul beato Giacomo Alberione. «Il fondatore della congregazione della San Paolo possedeva una visione profetica della comunicazione», spiega. «Aveva infatti compreso appieno l’incredibile potenzialità delle piattaforme multimediali al servizio del Vangelo già 100 anni fa, che a quel tempo erano i libri, i giornali, la radio, la Tv e il cinema. Oggi considererebbe Internet una prosecuzione naturale del suo apostolato».

Per il secondo anno di fila la Settimana della Comunicazione sarà in Rete e non in presenza.

«Purtroppo sì, quest’anno è interamente on line, ma questo ci ha dato una forte spinta a potenziare le piattaforme multimediali per usufruire dell’evento. Fino a due anni fa l’iniziativa si è tenuta con numerosi eventi su tutto il territorio nazionale dove sono presenti le Paoline e Paolini, in collaborazione con diocesi e associazioni culturali. Tra l’altro, all’interno dell’evento Settimana organizziamo il Festival della Comunicazione, una vera festa che ogni anno organizziamo con una diocesi italiana. Quest’anno sarà eccezionalmente ospitata da due diocesi: Molfetta e Rieti, dall’1 al 16 maggio, con un altro ricco programma».

Come si fa a partecipare all’evento della Settimana della Comunicazione?

«Ci si collega attraverso la pagina Facebook  dal titolo “Settimana della Comunicazione”.  Tra l’altro l’evento è preceduto da molti contributi preparatori. Dalla prossima settimana condivideremo sulla nostra pagina alcuni post che ci permetteranno di conoscere il messaggio di papa Francesco. Sul sito www.settimanadellacomunicazione.it sarà disponibile la versione sfogliabile e scaricabile in pdf del numero speciale di “Pagine Aperte”, che è un periodico della Diffusione San Paolo, con articoli di vari esperti che riflettono sul messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale della comunicazione: da Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la Comunicazione, a Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della CEI. Il francescano padre Paolo Benanti ha scritto un interessantissimo articolo sull’etica delle tecnologie, il gesuita Francesco Occhetta ci ha parlato della testata digitale Comunità di Connessioni, mentre don Luca Peyron si sofferma sull’apostolato digitale. Inoltre il bravissimo Marco Carrara, conduttore ed esperto social, che conduce Agorà e Timeline su Rai 3, ci racconta i social nella Tv».

Come si svolge il calendario dell’evento?

 «La Settimana della Comunicazione vera e propria va dal 9 al 16 maggio. Ma c’è un lungo calendario di avvicinamento, come in un crescendo rossiniano, che parte dal primo del mese. Una serie di interventi, uno al giorno, con vari esperti: cito la riflessione biblica affidata alla teologa Adriana Valerio, le testimonianze di Massimiliano Padula, don Luca Peyron, Francesco Occhetta. Quando si entra nel vivo, il 9 maggio, pubblicheremo una bella intervista che Marco Carrara ha fatto a Michelle Hunziker. Michelle tra le altre cose è molto attiva e seguita sui social. Vi stupirà, vedrete, ha lanciato dei messaggi molto interessanti, parlando anche del rischio della manipolazione della mente nel mondo della comunicazione. È previsto anche l’intervento di Paolo Borrometi sul coraggio del giornalismo (Borrometi è sotto scorta per le sue inchieste sulla criminalità organizzata), mentre Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, tratterà gli aspetti etici del giornalista e dell’operatore della comunicazione in generale in un’intervista a cura di don Roberto Ponti. Anche don Antonio Rizzolo, direttore di Famiglia Cristiana, Credere e Jesus, dialogherà con un personaggio del mondo della comunicazione. Paolo Ruffini in occasione della Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, il 16 maggio, ci condividerà un suo pensiero sul messaggio del Papa».

Don Lacerenza, cosa l’ha spinta ad approfondire queste tematiche, come è approdato ad organizzare la Settimana della Comunicazione?

«Ho un passato di ingegnere civile. La mattina ero impegnato in progetti di ristrutturazione dei ponti stradali, la sera collaboravo con un religioso della mia città, padre Bernardino Bucci, alla biografia della serva di Dio Luisa Piccarreta, con raccolte di testimonianze e testi sulla spiritualità sulla Divina Volontà. Ho prodotto anche numerosi contributi in video, ampliando le mie conoscenze sulla comunicazione multimediale. Grazie a una proposta della casa editrice Shalom, ho poi realizzato una biografia su don Alberione, cui mi applicavo sempre la sera, al ritorno dallo studio tecnico in cui lavoravo. Man mano che scrivevo sentivo che il Signore mi chiamava alla vocazione religiosa e così ho iniziato il mio cammino di discernimento, fino ad entrare nella congregazione nel 2011, dove tra le altre cose coordino il sito Alberione.org.  Ho conseguito il baccalaureato in teologia nella Facoltà Teologica di Padova e ho frequentato un master in comunicazione digitale. La Settimana della Comunicazione mi pare un approdo quasi naturale, a cui sono stato condotto dai miei superiori della Società San Paolo».

Il tema della Settimana si intitola “Vieni e vedi”, in omaggio alla lettera del Papa sul giornalismo, che riprende la tradizionale metafora del cronista che consuma le suole delle scarpe. Non stride con il giornalismo moderno di oggi, che utilizza soprattutto il telefono e si abbevera ai siti e ai social networks?

«Il messaggio è legato proprio alla situazione che stiamo vivendo adesso. C’è proprio questo rischio per il giornalista o il comunicatore. Di rimanere nel cyberspazio. Il pericolo si lega soprattutto alla povertà, che è uno dei sigilli del magistero di Francesco. La miseria, nell’ambiente digitale, si rischia di non vederla. Da qui la preoccupazione di Francesco di tornare in strada. Poiché c’è questa tendenza a informare seduti alle nostre scrivanie, è più forte il rischio che nessuno vada più nei luoghi in cui si svolgono i fatti, per stare in prima linea, non solo in guerra ma anche su fronti come quello del disagio e dell’indigenza. Una cosa che mi ha colpito del messaggio è quella frase ispirata al Vangelo di Giovanni “Vieni e vedi”. Gesù dice: per potermi raccontare, per farti comprendere chi sono e cosa faccio, non sono sufficienti solo le parole ma è necessario che vivi con me, entri in relazione con me. I discepoli di Gesù sono andati e lo hanno seguito. Da questo evento del Vangelo il comunicatore ne trae una considerazione: non dobbiamo fermarci solo al “Pensa e parla”.

L’opinionismo non basta nel giornalismo. Il giornalista deve andare nei luoghi dove c’è la realtà concreta, ricostruire ciò che ha visto e comunicare con maggiore autenticità. Perché la comunicazione autentica significa farsi sorprendere e stupire da ciò che non si conosce».

Si dice che San Paolo se fosse vissuto oggi avrebbe fatto il giornalista…

 «Io credo che il tesserino di giornalista si possa affidare anche a tutti i discepoli, non solo all’apostolo delle genti. Coloro che sono stati con Gesù hanno davvero accolto l’invito “Vieni e vedi”. Automaticamente sono stati testimoni della Verità (quella con la V maiuscola) in maniera spontanea, naturale. In questo senso sono diventati giornalisti, hanno raccontato con la loro vita, le loro parole e le loro opere, la Buona Novella. Pietro stesso negli Atti degli Apostoli adopera frasi molto forti in cui descrive l’evento di Cristo e la Resurrezione in maniera molto puntuale. E a me colpisce che “lo faceva con franchezza”. Con una cognizione naturale legata all’esperienza fatta sulla sua carne e la sua vita, con coraggio. A bene vedere, tutto questo è l’essenza del giornalismo».

Fede e incontro nei social

Don Luca Peyron è sacerdote della diocesi di Torino, giurista di formazione, parroco, direttore della Pastorale Universitaria e del servizio per l´Apostolato Digitale che la Diocesi di Torino ha lanciato un anno fa, prima della pandemia. È docente di teologia della trasformazione digitale in diverse università. 

Di che tipo di fede ha bisogno una persona immersa nella realtà digitale?

La fede dello scriba che custodisce nuovo e antico. Una fede ancorata come sempre a Cristo e alla Chiesa ma che percepisce la necessità del dialogo fecondo con il mondo, capace e desiderosa di cercare Cristo là dove già Egli ci precede nella Galilea delle genti. Dunque anche nella condizione digitale.

La digitalizzazione, affermi nel tuo libro "Incarnazione digitale. Custodire l´umano nell´infosfera" (Elledici), non è la salvezza. Cosa apporta all´umano questa rivoluzione?

Non è la salvezza perchè illude di farci valicare i limiti di tempo, spazio e vita che hanno sempre bisogno di un salvatore. Ci porta strumenti che non sono neutri, ma hanno una loro connotazione morale e quindi ci chiedono di essere giudicati, governati e progettati assumendoci nuove responsabilità.

Prima della pandemia si invitava a non esagerare con l´uso dei social o di internet; a un certo punto ci si è resi conto che erano una vera possibilità di mantenere aperta la comunicazione interpersonale... Quale riflessione nasce dalla situazione attuale?

Abbiamo vissuto dei momenti che ho definito di liturgodemia digitale, ossia un uso massiccio e non riflesso del digitale per salvare il salvabile. Penso che la Chiesa abbia bisogno di una agenda digitale, ossia una riflessione condivisa sul digitale, sul suo uso e i suoi significati. Sono vettori importanti di comunicazione ma la profezia di McLuhan va sempre tenuta conto: il medium è il messaggio, e, dunque dobbiamo vegliare che il messaggio resti sempre quello che ci è stato consegnato.

Come immaginare il futuro visti i veloci cambiamenti impressi alla nostra epoca? Come non restare indietro o addirittura isolati?

Viviamo il tempo dell´accelerazione costante: dobbiamo prendere sempre più decisioni, con sempre maggiori informazioni ma in minor tempo. Credo che sia necessario salire sul monte per guardare più lontano piuttosto che correre in pianura inseguendo non sappiamo bene chi o cosa e verso dove. C´è il rischio, tornando a valle, di trovare gente che adora il vitello d´oro, ma è un rischio che dobbiamo correre. È un temopo che ha bisogno di profezia.

Nella tua diocesi esiste il servizio per l´apostolato digitale. Puoi descrivere questa novità nella pastorale della Chiesa?

Nato dal Sinodoto sui giovani è un pensatoio di cui fanno parte studenti, docenti, professionisti e persone di altre religioni. Pensare, educare, discernere, accompagnare: un dialogo a partire
dall´università e dagli universitari con l´apertura alla società, all´impresa e al mondo su questi temi. Tentando poi di agire, condividere, educare e venire incontro alle povertà di questo tempo. Abbiamo un bel riscontro, confidiamo che lo Spirito soffi!

di Roberto Ponti, Società di San Paolo

Scuola dei genitori - BAMBINI E TECNOLOGIA, RISCHIO O OPPORTUNITÀ?


BAMBINI E TECNOLOGIA, RISCHIO O OPPORTUNITÀ?

Martedì 13 aprile 2021 alle 20.45 

L’utilizzo delle nuove tecnologie con i bambini in età 0-6 anni con Luca Peyron, docente universitario e direttore della Pastorale Universitaria di Torino e regionale.

Gli incontri su svolgeranno in diretta facebook sulla pagina della Scuola Materna San Giuseppe Santena (@maternasangiuseppesantena)


Per informazioni contattare il 0119492740 oppure scrivere a direzione.scuolasangiuseppe@parrocchiasantena.it