L’intelligenza artificiale e l’economia di impatto Rischi e opportunità legati alla “nuova Internet”

Boella, docente e fondatore di Sipeia: “Una tecnologia energivora ma che può dare benefici all’ambiente. L’Italia delle Pmi svantaggiata rispetto alle grandi imprese che possono permettersi capitali e competenze”. 

Don Peyron: “Niente paura, ma è uno strumento che genera cultura dunque non neutrale. Va governato. Può aiutare il Terzo settore nelle sfide sulla solidarietà e l’inclusione”

Mentre a Torino dopo un lungo “stop and go” decolla la Fondazione AI4industry – il primo Centro per l’intelligenza artificiale in Italia che per ora il governo ha voluto concentrato su due missioni che sotto la Mole hanno terreno fertile: l’automotive e l’aerospazio – una serie di ricerche danno una misura di quanto valga questo nuovo settore dell’economia. Il rapporto Anitec-Assiform ha stimato il mercato italiano dell’AI nel 2023 in 570 milioni, destinati a diventare un 1,2 miliardi tra due anni. Briciole se si tiene conto che il valore di mercato mondiale dell’AI è di 135 miliardi. Ma è la crescita che fa ben sperare: gli esperti valutano una performance del 30 per cento l’anno. Marco Gay, presidente di Confindustria Piemonte – che invita a non parlare dell’AI come di una tecnologia d’avanguardia, semmai di un “futuro prossimo” – spiega il prossimo passo: entrare nelle filiere industriali. La “nuova Internet” sarà dunque un nuovo anello (fondamentale) dei processi produttivi.

Ma viene da chiedersi quale possa essere l’effetto dell’AI nell’economia di impatto. Guido Boella, docente all’Università di Torino e fondatore di SIpEIA, la Società italiana per l’etica dell’intelligenza artificiale, dice che «Di sicuro è una tecnologia che permette di ottimizzare molti aspetti della produzione. Dunque può aiutare le imprese nel rendere più efficiente il ciclo di lavorazioni. Con un risparmio di risorse energetiche e quindi benefici anche sul fronte ambientale». Ma subito precisa: «Per contro c’è un impatto negativo. L’AI oggi come oggi è una tecnologia energivora. Basta un piccolo esempio per darne un’idea: una domanda a chatGPT brucia l’energia che serve per la ricarica di uno smartphone. Due gli inconvenienti: il grande consumo di acqua e di energia. E spesso non si tratta di energia ricavata da fonti rinnovabili ma di origine fossile. La prova è nel recente record di consumi di carbone da parte della Cina. La speranza è che con l’evoluzione dei server e, in generale, dei processi che stanno dietro l’AI vada a ridursi il consumo di energia».

Molto dispendiosa è la fase di apprendimento dell’AI. ChatGPT è riuscita là dove altre aziende avevano fallito semplicemente puntando su una scala più grande. Che però vuol anche dire consumi più elevati. Ma è solo questione di tempo e poi si riuscirà a ridurre l’impatto energivoro dell’AI”. Quando, però, adesso come adesso è ancora un punto interrogativo.

Boella sottolinea un altro nodo, tutto italiano: «La spina dorsale della nostra economia è fatta da piccole e medie imprese. Proprio la dimensione piccola rende difficili i processi di digitalizzazione avanzata. Però ci sono strumenti pronti a supportare le Pmi. L’Unione Europea per esempio ha affiancato ai contributi a pioggia per sostenere le imprese verso l’intelligenza artificiale 250 European Digital Innovation Hub». In Italia sono 13 legati cofinanziati dall’UE e più di 20 collegati solo al PNRR. Questi sportelli unici – “One shop stop” – ricevono i soldi da Bruxelles e forniscono servizi gratuiti o agevolati a supporto nei processi di riqualificazione digitale. L’obiettivo finale dell’Europa è facilitare una doppia transizione: tecnologica e ecologica. Per inciso Boella sottolinea che il Piemonte in quanto a questo tipo di centri «è messo bene». Sono quattro in tutto: due gestiti da UniTo, e due dal Competence center CIM4.0.

Resta però da valutare l’aspetto sociale della “nuova Internet” come la definisce Gay. Può essere socialmente sostenibile? Boella intravede un rischio concreto: «Vista la scala di investimenti, si può arrivare a una disuguaglianza assai ampia tra le grandi aziende che possono permettersi capitali e competenze e il resto delle imprese». E non è finita: «Poi bisogna capire qual è l’impiego che si immagina dell’intelligenza artificiale: per affiancare i lavoratori che ci sono o per sostituirli? Perché se vince la seconda ipotesi ci troviamo di fronte a un taglio di posti di lavoro e dunque a costi sociali importanti da mettere in conto». Dinamiche di mercato che si possono applicare anche a un settore come quello della sanità. Ancora Boella: «L’AI viene impiegata per affiancare i medici, consentendo di migliorare le prestazioni o sarà utilizzata per sostituire i medici con delle macchine che fanno diagnosi?». E aggiunge: «Ma è un discorso che investe anche la cultura e l’informazione: l’intelligenza artificiale sfrutta per il suo lavoro articoli, saggi, libri coperti da copyright. Il rischio che i diritti dei lavoratori vengano abbassati è concreto. Ecco perché occorre un utilizzo consapevole e etico dell’intelligenza artificiale. Oltreché sicuro».

Don Luca Peyron, direttore dell’Apostolato digitale della diocesi di Torino e l’uomo che per primo ha lanciato l’idea di Torino capitale dell’intelligenza artificiale, dice che ai dibattiti ogni volta che si parla di intelligenza artificiale spunta l’elenco delle criticità. Tutti terribilmente spaventati da questo moderno Moloch. «Eppure è una tecnologia generale come l’elettricità o il motore a scoppio. Può essere utilizzata ovunque. La differenza è che è una tecnica che genera cultura. Dunque non neutrale. Ma non si tratta di dare disco verde o rosso al suo utilizzo». E che aiuto può dare al mondo del terzo settore? «Detto che non nasce con questo fine, imprese sociali e Terzo settore devono essere capaci di usarla al meglio per diffondere principi cardine come la solidarietà, l’inclusione, la difesa delle fragilità». Questione di algoritmi insomma. Dipende da come li educhiamo, cioè dai dati che gli diamo “da mangiare”.

Don Peyron aggiunge: «Il carico etico e valoriale è quello che fa la differenza anche dal punto di vista imprenditoriale. Se costruiamo macchine che non rendono l’uomo più contento di essere sé stesso saranno macchine che non comprerà nessuno. Ma tutto questo a patto che avvenga in un contesto in cui c’è democrazia. Oggi non è così: come hanno sottolineato alcuni giuristi, viviamo un periodo neofeudale dove la democrazia è sospesa perché in mano a poche grandi imprese che gestiscono le nuove tecnologie. Quindi bisogna prima sanare questo vulnus».


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Come la Luna ci parla di Maria e della Chiesa

 

Il satellite terrestre, simbolo di purezza, è stato sempre accostato all'Immacolata. Ma dopo la scoperta dei crateri da parte di Galileo? Un “legame” da riscoprire nel mese mariano (con 5 fasi lunari)


È l’anno 1100, e in “Las Cantigas de Santa Maria” Alfonso X, sovrano di Castiglia e Leon, rende omaggio a Maria con queste parole: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via». In Spagna e altrove prende piede la tradizione che rende maggio mese della Vergine Maria. Cinquecento anni dopo, tra il 1609 ed il 1610, Galileo, sempre lui, punta il suo cannocchiale verso il cielo e vede quello che nessuno, prima di lui, aveva visto in quel modo. Lo racconta in una lettera a un amico: «Io mi trovo al presente in Venezia per far stampare alcune osservazioni, le quali col mezo di un mio occhiale ho fatte ne i corpi celesti; e sì come sono d’infinito stupore, così infinitamente rendo grazie a Dio, che si sia compiaciuto di far me solo primo osservatore di cose ammirande e tenute a tutti i secoli occulte».

La realtà è superiore all’idea, nelle cose della vita e nelle cose della fede. Nel 1611 le scoperte di Galileo arrivarono al Collegio Romano dove studiano i gesuiti. Tra gli altri a Maffeo Barberini, futuro papa Urbano VIII. In quello stesso anno nella cupola della Cappella Paolina il pittore toscano Ludovico Cardi, detto il Cigoli, ha rappresentato la Vergine Maria in modo rivoluzionario. Ludovico è amico di Galileo, ne apprezza l’operato, e la Luna che dipinge ne è la prova. Essa, posta come da tradizione ai piedi della Madonna, ha per la prima volta nella storia dell’arte delle macchie. I crateri che Galileo ha intravisto con il suo cannocchiale. Il Papa regnante, Paolo V Borghese, approva il dipinto che sovrasta quello che dovrà diventare il suo mausoleo. E anche dopo il processo a Galileo il dipinto è rimasto, non è stato cancellato o corretto, regnante Urbano VIII e i suoi successori.

Dobbiamo ricordare che la Luna e l’Immacolata, la Luna e la Chiesa, vengono da sempre accostate: un disco bianco per rappresentare che esse sono senza ferite, senza rughe. Ma Galileo ci ha mostrato che la Luna, invece, le ferite le ha eccome, secoli dopo le avremmo esplorate, addirittura visitate. E dato a ciascuna il nome delle donne e degli uomini che hanno illustrato la storia umana.

Questo mese di maggio 2024 è del tutto particolare dal punto di vista astronomico: invece delle consuete 4 fasi, questo mese se ne verificano 5. La Luna all'ultimo quarto, dunque, che apre il mese, tornerà poi anche per chiuderlo. È ancora possibile allora accostare la Luna alla Vergine Maria? Certamente sì, anzi ancora di più. La Luna bianca diceva purezza, assenza di peccato. Ma la Luna con i crateri? Dice tutta l’umanità di Maria, dice tutta la bellezza di una donna che, senza peccato, ha accettato che il male la ferisse – la spada di cui parla Simeone al tempio – per partecipare nel modo più vero e autentico alla storia della salvezza. Che dire della Chiesa? Non è forse santa e nello stesso tempo peccatrice? L’intuizione dei Padri dei primi secoli di accostare la Luna a Maria e alla Chiesa non solo non è sconfessata dalla scienza, al contrario, ci aiuta a comprendere fino in fondo il senso della fragilità umana di entrambe, della bellezza della nostra fragilità che ha bisogno di amore. Solo una fragilità accolta può permettersi di accogliere davvero la salvezza, nel caso di Maria addirittura il Salvatore stesso, dandogli un volto. Sì, perché il volto di Gesù è nelle fattezze umane quello di Maria. E sulla croce è un volto sfigurato e martoriato, come il volto della Luna.

Il nostro satellite naturale ci ricorda ogni notte che il male esiste, ci colpisce, ci ferisce, ci segna, ma non è la fine di tutto, non certo il fine di Dio. Se accostiamo la Luna alla Vergine Maria possiamo infatti andare oltre, e dire che il male non è una punizione divina, come tanto spesso si sente dire. Il male è parte della finitezza umana, della natura. Il male è anche frutto degli esseri umani che cedono al peccato e non alla Grazia. Ma anche costoro dalle sue piaghe possono essere guariti, anche loro sotto la croce sono stati affidati a Maria. Perché la Luna, come il Sole, splende per i buoni come per i cattivi. Per illuminare la via dei secondi così che tornino ad essere come i primi. Questo mese con una falce di luce in più.


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XXII Giornata della Formazione Manageriale ASFOR

La Giornata della Formazione Manageriale è l’evento annuale che Asfor – Associazione Italiana per la Formazione Manageriale dedica ai temi più attuali della cultura d’impresa e al ruolo della management education quale leva per lo sviluppo e per la comprensione della complessità e degli scenari evolutivi che coinvolgono persone e organizzazioni.

La XXII edizione della Giornata, intitolata “IA, impatto sociale e apprendimento organizzativo. Cosa cambia nella cultura e nella formazione manageriale?” si terrà a Torinomercoledì 19 giugnodalle ore 9.15 alle 13.30ospitata da Cottino Social Impact Campus (Corso Castelfidardo 30/A-Torino).

Un argomento di forte attualità: negli ultimi mesi, infatti, sia l’Europa che l’Italia si stanno interessando al tema. La Commissione europea ha prodotto la prima legislazione mondiale sull’Intelligenza artificiale e anche il governo italiano è pronto ad approvare il suo regolamento.


La Giornata del 19 giugno sarà l’occasione per analizzare queste e tante altre novità, offrendo spunti di riflessione utili per lo sviluppo e l'applicazione dell’intelligenza artificiale, nel consueto dialogo tra mondo accademico, imprenditoria e professionisti della formazione


Partner della Giornata, i Soci Cottino Social Impact, ISTUD Business School, SAA School of Management.

Il confronto si svilupperà attraverso tre sessioni:
- I Sessione | L’essere umano di fronte all’intelligenza artificiale: alla ricerca di un punto di equilibrio
- II Sessione | IA, sviluppi tecnologici e questioni umane
- III Sessione | Generative AI: trasformazione delle competenze, impatto sociale. Quali implicazioni per la formazione manageriale?

Nel corso della mattinata, sarà conferito l’ASFOR Award for Excellence 2024.

Come ogni anno, la Giornata ASFOR sarà un importante momento di confronto della comunità italiana della management education che si riunirà per sviluppare un concreto dialogo tra mondo accademico, imprenditoria e professionisti della formazione.

A seguire, nel pomeriggio il Workshop, aperto a tutti, sull'impatto sociale delle Scuole di Management e delle Corporate Academy.


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Intelligenza artificiale: Radio Vaticana-Vatican News e Santa Croce, da martedì 14 maggio on line il podcast “Anime digitali”

All’indomani della 58ª Giornata mondiale per le comunicazioni sociali, celebrata domenica 12 maggio sul tema: “Intelligenza artificiale e sapienza del cuore: per una comunicazione pienamente umana”, Radio Vaticana-Vatican News e la Pontificia Università della Santa Croce presentano il podcast “Anime digitali: come l’intelligenza artificiale potrebbe cambiare la nostra vita”. Cinque episodi, on line da martedì 14 maggio, scritti da Giovanni Tridente, docente presso l’Ateneo pontificio,  e curati dalla redazione podcast dei media vaticani. “Il mondo dell’informazione, e più in generale quello della comunicazione, è fortemente sollecitato dallo sviluppo e dalle possibili applicazioni della cosiddetta intelligenza artificiale – sottolinea Massimiliano Menichetti, responsabile di Radio Vaticana-Vatican News  –, un’influenza che si riflette in modi diversi in vari Paesi del mondo. Questo podcast rappresenta un laboratorio d’incontro che cerca di fondere aspetti tecnologici, etici e scientifici mantenendo sempre al centro la persona. Un modo per confermare la nostra mission: non lasciare mai nessuno da solo portando la Luce della Speranza in ogni ambito e cercando sempre di favorire una chiave di lettura capace di promuovere il confronto e la crescita”.

Dopo aver chiarito, nel primo episodio, i termini della questione – “Cos’è l’intelligenza artificiale? Da quando la utilizziamo? Perché è urgente riflettere sui suoi sviluppi?” -, gli altri quattro sono dedicati a indagare con il contributo di esperti i cambiamenti già in atto, grazie all’incremento dell’utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale, in settori chiave come il lavoro, l’informazione, la medicina, l’accessibilità e l’educazione. Ospiti degli episodi sono professionisti dei vari settori come Stefano Da Empoli (Istituto per la competitività), Barbara Carfagna (Rai), Eugenio Santoro (Istituto Mario Negri), Roberto Scano (Iwa Italy), Paola Severino (Università Luiss), Luca Sambucci (Notizie.ai), Nicola Bruno (Open the Box) e don Luca Peyron (Arcidiocesi di Torino). 










Gli episodi del podcast “Anime digitali: come l’intelligenza artificiale potrebbe cambiare la nostra vita” saranno on line dal 14 maggio, ogni martedì, su vaticannews.va al link www.vaticannews.va/it/podcast/rvi-programmi/anime-digitali.html e sulle principali piattaforme audio. Autore del podcast è Giovanni Tridente, docente presso la Facoltà di Comunicazione Sociale e Istituzionale e direttore della comunicazione presso la Pontificia Università della Santa Croce. La realizzazione editoriale e tecnica è a cura di Fabio Colagrande, Benedetta Capelli e Amedeo Lomonaco, della redazione podcast di Radio Vaticana-Vatican News.



















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Intelligenza Artificiale come risorsa o come paura?


Quando un oggetto diventa soggetto delle prime pagine dei quotidiani generalmente significa che è diventato parte della nostra realtà quotidiana. Così è dell’intelligenza artificiale[1]. Per poterne dare una qualche valutazione dal punto di vista pastorale e teologico, specialmente in relazione alla questione del limite, è necessario indagare anche solo brevemente alcuni dei suoi fondamenti per averne un sufficiente quadro condiviso[2]. L’intelligenza artificiale (IA) è un tipo di tecnologia che in letteratura viene definita general pourpose (a scopo generale)[3]. Questa locuzione si riferisce a tecnologie o sistemi che sono progettati per essere utilizzati in una vasta gamma di applicazioni, piuttosto che per uno scopo specifico. Esse sono flessibili e versatili, in grado di adattarsi a vari contesti e soddisfare diverse esigenze; tendono ad avere un’ampia base di utenti e sono adottate in molti settori differenti. La remunerabilità di queste tecnologie fa sì che siano oggetto di permanente e continua innovazione per il miglioramento di prestazioni, efficienza ed efficacia, ed ampliamento dello spettro di utilizzo. Alcune delle grandi tecnologie general purpose sono la ruota, la stampa, la macchina a vapore, l’elettricità sino a giungere al computer, Internet ed il telefono cellulare. Le caratteristiche sociologiche di questo tipo di tecnologie ed il senso che esse incorporano, proprio perché a carattere generale, si riverberano generalmente sulla cultura del tempo in cui esse nascono e si diffondono, così da segnare un’era. Esiste una società della macchina a vapore, una società elettrica, una società del telefono e via dicendo. Possiamo affermare che oggi esiste una società dell’intelligenza artificiale, una società e quindi una visione antropologica ed economica legati a filo doppio con questo tipo di macchina, in un rapporto biunivoco molto stringente ed immediato. La genesi storica dell’intelligenza artificiale ci aiuta ad aggiungere ulteriori elementi. I primordi dell’IA si possono far risalire alla metà del XX secolo, un periodo in cui scienziati, matematici e filosofi iniziarono a teorizzare e a costruire i primi modelli che potessero simulare aspetti dell’intelligenza umana. La nascita formale viene generalmente attribuita alla conferenza di Dartmouth del 1956, un evento che riunì eminenti ricercatori interessati a scoprire se le macchine potevano imparare e risolvere problemi autonomamente. Prima di Dartmouth, c’erano già stati importanti sviluppi che avevano posto le basi per l’IA. Ad esempio, Alan Turing, con la sua macchina di Turing, un modello astratto di computer, ha fornito una base fondamentale per la teoria della computazione. Nel 1950, con la pubblicazione di “Computing Machinery and Intelligence[4], propose il test che poi prese il suo nome come criterio per giudicare se una macchina sia o meno intelligente, aprendo di fatto il dibattito sulla possibilità che le macchine possano pensare. Ma già in precedenza negli anni ‘40 e ‘50, Norbert Wiener formulò i primi principi della cibernetica, studiando i sistemi di controllo e di comunicazione negli esseri viventi e nelle macchine, che influenzò significativamente lo sviluppo iniziale dell’IA[5]. Questi primi passi erano fortemente caratterizzati dall’ottimismo e dalla convinzione che la comprensione dell’intelligenza e la sua replicazione in macchine fossero imminenti. Tuttavia, le sfide erano enormi, e la complessità dell’intelligenza umana si rivelò molto più grande di quanto inizialmente si pensasse. Questo portò a periodi alternati di entusiasmo e scetticismo, noti come “inverni dell’IA”, durante i quali il finanziamento e l’interesse subirono significative fluttuazioni. Il punto di partenza di tutto questi studi gravitava, ed ancora oggi gravita, sull’idea che l’essere umano è una macchina e, dunque, sia ontologicamente possibile costruire macchine che gli sono simili se non uguali, o addirittura capaci di migliorarlo, di superarne i limiti. In questa visione l’unico problema che si pone è il tempo e con esso complessità e scoperte ancora da fare. Non si tratta di decidere se sia possibile, ma solo quando questo avverrà[6]. Un terzo aspetto da tenere a mente riguarda la natura umana in sé considerata. Il successo di una tecnologia non dipende solo dalla sua capacità di risolvere efficacemente un problema tecnico o di essere un fattore di sviluppo e di progresso. Il successo di una tecnologia e la sua diffusione dipendono anche da quanto essa sia capace di incorporare vere o presunte risposte ai bisogni di senso dell’essere umano, della sua indole propria, della sua paura intrinseca del limite e della sua natura che lo porta a voler trascendere i limiti[7]. La tecnologia che ci ha portato sulla Luna può essere un buon esempio e, per venire all’oggi, possiamo guardare al successo dei social media anche come conseguenza della natura relazionale dell’umano spiegata nel lessico delle funzioni che ne hanno fatto la fortuna. Condividi e mi piace sono due “bottoni” che accendono il nostro profondo, prima di un circuito virtuale. Anche per questo ci piace pensare che una macchina possa essere intelligente, ci lasciamo volentieri ingannare da una locuzione che è del tutto imperfetta e per molti aspetti non esatta, perché la macchina intelligente non lo è e, verosimilmente, mai lo sarà. Ma dirlo ci consola, ci rende padri e madri fieri della propria prole intellettuale, pronti a delegare fatiche e responsabilità alla creatura. Tutto questo che impatto sta avendo nella società e nel pensiero occidentale? Reazioni ambivalenti. Da un lato un entusiasmo a tratti ingenuo, dall’altra paure anche piuttosto irrazionali. Si passa da deliri cyborg non scevri da afflati messianici, secondo cui l’intelligenza artificiale è dono dello Spirito Santo concesso per andare oltre tratti significativi della finitezza umana a chi, sull’altro versante, teme un’apocalisse robotica che sterminerà il genere umano non ritenuto più efficiente.

Come interpretare dunque in modo equilibrato questo cambiamento d’epoca? Sono possibili due ordini di considerazioni, un primo ordine ad intra ed un secondo ad extra che vivono in una dinamica circolare di rispettiva influenza. Nel primo ordine possiamo collocare le attenzioni pastorali rispetto alla vita della Chiesa ed il suo governo, a cominciare dallo stesso fatto credente, per andare all’annuncio del Vangelo e la sua testimonianza concreta. Nel secondo ordine collochiamo il dialogo Chiesa – mondo rispetto all’orientamento da dare a questa metamorfosi, le questioni sociali che suscita, il modello economico e lavorativo che suggerisce sino al portato di sapienza che Scrittura e Tradizione possono guadagnare alla riflessione di ordine filosofico ed antropologico che l’intelligenza artificiale richiede. Proviamo a delineare alcuni elementi di intersezione che possono dare qualche criterio di discernimento e motivo di ulteriori considerazioni da parte del lettore.

Il primo snodo è l’intreccio tra desiderio e vocazione. L’umanità ha sempre cercato di superare i propri limiti fisici ed intellettuali, spinta da un desiderio di esplorazione, espressione di sé e realizzazione. Questi desideri non sono statici; si evolvono con la società e con l’individuo, spingendo continuamente in avanti o altrove i confini di ciò che consideriamo possibile o desiderabile. Dall’altro lato, c’è la vocazione umana: il nostro impulso intrinseco verso la crescita, l’apprendimento, l’empatia, la collaborazione e soprattutto l’anelito tipicamente figliale di compimento nel Padre, nella pienezza del divino che ci è partecipato. La vocazione umana ci orienta verso la ricerca di significato, l’autorealizzazione e la relazione con gli altri, sino alla ricerca dell’Altro. Questa dimensione umana va ben oltre il puro calcolo o la logica, abbracciando la complessità delle emozioni, delle generatività, del significato e del senso sino a compiersi nell’anelito alla trascendenza. Al centro di questo crocevia c’è oggi il “risultato tecnico”, ovvero le macchine che creiamo, le intelligenze artificiali che sviluppiamo e le tecnologie che perfezioniamo. Queste non sono entità isolate; sono profondamente intrecciate con i nostri desideri e la nostra vocazione. Le macchine sono progettate da umani, per umani, e riflettono le nostre aspirazioni, i nostri valori e i nostri limiti. I nostri peccati ed il bisogno che tutto sia redento. Il rapporto umano-macchina a livello pratico pone la questione di come le macchine possano soddisfare i nostri desideri di efficienza e produttività, aiutandoci a superare i limiti fisici e intellettuali. Come questo può avvenire custodendo il nostro proprio umano, salvaguardando la dignità della persona, l’equilibrio sociale e quello delle risorse? Il rapporto pone poi un livello più profondo e sfumato, dove esploriamo come le macchine possono risuonare con la nostra vocazione, influenzando il nostro modo di imparare, di connetterci con gli altri e di esplorare il mondo. Anche di credere e sperare. In questo orizzonte preziosa è la lezione di Benedetto XVI la cui riflessione ci permette di illuminare una relazione che deve essere dinamica e non di antagonismo. Il rapporto umano-macchina, umano – intelligenza artificiale, diventa un terreno fertile per esplorare la nostra umanità, per riflettere sui nostri desideri più profondi e sulla nostra vocazione ultima. Le macchine, strumenti delle nostre mani e menti, devono quindi essere viste non come rivali, ma come compagni in questo viaggio, aiutandoci a realizzare il nostro potenziale e a rispondere alla nostra chiamata a una pienezza di vita che trascende il materiale e il tecnologico. La “partita” nel rapporto umano-macchina, secondo il pensiero di Benedetto XVI, si gioca su un campo che va ben oltre la mera efficienza tecnica: si tratta di una partita che interroga il cuore stesso dell’esistenza umana, invitandoci a considerare come la tecnologia possa servire non solo i nostri desideri immediati, ma anche la nostra vocazione più profonda verso il bene, la verità e la bellezza[8]. In sintesi possiamo dire che vi sarà sviluppo autentico nella misura in cui la macchina è a servizio del desiderio umano di umanizzarsi, è a servizio della vocazione umana in quanto tale, strumento di discernimento fondativo rispetto ai diversi possibili desideri umani[9]. Dal punto di vista pastorale tutto ciò significa la bellezza e l’onore di assumere alcune responsabilità.

La prima responsabilità è di carattere educativo e formativo che si armonizza con una corrispondente responsabilità di carattere teologico e speculativo. È necessario uno studio approfondito di questi temi sia dal punto di vista della teologia fondamentale così come dell’antropologia teologica a cui deve accompagnarsi una decisa riscoperta della metafisica. Si deve mettere al riparo tanto l’essere umano quanto, non sembri un paradosso, la macchina. Il valore potenziale di umanizzazione e di assistenza che l’intelligenza artificiale può dare allo sviluppo umano è enorme. Superare tutti quei limiti che è vero, buono e giusto superare, è una specifica missione dell’essere umano, chiamato a dare il nome alle cose ed amministrare il creato nel modo migliore possibile. Il potere computazionale può essere molto validamente messo a servizio di tutto ciò, con una capacità trasformativa in positivo grande, perché una tecnologia generale può essere un vettore generale di maggiore giustizia, verità, solidarietà e sviluppo. Una robusta teologia può restituirci una altrettanto robusta teleologia che ci consegni un orizzonte chiaro e netto che permetta di sfruttare al massimo l’intelligenza artificiale restando in equilibrio saggio e dinamico tra conservazione ed innovazione. Il rischio che corriamo, nella polarizzazione, è quello di tarpare le ali all’AI o al contrario lasciare campo libero a chi se ne potrebbe servire per azioni ingiuste ed antiumane. Basti qui ricordare l’incipit di un decreto conciliare ancora oggi significativo rispetto a questi temi: Inter mirificaTra le meravigliose invenzioni tecniche annunciava il Concilio. Le attenzioni rischiano sempre di far venire meno la meraviglia, la gratitudine, il discernimento offuscato da un ottuso immobilismo che non conserva, ma uccide. Se saremo in grado di mettere al primo posto il desiderio di umanizzare la nostra condizione per offrirla al suo compimento, questo renderà possibile maneggiare l’intelligenza artificiale in modo proprio e consono, curioso ma attento, propositivo e prudente. Gioverebbe recuperare del Concilio non solo le parole, ma soprattutto lo spirito, non solo le spinte innovative, ma anche la saggia consapevolezza di come custodire il tesoro dal vetera. La seconda responsabilità è valutare le forme con cui attuare tutto questo. Il tempo che viviamo sembra riporre molta fiducia nell’idea che strumenti di tipo regolatorio possano essere la soluzione migliore e più efficace[10]. Dissento da questa posizione perché è storicamente piuttosto evidente che la regola da sola non forma la società e non la dirige verso i fini per i quali essa si costituisce come tale. Anche la narrazione biblica va nella stessa direzione. Possiamo in qualche modo leggere in questa forma la continua polemica tra Gesù e il mondo farisaico. La formazione della coscienza e delle coscienze mi pare, invece, via più promettente, in un dialogo molto più serrato e generativo tra le generazioni e, piuttosto, con una visione globale non più improntata esclusivamente alla massimizzazione del profitto ed all’efficientismo di cui il paradigma tecnocratico è sempre latore[11]. Un buon punto di partenza sarebbe quello di ripensare il sistema economico troppo orientato al breve termine ed all’immediata remunerazione del capitale. L’intelligenza artificiale è un investimento efficace se accompagnata con una visione che custodisca il vero capitale, quello umano, senza il quale, a lungo termine, l’efficacia immediata della macchina si spegne e si distorce. Dal punto di vista intraecclesiale significa una maggiore cognizione di causa degli operatori pastorali e dei pastori, una conoscenza non superficiale delle questioni in gioco da parte dell’episcopato ed una risposta, anche nell’organizzazione degli ambiti pastorali, che tenga conto di questa rivoluzione per sostituzione. Il Magistero lo ha chiaramente chiesto con lungimirante capacità profetica e prima che tutto questo assumesse le proporzioni odierne[12]. Occorrono nuove alleanze pastorali che svecchino schemi ormai davvero troppo datati per cui ai giovani si chiede solo e sempre di farsi presenti nella compagine ecclesiale con ruoli raramente centrati sulle loro effettive competenze o conoscenze e sulla loro capacità di pensare. Per dirla con una battuta oltre al cortile è venuto il momento di farli salire nella stanza dei bottoni.

Il secondo snodo decisivo riguarda la natura stessa della macchina e quella dell’essere umano. L’intelligenza artificiale ci sta restituendo molti interrogativi che per decenni la società ha smesso di porsi. Chi siamo? Che cosa è l’essere umano? Il fatto di aver ascritto ad un artefatto capacità di esclusivo dominio umano, quali l’intelligenza prima e la creatività poi, pone questioni di carattere filosofico ed etico classiche, ma del tutto inedite rispetto a questa stagione della storia[13]. Questioni che di contro la tradizione ecclesiale non ha smesso di custodire ed analizzare. Che l’essere umano non sia una macchina e che la sua differenza con la macchina sia ontologica e non fenomenica ci è ben chiaro sin dal libro della Genesi. Ma chiaro non lo è stato per i nostri contemporanei convinti che la questione fosse poco più di un divertimento intellettuale. Oggi, invece, la questione si pone di continuo e può rappresentare un kairòs non banale. Un servizio al mondo, oggi atteso ed importante. L’essere umano crea macchine a sua immagine e somiglianza facendogli vivere l’ubris creatrice di Dio[14] e così esponendolo ai rischi propri dell’idolatria, rinvigorendo i tratti disumanizzanti del peccato originale. L’intelligenza artificiale non è più un idolo muto, ma parla ed anche molto bene, e promette faville se solo siamo disposti a adorarla, salvezza da qualunque pinnacolo noi si desideri lanciarci, metamorfosi in ben più che pane del suo essere effettivamente pietra. Affinché la Chiesa possa partecipare attivamente a questo dialogo culturale, offrendo una visione che possa aiutare a governare questi processi, è necessario recuperare alcuni aspetti riformulandoli in linguaggio corrente, e riguadagnare rispetto ad alcune precomprensioni in uno spazio pubblico consono. L’intelligenza artificiale quale segno dei tempi ci chiede di avere il coraggio di fare alcuni passi decisivi e definitivi. Azzardo alcuni esempi. Non è più tollerabile che nei nostri ambienti si trasmetta la fede continuando a perpetuare visioni teologicamente fasulle, ma tradizionalmente resistenti e socialmente devastanti. Un esempio su tutti le posizioni creazioniste dure che fanno del libro della Genesi un manuale di astrofisica e biochimica ed apologeticamente contrappongono la Scrittura a qualunque visione che tenta di spiegare il come e non il perché. Ogni volta che nelle nostre parrocchie qualcuno mette i sette giorni contro il big bang – ideato dal sacerdote Lamaitre peraltro – genera non un credente, ma un futuro ateo pronto ad essere divorato dall’idolatria della macchina. Urge poi passare definitivamente da un devozionismo magico e superstizioso ad una devozione sana ed autentica[15], consapevoli che il potere che usa il sacro che oggi stiamo perdendo non è affatto una perdita, ma un guadagno perché non ha nulla di santo. Abbiamo per secoli, in nome della lotta al modernismo ed allo scientismo, coltivato in casa un pensiero tanto magico quanto diabolico. Abbiamo trasformato la grazia di Cristo nel potere del genio della lampada, evocando segni superstiziosi e dimenticando quello di Giona. E così facendo ci siamo alienati intere generazioni, scavando un fossato tra fede, ragione, credo e scienza che i cui giacciono giovani e i giovani adulti, coloro che sono il futuro della Chiesa e, rispetto a questi temi, il futuro decisivo del mondo. Il pensiero scientifico, ed una teologia sana, ancorata ai padri che erano abituati a fronteggiare i miti magici del paganesimo, sono strumenti straordinari per affrontare le sfide tecnologiche di oggi e di domani ed un modo rinnovato di fare teologia. La scienza autentica, le verità della natura, ci possono aiutare a purificare la catechesi e la devozione, a non far dire alla Scrittura quanto la Scrittura mai potrebbe dire perché falso, mitico, magico. Il processo a Galileo era fondato non solo su di una cattiva scienza, ma anche su di una cattiva teologia. Mettere la terra al centro significa mettere al centro l’essere umano. Ma al centro ci deve essere il Creatore, non la creatura. Cristo, non noi. Cristo sole di giustizia, Cristo sole che sorge dall’alto. L’eliocentrismo, vero per natura, è vero anche per teologia, se la teologia si fa per bene, se la Scrittura si legge in modo appropriato. Questa digressione apparente ci serve a guadagnare un aspetto dirimente. Il tempo che viviamo è ossessionato dal dimostrare. Noi siamo abituati a vedere perché l’essenziale ci è stato rivelato, mostrato. Noi viviamo la relazione con Cristo, siamo portati al massimo a rivelarla per trasfigurazione, l’unico modo autentico per farlo. Noi vediamo e non siamo abituati, perché non ci serve, a dimostrare. Occorre fare uno sforzo per rendere ragione di quello che vediamo a coloro che non vendendo hanno bisogno di dimostrazioni. Occorre assumere e comprendere un linguaggio in cui tradurre quanto ci è stato rivelato in modo culturalmente accessibile, per alcuni tratti scientificamente dimostrato, consapevoli che la verità rende liberi e che cercare un orizzonte che contenga verità di provenienza diversa non è tradire ma semplicemente tradurre. Senza concordismi beceri, ma con una sapienza che accompagni sulla soglia del mistero, soglia che non si valica con gli strumenti della scienza, ma soglia su cui è possibile dare ragione di una antropologia, una ontologia ed una teleologia che possano essere condivise, possano essere considerate ed accolte come bene comune.

Una considerazione finale: l’intelligenza artificiale ci conferisce grandi poteri e possibilità nell’ordine dell’estensione. Attraverso la macchina posso trattare enormi quantità di dati ed attraverso essi agire. Tuttavia, l’intelligenza artificiale non conferirà mai la profondità della conoscenza. Per dirla in altri termini, la possibilità della profezia. Non può per le ragioni che le sono strutturali. Assenza di coscienza e dunque di possibilità di discernimento, capacità legate al senso comune, generosità. La macchina è esatta, l’umano non lo è. Questo che sembra un limite è, invece, la sua più grande risorsa. Perché lo costringe ad andare oltre anche quando non ne avrebbe la possibilità, la cognizione, la conoscenza. Crediamo perché siamo strutturalmente incapaci di spiegare tutto e misurare tutto, perché decidiamo continuamente senza aver tutto chiaro e definito. Il nostro limite è ciò che ci differenzia, in positivo, proprio dalla macchina. Il limite è il confine in cui scoprire la grandezza dell’umano e la sua capacità di pensare oltre il dato, oltre il passato ed il presente. Il limite è il luogo in cui incontrare la nostra divino umanità, come è accaduto sul Golgota ove la smania del controllo umano è stata salvata dall’amore impotente e inefficiente che consegna all’attesa l’incontro con il Salvatore autentico che fa risorgere.

Tratto da Orientamenti Pastorali n. 4 (2024). Tutti i diritti riservati.

[1] Accoto, Cosimo. “Intelligenza Artificiale: Una Provocazione Di Senso Planetaria.” FOR – Rivista per La Formazione, no. 3 (2024): 6–9

[2] Per una panoramica laica ampia si veda H. Trittin-Ulbrich, A.G. Scherer, I. Munro, G. Whelan Exploring the dark and unexpected sides of digitalization: Toward a critical agenda Organization, 28 (1) (2021), pp. 8-25

[3] Bresnahan, Timothy. “General purpose technologies.” Handbook of the Economics of Innovation 2 (2010): 761-791.

[4] Turing, A. (1950). Computing machinery and intelligence. Mind, LIX(236), 433–460

[5] Asprey, W. (1992) John von Neumann and the Origins of Modern Computing. Cambridge, MA: The MIT Press

[6] Cfr. M. Tegmark, Vita 3.0. Essere umani nell’era dell’intelligenza artificiale, tr.it. V.B. Sala, Raffaello Cortina, 2018, 47-51.

[7] Cfr. R. Bodei, Dominio e sottomissione. Schiavi, animali, macchine, intelligenza artificiale, Il Mulino, 2019 e R. Marchesini, Post- human. Verso nuovi modelli di esistenza, Bollati Boringhieri, 2002.

[8] Si veda sul punto il capitolo sesto dell’enciclica Caritas in Veritate.

[9] Tra i diversi spunti in ambito laico: Tarantino, Giovanni. “Riflessioni a partire dall'” impronta ecologica” dell’intelligenza artificiale: cambiamento climatico e intertemporalità dei diritti fondamentali.” Eunomia. Rivista di Studi su Pace e Diritti Umani 2 (2024): 75-92.

[10] Cfr. Sul punto e le diverse posizioni sul tema a livello europeo: Pagallo, Ugo, Jacopo Ciani Sciolla, and Massimo Durante. “The environmental challenges of AI in EU law: lessons learned from the Artificial Intelligence Act (AIA) with its drawbacks.” Transforming Government: People, Process and Policy 16.3 (2022); Stradella, Elettra. “La regolazione della Robotica e dell’Intelligenza artificiale: il dibattito, le proposte, le prospettive. Alcuni spunti di riflessione.” Media Laws 1.1 (2019): 1-20 e Novelli, Claudio, et al. “Taking AI risks seriously: a new assessment model for the AI Act.” AI & SOCIETY (2023): 1-5.

[11] Malavasi, Pierluigi. Educare robot? Pedagogia dell’intelligenza artificiale. Vita e Pensiero, 2019.

[12] Cfr. Francesco, Esortazione apostolica post sinodale Cristus vivit, 86-88.

[13] Floridi, Luciano. Pensare l’infosfera: La filosofia come design concettuale. Raffaello Cortina Editore, 2020.

[14] Julian Nida-Rümelin, Nathalie Weidenfeld, tr. It Giovanni Battista Demarta, Umanesimo digitale. Un’etica per l’epoca dell’intelligenza artificiale, Franco Angeli; 2019, 16.

[15] CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Direttorio su pietà popolare e liturgia. Principi e orientamenti, n. 8, Città del Vaticano 2002, 20. n. 56, 60


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"Intelligenza Artificiale". A San Maurizio due incontri sulla tecnologia che sta cambiando il mondo

Organizzati dalla Rettoria San Grato Vescovo di Malanghero con don Luca Peyron

Con chatGPT il tema relativo all'intelligenza artificiale è diventato prioritario in molti incontri come pure la preoccupazione di essere rimpiazzati dalle macchine, soprattutto nel mondo del lavoro.

"Intelligenza Artificiale: fonte di opportunità, rischi o minacce?" è il titolo dei due incontri in programma a San Maurizio Canavese giovedì 2 e venerdì 10 maggio, alle 21, nella sala congressi di Casa Marchini Ramello (via Bertone 17), organizzati dalla  “Rettoria San Grato Vescovo” di Malanghero.

Il relatore, don Luca Peyron, direttore della Pastorale universitaria di Torino, coordinatore del Servizio per l’Apostolato Digitale e docente di Teologia all’Università Cattolica, accompagnerà il pubblico nei due appuntamenti  proponendo riflessioni, opportunità e sfide legate a una scoperta relativamente nuova, che sta già rivoluzionando il quotidiano di tutti noi e della quale conosciamo una minima parte.

L’ingresso è gratuito, ma va comunicata la propria presenza ad una o ad entrambe le serate perchè il numero di posti a sedere è limitato.

Informazioni e prenotazioni al 346 7583401, anche tramite WhatsApp.


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