Milano Digital week: INTELLIGENT ECONOMY, un’opportunità che pone nuove sfide

Il Gruppo Unipol -  in collaborazione con l’Osservatorio TuttiMedia – all’interno dell’appuntamento della Milano Digital Week ha organizzato un incontro sulla “Intelligent Economy” che impegna policy-maker, economisti e stakeholder tecnologici nell’analisi del cambiamento alla ricerca di soluzioni sul piano etico e legale, dei diritti dei lavoratori, del bene comune e della protezione delle persone. L’IA sposta i confini tra uomo e macchine.

 

Durante l’incontro si parlerà anche del magazine del Gruppo,  Changes,  che ha dedicato appunto  il sesto numero monografico a questo tema: l’Intelligent Economy è  al centro dello sviluppo futuro del business che basa l’innovazione  sull’Intelligenza artificiale (IA), un sistema dentro il q uale ci muoveremo nei prossimi decenni.

Partendo da questo spunto, insieme all’Osservatorio TuttiMedia, analizziamo come l'integrazione sempre più profonda dell'IA nella vita quotidiana comporti non solo cambiamenti per le aziende che la adottano, ma anche effetti significativi in ambito economico e sociale.

 

Tra gli interlocutori il sociologo Derrick De Kerckhove, il teologo della trasformazione digitale  Don Luca Peyron, il Direttore di Changes Fernando Vacarini, Maria Pia Rossignaud (moderatore)

 

QUANDO: 21 marzo dalle 11 alle 12


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La prospettiva di un nuovo umanesimo nell'era dell'AI


Martedì 9 marzo p.v. alle 17:30, inizierà una nuova serie, sulla dimensione #etica dello sviluppo tecnologico, nell'ambito del palinsesto di "Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice", una delle più grandi community italiane per la divulgazione sui temi dell'#Intelligenza Artificiale.

Ci si confronterà con studiosi di prim'ordine... esperti di Etica e #Teologia dell'#Innovazione, nonché con un matematico di fama internazionale, impegnato da anni nello sviluppo di teorie e modelli di Intelligenza Artificiale al servizio dei bisogni della collettività.

Il 9 marzo l'incontro sarà con don Luca Peyron, fondatore e direttore del Servizio per l'Apostolato Digitale dell'Arcidiocesi di Torino, nonché Docente di Teologia della Trasformazione Digitale presso l' Università Cattolica del Sacro Cuore.
Con lui, si parlerà di come lo sviluppo delle tecnologie digitali e dell'Intelligenza Artificiale possano divenire l'occasione per un nuovo #Umanesimo... per la realizzazione piena della nostra umanità nell'alleanza tra noi e le macchine... creatori e creature alla ricerca della più alta espressione dell'Umano nella Storia.

HuffPost: La collaborazione umano macchina

 


La tecnologia ci ha spaventato ed abbiamo reagito, ed è un bene. Nasce un sistema di intelligenza artificiale – Maia – che non tenta di vincere qualunque sia l’avversario – umano o macchina - ma è addestrato a giocare come un essere umano, sbagli inclusi, anzi soprattutto considerando quelli. Il nuovo programma trova applicazione negli scacchi, una arena consolidata per studiare questo tipo di tecnologia e sfrutta gli stessi algoritmi dei migliori programmi che già possediamo, ma invece di imparare come vincere – o stravincere nel caso l’avversario sia un essere umano – Maia scruta il suo avversario umano per cercarne le debolezze e prevederle, non semplicemente prevenirle ed approfittarne. Secondo Jon Kleinberg a capo del team di ricerca: «Così gli scacchi diventano un luogo in cui possiamo provare a comprendere le abilità umane attraverso la lente dell’IA super intelligente».

Insomma l’intelligenza artificiale non impara per battere l’umano, ma per prevenirne gli errori, per capire dove sbaglia, o ancora meglio dove sbaglierà. In questo progetto – si legge sul sito della Cornell University – i ricercatori hanno cercato di sviluppare un’intelligenza artificiale che riducesse le disparità tra comportamento umano e algoritmico addestrando il computer sulle tracce dei singoli passaggi umani, piuttosto che insegnare a sé stesso a completare con successo un intero compito. Maia è stata anche in grado di individuare quali tipi di errori commettono i giocatori a livelli di abilità specifici e quando le persone raggiungono un livello di abilità in cui smettono di fare tali errori. La ricerca è innovativa, ma soprattutto è un salutare passo in avanti rispetto al rapporto uomo-macchina. Il potenziale delle tecnologie emergenti è tale e tanto che spaventa e preoccupa perché siamo poco attrezzati a rispondervi culturalmente.


Mettere l’umano al centro è ormai un mantra, ma come si possa fare resta una sfida. Maia va nella giusta direzione perché si basa su un diverso paradigma. La tecnologia tendenzialmente sostituisce l’essere umano al punto che si configura giorno dopo giorno come ente autonomo che agisce autonomamente e questo fa paura. Laddove invece la tecnologia si pone accanto all’umano assistendolo non solo nel compito che deve portare a termine, ma nelle modalità in cui lo porta a termine, cambia radicalmente il paradigma. L’umano resta al centro e viene assistito dalla macchina nella sua fallibilità. La macchina lo rende maggiormente capace di stare nella realtà in cui egli si colloca valutando i possibili errori che vengono commessi ed eventualmente riconoscendo gli schemi che portano a tali errori. In qualche modo l’intelligenza artificiale assume un compito maieutico nei confronti dell’umano spingendolo non ad entrare in competizione con il silicio, come avviene ora, ma con sé stesso ed i propri limiti ed errori.

Se ricordiamo che il lavoro, qualunque lavoro, ha dal punto di vista teologico prima di tutto un valore vocazionale Maia è un ottimo alleato. Il lavoro dovrebbe servire in prima istanza a comprendere chi siamo, perché il fare ci può aiutare a svelare il profondo di noi, l’inespresso ma soprattutto l’inesprimibile. Il senso più autentico di ciascuno e dell’umano nel suo complesso. Questo nuovo schema collaborativo uomo-macchina può andare in questa direzione: quella di aiutarci a scoprire che abbiamo dei limiti, che questi possono essere superati, ma che il limite in sé non è una malattia o un male, ma il luogo di incontro con noi stessi, con il nostro desiderio di essere pienamente noi stessi, il desiderio di migliorare per sé e soprattutto per gli altri. Ridurre il divario tra approccio umano ed approccio algoritmico impedisce all’umano di macchinizzarsi nel vano tentativo di sostenere la concorrenza con la macchina. Maia reca con sé anche una seconda nuova buona notizia. Se il funzionamento della macchina segue schemi per noi più comprensibili perché modellati sul modo in cui l’essere umano conosce, decide e sceglie, sarà possibile controllarne le mosse e comprenderle molto di più di quanto già ora siamo in grado di fare rendendo così la tecnologia molto più trasparente e dunque governabile ed indirizzabile. Insomma benvenuta Maia, ti osserviamo con attenta simpatia.

Qui il post orginiale

“Algoretica condivisa”. Ecco a cosa si riferisce papa Francesco

 Pochi giorni fa papa Francesco ha twittato “Ricorre oggi un anno dalla firma della #RomeCall per l’intelligenza artificiale e mi auguro che sempre più gli uomini di buona volontà cooperino per la promozione del bene comune, la protezione degli ultimi e lo sviluppo di un’algoretica condivisa”.

Il tweet

algoretica_significato

Algoretica, cosa significa?

Il correttore automatico non riconosce la parola algoretica e forse anche per molti addetti ai lavori le parole del Santo Padre restano in parte oscure. L’algoretica è un neologismo che coniuga algoritmo ed etica, e quanto al dato etimologico ed alla genesi del termine rimandiamo all’Accademia della Crusca che l’ha recentemente inserita tra le parole nuove.

I problemi ed i risvolti etici e sociali connessi all’applicazione degli algoritmi

La preoccupazione della Chiesa cattolica espressa dal successore di Pietro diventa azione concreta nel servizio di alcuni che studiano i problemi ed i risvolti etici e sociali connessi all’applicazione degli algoritmi, alla loro scrittura e più in generale alla loro funzione. Il rimando alle persone di buona volontà fatto dal Papa indica che si tratta di un impegno di civiltà che prescinde dal credo personale e religioso ed investe piuttosto il desiderio di singoli e di istituzioni di perseguire il bene comune nella condizione digitale in cui tutti viviamo.

Perché il riferimento puntuale all’algoritmo

Il riferimento puntuale all’algoritmo come “oggetto” di studio sottolinea come sia opportuno e necessario che le statuizioni di principio, che in effetti non mancano, abbiamo una concreta messa a terra rispetto ai sistemi effettivamente in uso, ai processi di creazione e design degli stessi e, in ultima istanza, in una rinnovata cultura d’impresa e sociale che tenga conto di queste istanze. Come è noto ai lettori di Key4biz, i manifesti etici e le dichiarazioni di intenti sono ormai all’ordine del giorno: la questione cruciale è l’impatto concreto che le dichiarazioni hanno rispetto al codice che è implementato nei sistemi che presidiano il nostro quotidiano e fanno letteralmente girare la macchina mondo incidendo sull’ambiente infosfera in cui siamo immersi tutti.

Perché papa Francesco parla di algoritmi ed etica?

Vi è poi un’altra questione non meno importante: quanto di questi discorsi sia effettivamente patrimonio della collettività. Il fatto che il Papa li faccia propri non rappresenta solo un richiamo agli addetti ai lavori. La platea mediatica di un messaggio papale è sempre globale ed ha il pregio di attirare l’attenzione del mondo su di un tema. Per queste ragioni i Papi sono soliti assumere in proprio appelli riguardando situazioni complesse nel mondo che, per ragioni diverse, non vengono prese in considerazione dell’opinione pubblica. Uno degli aspetti del mandato petrino è precisamente questo: dare voce a chi non ha voce, dare voce agli ultimi. Qui in gioco non c’è l’ultimo in senso proprio, classico, per così dire, ma un intero tema che al lettore pare centrale e noto, ma che a ben vedere non è intercettato dalla stragrande maggioranza dei consociati. Il dibattito culturale sugli algoritmi è un dibattito di nicchia che non prende le prime pagine dei giornali, e questo è ormai non accettabile visto le implicazioni sociali, economiche e spirituali di questo tema. L’esternazione papale non è la prima, ma fa parte di una serie piuttosto cospicua e puntuale.

Se il progresso tecnologico aumenta le disuguaglianze non è un progresso reale

Nel novembre scorso – coincidenza felice con l’anniversario della fondazione del Servizio per l’Apostolato Digitale che rappresento e che si occupa di analizzare questi temi con continuità – il Papa ha rilasciato quale intenzione di preghiera per la Rete mondiale di preghiera queste parole: “L’intelligenza artificiale è alla base del cambiamento di epoca che stiamo vivendo. La robotica può rendere possibile un mondo migliore se è unita al bene comune. Perché se il progresso tecnologico aumenta le disuguaglianze non è un progresso reale. I progressi futuri devono essere orientati al rispetto della dignità della persona e del Creato. Preghiamo affinché il progresso della robotica e dell’intelligenza artificiale sia sempre al servizio dell’essere umano… possiamo dire ‘sia umano”.

La nuova missione benedetta

Socializzare il dibattito è una missione a portata di tutti, farlo in modo opportuno ed inopportuno, sempre più un dovere civico, una vocazione per quanti di noi che sentendo l’urgenza di questi temi se ne sono fatti in qualche modo carico. Non è propriamente una santa alleanza, certamente una missione benedetta, che ci fa del bene perché fa del bene. 

Qui il post originale 

Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, una questione che non riguarda solo Torino


VisitPiemonte promuove una giornata di riflessione su intelligenza artificiale, blockchain, big data e valorizzazione del territorio. Tanti interventi sul futuro I3A, per spiegare che non è solo una questione locale.

Le prospettive offerte da Don Luca Peyron e Paolo Costa.

Era il 4 settembre 2020 quando il governo Conte sceglieva Torino come sede principale per l’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale (I3A). L’I3A si pone un duplice obiettivo: da un lato diventare un punto di riferimento per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale in Italia, dall’altro attrarre talenti internazionali. Il processo per riuscire a concretizzare il progetto è ancora lungo, ma l’entusiasmo generato dall’iniziativa era già palpabile negli addetti ai lavori che il 26 febbraio hanno partecipato all’evento organizzato da VisitPiemonte: “Intelligenza Artificiale, Blockchain, Big Data: quali prospettive per la valorizzazione del territorio?”


L’intelligenza artificiale, la tecnologia blockchain e i big data rappresentano un’opportunità importante per il turismo, l’arte e la cultura, l’enogastronomia, i trasporti, l’urbanistica e la fruizione sostenibile dell’ambiente. Poco meno di trenta oratori si sono alternati nel corso della giornata toccando i temi legati alla Blockchain, ai Big Data e chiaramente all’IA (anche se è più noto l’acronimo inglese, AI, ci piace usare anche il suo corrispettivo in italiano per riferirci all’intelligenza artificiale). Le emozioni e le reazioni evocate sono state quasi quante gli speaker chiamati a parlare: curiosità, cautela, determinazione, fiducia, meraviglia e molte altre. Ciò che tutti hanno indubbiamente dimostrato è tanta voglia di innovare e di raccogliere gli stimoli offerti dal territorio nell’attesa della concretizzazione dell’I3A.


Intelligenza artificiale ed etica

Guido Boella, Direttore del Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino, ha parlato delle opportunità e delle promesse offerte dall’intelligenza artificiale per il settore del turismo. Ciò su cui ha puntato il riflettore però sono state soprattutto le implicazioni etiche da tenere in considerazione per un corretto utilizzo dell’AI. Per questo, da pochi mesi è stata fondata la Società Italiana per l’Etica dell’Intelligenza Artificiale, o SIpEIA. Per poterne fare un uso corretto, è importante chiedersi che cosa vogliamo ottenere dall’intelligenza artificiale, ha concluso Boella.


Sei punti per una relazione positiva con l’IA

A questa domanda ha cercato di rispondere Paolo Costa individuando sei punti da tenere in considerazione per poter avere una relazione proficua con l’IA:


Ricordarsi sempre che la tecnologia non è un fenomeno deterministico: è un fatto sociale che abbiamo i mezzi – e il dovere – di governare.

Dobbiamo considerare che l’IA non è né buona, né cattiva. Nemmeno neutrale, perché non è neutrale il modo in cui la progettiamo.

Curare la relazione fra l’essere umano e la macchina più che la macchina in sé. Quando la macchina non funziona spesso dipende da incomprensioni o relazioni male impostate.

Non pensare che le imprese che usano l’IA in modo sbagliato siano necessariamente guidate da obiettivi malvagi: spesso non hanno gli strumenti per comprendere i mezzi che usano, bisogna aiutarle e non lasciarle da sole.

Serve fare informazione. Dentro e fuori dalla scuola è importante educare a un rapporto corretto con gli algoritmi.

Stimolare una riflessione sull’uso dell’IA per costruire una cornice etica condivisa a livello nazionale e internazionale. La ricerca dev’essere orientata allo sviluppo non solo economico ma anche sociale.

Una riflessione più estesa di Costa si trova nel suo articolo Per una relazione amichevole e proficua con l’algoritmo.


Le radici sociali e culturali di Torino capitale dell’intelligenza artificiale, perché è stata scelta come sede dell’I3A?

Un pannello di quattro oratori ha messo in luce perché Torino sia stata scelta come sede per l’I3A. Marco Pironti, Assessore all’Innovazione Città di Torino, ha ricordato come sia fondamentale mantenere il vantaggio competitivo conquistato il 3 settembre scorso, quando il governo si era espresso a favore di Torino. Per quanto il centro non sia ancora realtà, lui e i suoi colleghi stanno lavorando come se esistesse già, facendo convergere i propri sforzi. Torino è perfetta perché i suoi settori industriali permettono di avere prospettiva circolare che crei sempre più valore aggiunto.


La visione circolare dell'AI per Torino. 

La visione circolare dell’AI per Torino. Immagine presentata durante il convegno ‘Intelligenza Artificiale, Blockchain, Big Data: quali prospettive per la valorizzazione del territorio?’

Barbara Caputo, Docente del Politecnico di Torino, ha poi sottolineato come l’università permetta di presidiare aree molto vaste sia da punto di vista teorico, sia funzionale. La domanda nutre la ricerca di base e il progresso concettuale e tecnologico. Avere due atenei significa formare una base importante: circa 500 ragazzi all’anno si preparano sull’IA moderna. Questi grandi numeri attirano aziende internazionali a venire a posizionare laboratori di ricerca nel territorio.


Chiaramente la situazione è cambiata notevolmente con l’emergenza sanitaria. Se prima del Covid-19 la percezione della transizione digitale era poco più che un miraggio, adesso è una realtà concreta che interessa tutte le industrie. Ha precisato il Vice Presidente Unione Industriale Torino, Massimiliano Cipolletta.


Oltre Asimov: la prospettiva di Don Peyron per inquadrare il rapporto con l’IA

Don Luca Peyron, Coordinatore del Servizio per l’Apostolato Digitale dell’Arcidiocesi di Torino, ha infine sottolineato l’importanza di un centro fisico a Torino. Così come l’Italia e il Piemonte sono stati capaci per secoli di «fare parlare le pietre», per utilizzare un’espressione usata da Don Peyron, allo stesso modo avere un centro dedicato all’IA genererebbe sicuramente interesse nella popolazione. Anche coloro che non si sono mai interessati al tema dell’intelligenza artificiale passeggiando davanti all’I3A difficilmente potrebbero astenersi dal porsi qualche domanda. Citando nuovamente Don Peyron: «Le nostre cattedrali raccontano non solo la fede delle persone ma sono materialmente la cultura di un popolo». La presenza fisica di un centro per l’intelligenza artificiale offre la possibilità di riflettere su questi temi immateriali, che hanno effetti materiali. La volontà di Don Peyron è di allontanare i temi legati all’IA dalle grinfie dei «gran sacerdoti dell’informatica».


Don Peyron ha ripreso le parole di Paolo Costa per invitare tutti noi a una riflessione: «se l’intelligenza artificiale non è né buona, né cattiva, né neutrale, che cos’è?»


Ogni IA deve essere guardata quasi come un soggetto a sé stante, come faremmo con le intelligenze non artificiali: ognuna di loro deve essere educata, come si fa con i bambini. Dobbiamo rivalutare il rapporto che abbiamo con l’intelligenza artificiale per poterla educare a essere come noi. Non bastano più le semplici leggi asimoviane, di carattere difensivo, è necessario inquadrare il rapporto in un’ottica di cooperazione profondamente improntata al positivo.


Don Peyron sogna un’IA capace di «umanizzare l’umano». Un’intelligenza artificiale che non cooperi e basta ma che abbia l’interesse di custodire il suo creatore, così come noi dobbiamo custodire la nostra creatura. Il rapporto uomo-macchina non deve più essere di potenza ma generativo.


Tirando le somme: non solo I3A

Durante l’evento sono intervenuti attori di ampio calibro: dalla Fondazione Compagnia di San Paolo alla Fondazione Torino Musei, passando per altre decine di oratori. Si è parlato di intelligenza artificiale e innovazione sociale, turismo, politiche urbane e territoriali, City Imaging e Blockchain.


Luisa Piazza, Direttore Generale di VisitPiemonte ha chiuso i lavori riprendendo l’obiettivo dell’evento: creare una prospettiva più ampia per comprendere lo stato di avanzamento non solo per ciò che concerne l’I3A ma tutti i temi a esso relativi. Piazza ha esortato a pensare trasversalmente senza guardare solo «nell’orto di casa propria», e su questo spirito ha lanciato un’iniziativa. Ha rivolto un invito a chiunque abbia voglia di immaginare un futuro possibile sull’onda delle nuove tecnologie. Una di queste idee verrà selezionata a giugno e trasformata in realtà entro la fine del 2022. «Turismo e mondo culturale sono stati colpitissimi in quest’ultimo anno», conclude Piazza. «È necessario fare leva sugli elementi positivi e propositivi, per iniziare a scrivere un pezzo del nuovo capitolo».

Qui il post originale

LA CHIESA TRA DIGITALE E UMANO: INTERVISTA A DON LUCA PEYRON

 A prima vista teologia e digitale sembrano due mondi distanti. La fede è il regno dell’immateriale spirituale, la tecnologia, dall’altro lato, sembra incarnare il mondo del materialismo scientifico. Secondo lei, come possono la teologia, e soprattutto la fede, aiutarci a navigare oggi in un mondo profondamente modificato dall’intelligenza artificiale, dove nuovi sistemi autonomi restringono i margini per il libero arbitrio umano?

La teologia cattolica parte da un fondamento: quello dell’incarnazione, secondo cui Cristo si è fatto carne. Nel momento in cui l’immateriale si fa materiale, il verbo di Dio diventa carne e investe la realtà nella sua totalità. Ciò non vuol dire accettare una sorta di panteismo, ma riconoscere che l’evento di Cristo modifica radicalmente il rapporto tra il divino e l’umano: dalla totale alterità tra le due sfere, si arriva a credere a un divino umano, giocato sul dinamismo tra ciò che è pienamente divino e ciò che è pienamente umano.

Parto da questa premessa perché credo sia determinante, paradossalmente, anche per analizzare il rapporto tra l’uomo e le macchine: la nostra relazione con la tecnologia rischia di essere conflittuale, contrapponendo costantemente l’uomo alla macchina, e viceversa. La soluzione non è scegliere tra questi due poli, ma vivere il più possibile nella loro dialettica. La divino-umanità di Cristo rappresenta un modello di pensiero esistenziale, una postura relazionale che può offrire risposte alle grandi alternative poste dalla trasformazione digitale: uomo-macchina, materiale-immateriale, cyborg-umano. Laddove non esistono contrapposizioni nette, infatti, è possibile operare una scelta, non di compromesso, ma di compimento. Una scelta di compromesso sarebbe quella di prendere un pezzo di qua e uno di là: Gesù è un po’ uomo e un po’ Dio. La scelta di compimento è riconoscere la coesistenza perfetta delle due nature. Il compimento è innestarsi in un “già”, cioè in una realtà preesistente, e andare verso un “non ancora”.

Io credo che la tecnologia possa essere uno strumento importante a fianco dell’uomo per il suo compimento. Penso, per esempio, alla realtà virtuale. La virtualità non si oppone alla realtà materiale in quanto tale, anzi, può diventare uno strumento di progettualità che aiuta l’uomo a essere pienamente sé stesso e ad abbracciare la sua chiamata vocazionale. Se il virtuale ci fa vedere una modalità di esercizio dell’umano che è anti-umana, non-umana o trans-umana, solo allora esso diventa uno strumento non per il nostro compimento ma addirittura per il nostro annichilimento

La logica del suo discorso sembra entrare in contrasto con le regole commerciali dell’industria digitale, dove gli aspetti transumani e antiumani della tecnologia vengono spesso estremizzati.

Ogni teologia, non solo quella cattolica, è caratterizzata da un elemento sostanziale che è l’escatologia; alcune escatologie prevedono che ci sia un aldilà, altre prevedono che non ci sia nulla, alcune credono nella fusione con il cosmo, altre ancora immaginano la reincarnazione. Il modo in cui concepiamo la vita oltre la morte serve a dare un senso alla nostra esistenza, la dà una teleologia. La trasformazione digitale, però, non è guidata da una finalizzazione chiara, ha solamente due obbiettivi: il primo è la massimizzazione del profitto, guidata dalle imprese e dal mercato; il secondo è la performatività del sistema digitale, in cui le macchine devono lavorare in maniera sempre più efficiente. In un mondo in cui la nostra vita viene regolata esclusivamente dalla reddittività del sistema digitale, ci troviamo spiazzati.

Ed è proprio qui che dobbiamo innestare la tanto citata istanza etica, partendo dalle considerazioni semplici: che cosa è bene e cosa è male? Sappiamo che è bene l’essere e che è male il nulla; sappiamo che è bene la vita e che è male la morte. Se già incominciassimo a mettere ordine da un punto di vista etico alla trasformazione digitale utilizzando questi due criteri sostanzialmente validi per buona parte del mondo, potremmo già dare un contributo significativo. Le imprese private, però, non operano in questo modo e non è neanche giusto che lo facciano. Il problema di fondo è che abbiamo delegato a soggetti ai quali non può essere delegato un compito che evidentemente non possono assumersi.

Dal un punto di vista pratico, il progresso tecnologico pone delle nuove sfide alla Chiesa Cattolica. Da un lato, il medium digitale rischia di rendere gli individui più soli, limitando le relazioni umane allo schermo del computer. Allo stesso tempo, però, è innegabile il suo potere di connessione, che può favorire la disintermediazione tra individui. Secondo lei in che modo la trasformazione digitale può favorire l’avvicinamento tra chiesa e società?

Prima di tutto dobbiamo sgomberare il campo dallo stereotipo mercantile della Chiesa. La Chiesa non ha l’obbiettivo di raccogliere più adepti possibili, benché si siano scritti molti libri sul marketing religioso. Il prodotto, oltretutto, è piuttosto difficile da vendere: un Dio crocefisso che, nel silenzio, soffre per il genere umano. Il digitale non serve alla Chiesa per mantenere una rendita d’anime, piuttosto rappresenta uno strumento per assolvere il mandato che le è stato dato da Cristo: quello di andare per il mondo e annunciare il Vangelo. La trasformazione digitale, nella misura in cui permette di adempire a questa missione, proprio perché frutto dell’umano, non può che essere in qualche modo assimilabile alla missione millenaria della Chiesa. La trasformazione digitale fondamentalmente oggi è una questione di infosfera e di comunicazione, in cui, proprio come diceva Marshall McLuhan, il “medium è il messaggio”. Come tale, la Chiesa deve esserci, perché Cristo per primo si è fatto accanto all’umano.

In questo contesto, credo che il vero problema della trasformazione digitale sia la “datificazione” della realtà. Papa Benedetto XVI diceva che nel momento in cui l’essere umano diventa numero, diventa il numero della bestia, cioè di Satana. Lui faceva riferimento ai campi di concentramento e a tutte quelle situazioni in cui l’essere umano è stato ridotto a numero proprio per cancellare il suo essere persona. La realtà che diventa numero deve essere guardata con attenzione e preoccupazione perché non è detto che il numero riveli la realtà nella sua pienezza e nella sua totalità: molto banalmente gli emarginati, gli ultimi, non rientrano all’interno dei radar che normalmente determinano la datificazione. Se io sono povero e non ho lo smartphone non esisto per i decisori politici, non esisto per i decisori economici, non esisto per nessuno. E quindi sono ancora più escluso perché sono numericamente inesistente, non rientro addirittura più nemmeno nelle statistiche. Questo aspetto della trasformazione digitale va in qualche modo governato: sia nell’acquisizione del dato, che nella sua gestione e manipolazione.

Questa sua ultima riflessione fa venire in mente il classico di Alvin Toffler, Future Shock (Random House, 1970), in cui l’autore spiegava come la velocità sempre più crescente dello sviluppo tecnologico finisse per lasciare indietro le generazioni e le classi sociali a cui mancano gli strumenti per leggerne l’evoluzione.

La trasformazione digitale è un processo in itinere e quindi non è poi così semplice capire tutte le sue implicazioni future. Leggendo le ultime statistiche, ad esempio, scopriamo un risultato sorprendente: anche i ventenni si stanno cominciando a ritirare dalla sfera digitale, hanno mollato Facebook e sono troppo maturi per TikTok, qualcuno comincia a usare Linkedin, ma limitatamente al mondo del lavoro.

Io sono convinto di una cosa, e questo di nuovo è un dato teologico: ovunque si andrà a parare, non potremo allontanarci troppo da quello che è l’essere umano. Quando è nato il mondo elettronico di Second Life in molti hanno profetizzato la fine delle relazioni sociali. Anche tra gli ecclesiastici, era molto in voga l’idea di creare delle parrocchie in questo universo virtuale. Ma la forza dell’umano - che è poi anche la sua debolezza - è proprio quella di essere una persona; possiamo avere tutti gli avatar di questo mondo ma, alla fine, un bacio è un bacio, e a vent’anni ho bisogno di un bacio. L’umanità è irriducibile al dato, al virtuale, all’immateriale, a tutte le corbellerie che lo Zuckerberg di turno può inventare. Il problema vero è che siccome non potremo mai andare troppo lontano dall’umano, si sta cercando di meccanizzare il più possibile l’umano, per ragioni di semplificazione e omologazione.

L’ultima domanda riguarda la città di Torino: a settembre 2020, il Governo ha selezionato Torino per ospitare l’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale. A lanciare la sfida siete stati proprio lei e l’Arcidiocesi di Torino poco prima dell’estate. Cosa ha motivato questa decisione di assumere un ruolo di primo piano e, soprattutto, che cosa si aspetta dal nuovo istituto?

Papa Giovanni XXIII aprendo il Concilio Vaticano II diceva che la Chiesa è esperta di umanità. Come tale, può rendere un servizio al bene comune portando un contributo di pensiero alla trasformazione digitale. E Torino ha alcune carte in regola per diventare il centro di questa riflessione. Per la sua storia: la città rappresenta infatti una punta avanzata sui temi etici e valoriali del mondo del lavoro. Al pari di altri territori, ha eccellenze accademiche e di impresa ma ha anche uno sguardo tutto particolare alle tematiche sociali del mondo del lavoro, sia dal lato ecclesiale che da quello politico. La digitalizzazione è prima di tutto una transizione da una modalità di lavoro ad un’altra e come tale ha anche dei costi umani. Se noi applicassimo dall’oggi al domani l’automazione, molti disoccupati non potrebbero essere riassorbiti dal sistema con immediatezza. Torino può portare un grande contributo all’elaborazione su questi temi.

Per fare ciò, l’aggettivo nazionale del futuro Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale non deve restare una semplice connotazione geografica. L’aggettivo “Italiano” simboleggia infatti un patrimonio di radici e di valori, significa coniugare la civiltà latina con la civiltà greca, significa il Rinascimento e il Risorgimento, significa certamente la cultura cattolica, significa l’umanesimo di cui siamo stati portatori. L’Intelligenza Artificiale sarà veramente italiana se sapremo trasfondere nelle macchine un’algoretica – come dice il mio amico Paolo Benanti - capace di trasformare in codice binario il nostro patrimonio etico e culturale.

E questo è solo il punto di partenza: Torino deve diventare un centro europeo dell’intelligenza artificiale, riportando al cuore dell’Europa quel bagaglio culturale che l’ha fatta diventare un continente. Oggi mi sembra che questo bagaglio culturale sia stato messo da parte, importando tanto da Oriente quanto da Occidente modalità di vivere la società e l’umano che non ci appartengono. Riportare i valori della cultura Europea al centro della riflessione sulla transizione digitale ci aiuterà a tornare di nuovo grandi, non nel senso di potenza e ricchezza, ma come civiltà matura capace di assumersi le proprie responsabilità.