piattaforma di distribuzione e gestione digitale

Steam (piattaforma di distribuzione e gestione digitale), economia circolare, intelligenza artificiale e IoT (internet applicato agli oggetti quotidiani) sono i quattro temi che legano i progetti dei 50 maker selezionati per la Torino Maker Faire. 


Ma chi sono i makers? Si potrebbero definire gli artigiani digitali del 21esimo secolo e tra i lavori selezionati si troveranno esoscheletri stampati in 3D, macchinari che raccolgono, riciclano la plastica e la trasformano in oggetti preziosi, un gigantesco flipper costruito con 7mila pezzi e 5mila viti basato sui semplici concetti di leva e piano inclinato, a una luce per bicicletta che pesa appena 49 grammi e illumina quanto due fari di un automobile di grossa cilindrata. Per la due giorni sarà allestita un’area per ragazzi con laboratori e uno spettacolare circuito per droni. Si susseguiranno inoltre talk e conferenze con ospiti come Massimo Banzi, l’inventore del software italiano Arduino, e Bruce Sterling e Don Luca Peyron impegnati in un confrontano sul rapporto tra etica e tecnologia

Perchè Torino vuole l’intelligenza artificiale

Progetto in bilico – Il Centro per l’Intelligenza Artificiale con sede a Torino, previsto e finanziato da una legge dello Stato, langue nelle more degli iter ministeriali da diversi mesi. Perché la questione dovrebbe interessare l’opinione pubblica e non solo la piccola porzione che se ne occupa?




Il Centro per l’Intelligenza Artificiale con sede a Torino, previsto e finanziato da una legge dello Stato, langue nelle more degli iter ministeriali da diversi mesi. Perché la questione dovrebbe interessare l’opinione pubblica e non solo la piccola porzione che se ne occupa? Perché questi temi riguardano l’uomo e la donna di ogni giorno? Perché dovrebbe riguardare la Chiesa ed il Vangelo? La risposta è nei numeri, nel modo in cui crescono i nostri bambini, nel futuro del mondo.

L’intelligenza artificiale è una tecnologia in continua evoluzione che governa buona parte delle nostre vite. Soprattutto essa governa ciò che vediamo, come lo vediamo e come ne siamo visti. Qui sta il fulcro della questione. Siamo passati dal mondo delle cose al mondo dei dati, dalla realtà fisica a quella virtuale. Ma soprattutto le generazioni che stanno venendo alla vita lo stanno facendo in un mondo in cui la stessa conformazione fisica del cervello è determinata dall’uso delle tecnologie emergenti. Uno studio molto recente ci dice che i bambini che usano tecnologia digitale prima di aver imparato a parlare – il tablet baby sitter – hanno perso buona parte della massa bianca rispetto ai loro genitori. In soldoni tra una o due generazioni, se continua questo trend, gli abitanti di questo pianeta avranno seri problemi nell’uso della lingua e nell’apprendimento.

Un secondo dato: oggi le grandi compagnie tecnologiche detengono un potere economico e finanziario inimmaginabile. La sola Apple con quanto ha di liquido o pronti contro termine – quello che ognuno di noi ha sul conto corrente e nel portafoglio – è in grado, domattina, di comprarsi tutto il listino del quotato in borsa a Londra. Solo con gli spiccioli che ha in tasca. Tutto questo è legato in maniera diretta con l’intelligenza artificiale. Ecco perché governarla, progettarla e comprenderla significa avere le chiavi del futuro, non solo dell’economia, ma dell’antropologia, di chi siamo e saremo. Del mondo.

Il Centro per l’Intelligenza Artificiale di Torino, per cui la Diocesi si è spesa nei due anni passati ed io personalmente a nome della Diocesi, non è stato e non è tuttora solo una occasione di rilancio occupazionale. Il Centro di Torino, oggi ridimensionato nelle intenzioni iniziali, ma comunque – laddove partisse – significativo, potrebbe essere uno strumento cruciale per governare questi processi laddove essi diventano prodotti e servizi di uso generale e generalizzato. Che il Centro sia a Torino o altrove. Da qualche parte deve pur essere e presto. Due Governi hanno deciso che sia a Torino, che a Torino finalmente sia. La questione cruciale non è geografica. Ma di senso, quindi di Vangelo.

La scienza e la tecnica non possono essere considerate al di sopra di sé stesse. La tecnologia e la cultura tecnica hanno sempre detto bene di sé, hanno veicolato un’accettazione acritica di qualunque risultato, e anche i fallimenti sono stati sempre gestiti come utili per il progresso. Ne è derivata una concezione formale della tecnica e della scienza come epigoni di verità e di bene. Idoli gelosi tanto da soppiantare a mano a mano ogni altra forma di fondazione autoritativa quali la religione, la morale, persino la democrazia. Ma se il sistema tecnico funziona esteriormente, cioè funzionalmente, esso non si può reggere senza un sottostante sistema valoriale e di senso che lo avalli e culturalmente lo giustifichi.

La verità rende liberi, la performance tecnologica affascina, ma alla lunga si rivela per quello che è. Qui sta il Vangelo, qui sta il dialogo culturale e dei saperi, qui sta la democrazia, qui sta l’essere umano. E, dunque, qui sta la Chiesa, non con un ruolo di guardiano, ma con la responsabilità della profezia. Se occorre anche antipatica, anche insistente, petulante. Ma non abbiamo padroni, perché abbiamo un Padre. Non abbiamo servitori, ma solo una vocazione al servizio. Non ci accontentiamo delle briciole che cadono dalla tavola di nessuno, perché siamo chiamati a spezzare il pane dell’unico Dio con chi pane non ne ha. Oggi per il centro di Torino sull’intelligenza artificiale, domani in qualunque Galilea delle genti il Signore ci chiami.

Trasformazione digitale: comprensione, non ribellione

 L’uomo, dunque, non deve dimenticare che «la sua capacità di trasformare e, in un certo senso, di creare il mondo col proprio lavoro ... si svolge sempre sulla base della prima originaria donazione delle cose da parte di Dio».

Egli non deve «disporre arbitrariamente della terra, assoggettandola senza riserve alla sua volontà, come se essa non avesse una propria forma e una destinazione anteriore datale da Dio, che l’uomo può, sì, sviluppare, ma non deve tradire». Quando si comporta in questo modo, «invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura, piuttosto tiranneggiata che governata da lui».

Così recita il n. 460 del Compendio della dottrina sociale della Chiesa. Vi sono molte avvisaglie che la natura si stia ribellando alla trasformazione tecnica e in particolare alla rivoluzione digitale compiuta dall’essere umano. L’elemento curioso è che a ribellarsi non è la natura intesa come creato – animali, piante, ecosistema nel suo complesso –, ma la natura umana, l’essere umano stesso. Può sembrare contraddittorio, e in effetti le modalità in cui questo sta avvenendo sono del tutto contraddittorie, ma avviene. Complice la pandemia, che ha accelerato processi e messo sotto severo stress l’intero sistema di correlazioni tra esseri umani e macchine, siamo verosimilmente giunti a un punto di rottura.

Per comprenderlo dobbiamo fare un passo indietro però. Il sistema tecnico di cui la rivoluzione digitale è figlia primogenita, nato con la rivoluzione industriale, ha alcune caratteristiche precise, una in particolare per quanto di nostro interesse in queste considerazioni: si autoalimenta e giustifica.

La tecnologia e la cultura tecnica hanno sempre detto bene di sé stesse, hanno veicolato un’accettazione acritica di qualunque risultato si ottenesse, e anche i fallimenti sono stati sempre gestiti e raccontati come utili per il raggiungimento del risultato finale.

Ne è derivata una concezione formale della tecnica e della scienza come nuove vestali di ogni forma di verità e di bene. Vestali piuttosto gelose come sappiamo, tanto da soppiantare a mano a mano ogni altra forma di fondazione autoritativa quale la religione, la morale, persino la democrazia. La politica è stata sostituita dall’amministrazione e ogni decisione sembra migliore se avallata da un comitato scientifico e tecnico. 

La pandemia, come sappiamo, ha messo a nudo tutte le lacune di tale impianto. Prima di tutte la lacuna epistemologica di fondo: la scienza e la tecnica non possono essere considerate al di sopra di sé stesse, non possono che obbedire a un sano principio di falsificazione e di raffronto con la verità delle cose per essere scienza e tecnica, per rispondere al loro sistema epistemologico di riferimento.

Se il sistema tecnico funziona esteriormente, cioè funzionalmente, esso non si può reggere senza un sottostante sistema valoriale e di senso che lo avalli e culturalmente lo giustifichi. La verità rende liberi, la performance tecnologica affascina, ma alla lunga si rivela per quello che è.

La rivolta al green pass è stato uno dei primi segnali forti in questo senso. Non basta la tecnica a convincere della bontà di una decisione. Per trasformare davvero è necessario educare, convincere, veicolare senso e socializzarlo. La tecnica non lo ha fatto per molto tempo e non può pensare di poter continuare a farlo senza subire delle conseguenze. Per quanto possa essere decisivo e utile il suo apporto deve fare i conti con l’animo umano e la scintilla divina che lo abita, che alla lunga svela i falsi idoli.  

Dobbiamo però notare che tale «ribellione» non è guidata, sorprendentemente, dai giovani. Forse complici alcune paure e difficoltà di base, sono le generazioni non digitali a sentire fastidio oggi per la tecnologia e la sua pervasività, per la cultura tecnica e le sue pretese. Per i giovani, per quanto valore possa avere un’affermazione di massima, lo status quo non è problematico benché sia perennemente fluido.

Non abbiamo qui lo spazio per ulteriormente approfondire il tema, ma è importante segnalarlo per risvegliare la coscienza un po’ sopita delle generazioni adulte rispetto a una loro ulteriore responsabilità nei confronti del futuro, responsabilità da assumere ora. 

Esiste dunque un’adultità da prendere in mano rispetto alla trasformazione tecnologica e alla contigua e seguente trasformazione sociale. Non se ne occuperanno i giovani. Manca loro una visione prospettica dovuta, semplicemente, a questioni anagrafiche, alla mancanza di un passato analogico che possa essere di raffronto e di confronto. Non possiamo demandare a loro tali questioni in nome della loro – presunta – maggiore sensibilità o accortezza. E in nome di una nostra nascosta fatica a riprendere in mano la conoscenza in un necessario e dovuto aggiornamento. 

Non è dunque la ribellione la strada, ma la comprensione, la presa di coscienza piuttosto della presa d’atto. Il dialogo con le generazioni più giovani, non per delegare ma per assumersi insieme la responsabilità del presente. Di essere figli di Dio e padri di quei figli oggi un po’ orfani di futuro e in cerca di paternità e maternità affidabili.