Intelligenza artificiale e volontariato: 5 domande da farsi prima di usarla

Don Luca Peyron, esperto di Intelligenza artificiale, ci invita a chiederci: «che bene c’è ad usare l’IA?». Pubblichiamo una riflessione in proposito, applicata al volontariato, di Rafael Patron, presidente del Comitato Tecnico-Scientifico AIPIA, Associazione Italiana Professionisti dell’Intelligenza Artificiale



L'intelligenza artificiale nel volontariato è già arrivata, quasi sempre dalla porta di servizio. Un volontario usa un assistente per riordinare il verbale dell’assemblea. Un altro gli chiede di sistemare il testo per il bando della fondazione, un terzo prepara così il post per la raccolta alimentare del sabato. Nessuno ha deciso niente, e in fondo nessuno ha sbagliato. Manca però un momento in cui il gruppo si ferma e sceglie insieme.

Dalla paura alla domanda giusta

In un’intervista pubblicata da Città Nuova, don Luca Peyron, giurista e teologo, propone di rovesciare il punto di partenza. Invece di cominciare dall’elenco dei rischi, suggerisce di chiedersi prima di tutto «che bene c’è ad usare l’IA?». Ricorda anche che l’IA «è un oggetto, non una persona» e che va trattata come un alleato, non come un sostituto. Per chi guida un’associazione, un gruppo parrocchiale o un servizio di quartiere, quella domanda ha il pregio di essere concreta. Non chiede di capire come funzionano i modelli linguistici né di prendere posizione sul futuro del lavoro. Chiede di guardare un’attività precisa, le persone che coinvolge, e di valutare se lo strumento rende quell’attività migliore per loro o soltanto più veloce per noi.

Da lì nascono cinque domande più piccole, che un consiglio direttivo può discutere in una sera.

Intelligenza artificiale nel volontariato: a chi serve davvero

La prima domanda riguarda lo scopo. Un assistente che trasforma gli appunti di una riunione in un verbale leggibile libera un’ora a chi coordina, e quell’ora può tornare alle persone: una telefonata in più a una famiglia seguita, un pomeriggio allo sportello. In questo caso il bene è evidente. Diverso è il caso di un’associazione che affida a un generatore di testi tutte le comunicazioni pr i soci, fino agli auguri e ai ringraziamenti personali. Il tempo risparmiato è reale, ma chi riceve quei messaggi se ne accorge, e la voce del gruppo si fa più anonima.

La domanda utile è dunque chi trae vantaggio dallo strumento, e se quel vantaggio arriva anche a chi l’associazione esiste per servire.

Cosa non deleghiamo

Ogni associazione ha attività che sono il cuore della sua missione: l’ascolto di chi bussa allo sportello, la scelta di chi riceve un aiuto, l’accompagnamento di una persona sola. Qui conviene scrivere nero su bianco ciò che resta umano in ogni caso, prima che la comodità decida al posto nostro.

Un assistente può aiutare a preparare un modulo di accoglienza chiaro, o a tradurre un avviso per chi non parla bene l’italiano. Non dovrebbe decidere quale famiglia riceve il pacco viveri, né rispondere da solo a chi scrive in un momento di difficoltà.

La relazione è il servizio.


I dati di chi aiutiamo

Nel volontariato si raccolgono informazioni delicate quasi senza accorgersene: situazioni familiari, condizioni di salute, difficoltà economiche, recapiti di persone fragili. Chi copia quei dettagli dentro un assistente online, per farsi aiutare con una relazione o una richiesta di contributo, li consegna a un servizio esterno. E lo fa con regole di conservazione che spesso nessuno nel gruppo ha letto. La prudenza, in questo campo, coincide con il rispetto. Una regola semplice funziona meglio di molte raccomandazioni generiche: nelle richieste agli strumenti di IA non entrano nomi, indirizzi e storie personali delle persone assistite. Se serve un esempio, si usa un caso inventato o si tolgono tutti gli elementi che rendono riconoscibile qualcuno. Il Regolamento generale sulla protezione dei dati, il GDPR, resta il riferimento di fondo per qualsiasi trattamento di dati personali, anche quando a farlo è una piccola associazione di volontari.

Chi controlla e come lo diciamo

Un testo prodotto da un assistente può contenere errori, date sbagliate, riferimenti a norme che non esistono. Per questo ogni uso dell’IA ha bisogno di una persona che rilegge e risponde del risultato. Nel caso di un bando, per esempio, è chi coordina il progetto a verificare cifre, scadenze e requisiti prima dell’invio. Nel caso di un volantino, basta un secondo volontario che controlli indirizzi e orari.

C’è poi la questione della trasparenza verso chi aiutiamo. Se un’associazione usa un assistente per rispondere alle prime domande sul sito, è giusto dirlo con chiarezza e indicare come raggiungere una persona. La fiducia costruita in anni di presenza sul territorio è il patrimonio principale di un’organizzazione di volontariato, e non vale la pena metterla in gioco per qualche risposta automatica non dichiarata.

Anche il quadro europeo va in questa direzione. L’art. 4 del Regolamento (UE) 2024/1689, l’AI Act, nella versione modificata dal Regolamento (UE) 2026/1744, chiede a fornitori e deployer, cioè a chi sviluppa e a chi utilizza i sistemi, di adottare misure per sviluppare l’alfabetizzazione all’IA del personale, tenendo conto di conoscenze, esperienza e contesto d’uso. Al di là di come la norma si applichi alle singole realtà del Terzo settore, il principio è chiaro: chi usa questi strumenti deve sapere che cosa ha tra le mani.

Parole comuni e una regola di una pagina

Proprio sull’alfabetizzazione si incontrano due mondi che di solito parlano lingue diverse. Città Nuova racconta da decenni comunità, associazioni ed esperienze di economia civile, mettendo al centro la persona e il bene comune. L’Associazione Italiana Professionisti dell’Intelligenza Artificiale (AIPIA), ente no profit con sede a Roma, riunisce sviluppatori, ricercatori e consulenti che lavorano ogni giorno sull’uso professionale e consapevole di questi sistemi. Il punto di contatto è un’idea semplice: l’alfabetizzazione all’IA serve alle persone prima che alla tecnologia. Molti dubbi nei consigli direttivi nascono da parole usate in modo diverso, come bias, dati personali, sorveglianza umana. Per questo AIPIA mette a disposizione di tutti un glossario dell’intelligenza artificiale con definizioni brevi, comprese le voci su etica, rischi e regole, che un gruppo di volontari può usare come base per una discussione interna.

Da quella discussione può nascere un documento di una sola pagina, steso con le parole dell’associazione. Bastano pochi punti: per quali attività l’IA è benvenuta e per quali no, quali dati non entrano mai negli strumenti, chi rilegge i testi prima che escano, come lo si comunica a soci e persone accompagnate. Il documento va condiviso con i nuovi volontari e ripreso una volta l’anno, per esempio insieme al bilancio sociale, quando si guarda a che cosa ha funzionato.

Una pagina così non richiede consulenze né software particolari. Richiede che qualcuno, in assemblea, ponga la domanda di don Peyron a ogni singolo uso. E che il gruppo accetti anche la risposta più scomoda: in certi casi il bene sta nel continuare a fare le cose a mano, insieme.

Rafael Patron, presidente del Comitato Tecnico-Scientifico AIPIA

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L’equivoco di Bill Gates sul futuro di uomini e robot

Dibattito – La questione dei posti di lavoro nel tempo dell’intelligenza artificiale. Perché l’IA dev’essere uno strumento al servizio dell’uomo e non il suo concorrente

Bill Gates ha rilasciato una intervista alla Reuters e, soprattutto, ha pubblicato sul suo blog un lungo manifesto a tema intelligenza artificiale (IA). La sintesi dalle nostre parti è stata: riserviamo agli umani almeno il 40% dei posti di lavoro e convinciamo i cinesi a farlo per primi. L’occasione è buona per rileggere con l’enciclica «Magnifica Humanitas» di Papa Leone uno slogan degli anni Settanta, che evidentemente ha ancora fascino per molti: i robot ci ruberanno il lavoro.

Al di là delle percentuali, l’errore di questa impostazione è importante. Dire «riserviamo il 40% dei posti di lavoro agli esseri umani» sembra difendere l’uomo dall’IA, ma assume una logica inaccettabile perché mette ontologicamente sullo stesso piano due realtà differenti. Sembra presupporre che essere umano e IA siano sul medesimo mercato con quote differenti. Per Leone XIV il punto di partenza è opposto. La tecnologia non è una «forza antagonista rispetto alla persona»; deve essere progettata e governata perché rimanga al servizio dell’essere umano.

Il bene umano come criterio di automazione.

Il problema cristiano non è difendere il lavoro umano dall’IA; è impedire che l’economia trasformi l’IA da strumento dell’uomo in criterio secondo il quale decidere quanto dell’uomo sia ancora economicamente necessario.

Ciò non significa dunque che ogni attività debba materialmente essere svolta da esseri umani. Una macchina può svolgere anche il 100% di una determinata mansione. Significa però che il criterio con cui decidiamo di automatizzarla deve rimanere il bene umano, che è peraltro funzionale ad una produzione automatizzata. Per questo l’Enciclica di Leone afferma che l’accesso al lavoro per tutti deve restare un obiettivo prioritario e avverte che una società capace di produrre enorme ricchezza tecnologica dando lavoro soltanto a una minoranza realizzerebbe un paradossale e apparente progresso materiale, ma una reale regressione antropologica.

Aumento di produttività e Dottrina Sociale della Chiesa

La domanda cristiana è come utilizzare l’aumento di produttività causato dall’IA affinché generi lavoro più umano, tempo liberato, partecipazione, formazione e prosperità condivisa. Applichiamo tutto questo alla robotica, partendo dal presupposto che la Dottrina Sociale della Chiesa non è un esercizio retorico bello nelle accademie, ma inutile nella concretezza. È Vangelo che si fa vita, concretissima, ed è proprio questo tempo che lo dimostra ampiamente.

«Più robot» non deve significare meno esseri umani nella produzione, ma meno esseri umani impiegati come macchine. Considerando che i robot di oggi sono intelligenti, quelli degli anni Settanta stupidi. Questi hanno paradossalmente bisogno di umani, quelli no.

La produttività artificiale acquista senso economico e morale quando libera l’intelligenza umana per compiti più propriamente umani, di cui proprio la robotica moderna ha bisogno; una fabbrica finalmente costruita intorno all’uomo.

Vedere, giudicare, agire: l'alleanza tra uomo e macchina

Il sacerdote belga Joseph-Léon Cardijn, fondatore della Jeunesse Ouvrière Chrétienne (JOC) nel pieno della rivoluzione industriale, coniò il «vedere – giudicare – agire» come metodo per annunciare il Vangelo dentro una realtà sociale profondamente trasformata. Sebbene una macchina simuli il vedere, il giudicare e l’agire, in realtà non ne è veramente capace, e mai lo sarà perché priva di coscienza.

Una fabbrica tanto più è robotizzata tanto più avrà bisogno di umani che sanno vedere, giudicare ed agire. Questo non è ancora chiaro all’impresa: le architetture sociali e le filiere produttive non sono ancora mature in questo senso. Ma affinché ciò accada l’ultima delle cose da fare è imporre un protezionismo alla Gates, dire autorevolmente all’imprenditore che un robot ed un umano sono la stessa cosa.

Il lavoro non si custodisce con lo scontro sociale, ma con l’argomento reale che solo una alleanza tra umano e macchina realizza una produttività che remunera il capitale e custodisce il più importante dei capitali, quello semantico e cognitivo rappresentato dai lavoratori umani. Non sempre un uomo potente è anche un uomo saggio, dovremmo ricordarcelo nel dargli continuamente voce.

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Cina, robot umanoidi in scena al gala CCTV: la nuova sfida della sovranità tecnologica

La serata di gala della CCTV in Cina diventa una piattaforma di politica industriale globale. Gli umanoidi di Unitree Robotics evidenziano i progressi della physical intelligence oltre l’AI generativa. In gioco non c’è solo l’innovazione, ma la ridefinizione delle catene del valore, della manifattura e della sovranità tecnologica



La serata di gala del China Central Television, il tradizionale CCTV Spring Festival Gala, ha assunto quest’anno un valore che eccede la dimensione spettacolare. CCTV è la principale emittente televisiva pubblica della Repubblica Popolare Cinese, fondata nel 1958. È controllata dallo Stato e svolge una funzione centrale nel sistema mediatico cinese. Davanti a un pubblico stimato in centinaia di milioni di spettatori, una dozzina di umanoidi prodotti da Unitree Robotics – una azienda specializzata nella ricerca, sviluppo, produzione e vendita di robot ad alte prestazioni, fondata dieci anni fa – ha eseguito sequenze coreografiche complesse – arti marziali, salti acrobatici, backflip – con una fluidità che solo pochi mesi fa sarebbe apparsa sperimentale. Vedendo lo spettacolo la tentazione è stata quella di considerarlo un deepfake, un video falso generato proprio dall’intelligenza artificiale. Invece è stata realtà fisica, analogica. Non si è trattato soltanto di intrattenimento: è stata un’operazione simbolica di politica industriale in diretta globale. Negli ultimi anni il dibattito sull’intelligenza artificiale si è concentrato prevalentemente sulla dimensione immateriale: modelli generativi capaci di produrre testo, immagini, codice. Un’AI linguistica, per così dire, confinata nello spazio bidimensionale dello schermo.

La cosiddetta physical intelligence di cui la robotica è espressione eloquente, introduce invece una discontinuità qualitativa: sistemi che apprendono e agiscono in ambienti fisici, dove intervengono gravità, attrito, rumore sensoriale, incertezza dinamica. L’esibizione televisiva ha reso visibile questa soglia. Se l’AI generativa ha già inciso sugli equilibri cognitivi e informativi globali, la sua incarnazione robotica promette di intervenire sulle infrastrutture produttive: manifattura, logistica portuale, magazzini automatizzati, assistenza alla persona. Difesa. La posta in gioco non è semplicemente l’efficienza, ma la ridefinizione delle catene del valore e della sovranità tecnologica. La rapidità del progresso, evidente nel confronto con i prototipi dell’anno precedente, segnala una traiettoria di apprendimento accelerato: miglioramento della locomozione dinamica, controllo motorio più stabile, integrazione sensori-attuatore più robusta. Qualcuno ha ipotizzato che i robot in realtà non fossero gestiti da un’AI, ma da un ballerino in carne ed ossa che nelle quinte facesse gli stessi gesti. È possibile, ma resta il fatto che la fluidità del gesto, qualunque fosse l’input replicato, resta impressionante.

La questione non è più se tali sistemi saranno economicamente rilevanti, ma quando e in quale configurazione istituzionale. In questo senso, la serata televisiva ha funzionato come un dispositivo performativo: non ha mostrato solo robot che si muovono, ma un modello di futuro industriale che prende forma pubblicamente. In Cina però, non qui in Europa, perlomeno non così e non nell’immediato futuro. Nel contesto sociotecnico in cui viviamo la questione non è solo economica, è sempre anche geopolitica, valoriale e democratica. Non è necessario scomodare Cassandra, è sufficiente accendere una Tv. Ed in rete già gira un video, questo probabilmente falso, in cui gli stessi robot imbracciano un mitragliatore. Siamo in ballo. Letteralmente.

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Il cuore di carbonio che il silicio non può conquistare

Un approfondimento di don Luca Peyron sul Messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali: AI come sfida esistenziale



Ti assomiglia. È il complimento più bello che un padre, una madre possano sentirsi dire di fronte a una culla. Quella vita nascente è frutto di una relazione, e quel volto – un giorno quella voce – diranno un reciproco riconoscimento. È la dinamica dell’essere immagine e somiglianza di Dio: non singole facoltà o capacità, ma una libertà che nasce e cresce in una libera relazione fatta di darsi e accogliere. Riconoscersi: questi è il mio figlio amato che diventa la preghiera del Padre Nostro in cui siamo battezzati e rinati una seconda volta come figli. Che possono assomigliare al Padre perché nella relazione con Lui riconoscono i tratti del nostro essere ed esserci per Grazia.

Il mondo delle macchine oggi è mediazione di molte relazioni, l’antropomorfizzazione delle connessioni stabilisce spesso un mimetismo che confonde e da cui spesso e volentieri ci lasciamo confondere. Papa Leone non usa la parola riconoscimento, ma essa è alla base della riflessione che consegna alla Chiesa e al mondo nella festa di San Francesco di Sales. L’essere umano è tale perché ha una coscienza e la coscienza ha una struttura originaria che si incardina sulla dinamica del riconoscimento. Esso è il fulcro vitale della società umana e della socialità umana.

Lottiamo per essere riconosciuti, viviamo perché qualcuno dice il nostro nome con quell’inflessione tutta particolare che chiamiamo amore, affetto, stima. Impariamo riconoscendo l’altro e riconoscendoci nell’altro. Non sempre in modo simmetrico, ma tuttavia necessario e necessitante: incontrare e riconoscerci espande la nostra coscienza, la stima che abbiamo di noi stessi, delle relazioni, la fiducia nel mondo, l’anelito della speranza. Siamo unicità e differenza, riconoscere noi stessi e riconoscere l’altro passa dal dirsi nella nostra unicità e nel darsi in quella similitudine che permette la reciproca consegna. Questo è il cuore anche dell’antropologia cristiana perché l’umano risponde a queste dinamiche rispetto all’altro da sé ma anche, anzi soprattutto, rispetto all’Altro da sé che gli si rivela in pienezza nella riconoscibilità di un volto, che ha i tratti dell’umano di Maria, e una voce che, fattasi carne, può essere compresa, seguita, ascoltata.

Leone ci domanda perché dovremmo rinunciare a tutto questo. Cosa dovremmo farcene dell’energia avanzata dalla fatica del pensare, del vedere, del giudicare, dell’agire demandato a una macchina? Il tempo risparmiato delegando funzioni e velocizzando processi in quale modo potrebbe diventare un qui e ora migliore di quello in cui è fiorita la Cappella Sistina, le sinfonie di Beethoven, lo sbarco sulla Luna e i disegni dei nostri nipoti sul frigorifero in cucina? La macchina non è un nemico, il nemico unico è l’umano che non ha compreso cosa farsene davvero della macchina. L’intelligenza artificiale non è una minaccia, la minaccia è un umano che non comprende che diventare pienamente umano è l’unica fonte possibile di gioia autentica e imperitura. La questione non è prima di tutto politica, economica, giuridica o teologica. È esistenziale. San Francesco di Sales nella Filotea scrive: “Chi conquista il cuore dell’uomo conquista tutto l’uomo”. La macchina non è capace di conquistare un cuore umano, si può solo regalarglielo senza che neppure essa ne possa avere contezza. Non assomigliamo al silicio, abbiamo il volto rugoso di nostra nonna. Si chiama vita, la versione migliore del carbonio su questo pianeta.


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Crans Montana e lo smartphone: filmare l’orrore come istinto vitale

La tragedia di Crans Montana, con morti e feriti, rivela un cambiamento culturale profondo: giovani che riprendono l’orrore con lo smartphone mentre lo vivono. Non giornalismo né denuncia, ma un gesto istintivo che mostra come il digitale sia ormai parte del corpo e dell’identità, fondendo reale e virtuale in un unico ambiente

Fumo, confusione, urla, corpi, paura anzi panico. L’odore acre della plastica che brucia, degli infissi che si sciolgono. Eroi e vigliacchi, o semplicemente donne e uomini, anzi ragazzi e ragazze terrorizzati ed in pericolo evidente e cogente di vita. Ma con uno smartphone in mano. Sono di una generazione diversa e devo usare quel “ma”. Forse sbaglio, anzi sbaglio. Perché a Crans Montana 47 morti, centinaia di feriti, è evidente che è successo anche qualcosa d’altro. Nella sciagura avvenuta oltre le montagne, in quella Svizzera che siamo soliti immaginare ordinata e silenziosa, è affiorato qualcosa di più del fumo e delle fiamme. È emerso, insieme ai video tremanti girati da ragazzi colti da un panico nudo e senza difese, un riflesso ormai istintivo, quasi animale: fissare ciò che accade, trattenerlo in un’immagine, anche mentre tutto crolla.

Mani che tremano, occhi spalancati, telefoni alzati come salvagenti nella tempesta, a registrare l’orrore mentre lo si attraversa. Le decine di riprese apparse quasi da subito sui social media della folla che avanzava tra il fuoco raccontano che oggi la comunicazione nasce prima di tutto da questo impulso primordiale, che non chiede permesso né riflette, ma documenta per esistere. Abbiamo vissuto la prima guerra del Golfo quasi in diretta, grazie al coraggio dei giornalisti di allora, ma questo è diverso. Non è giornalismo, non è voyeurismo.

È un nuovo linguaggio, grezzo e profondamente umano, l’informazione smette di essere soltanto un mestiere e diventa un modo di stare al mondo, una postura dell’anima davanti agli eventi, un modo di vivere — e talvolta, come in quei fotogrammi incandescenti, persino di morire.

Lo scopo non è lasciare traccia perché qualcuno capisca, non è dire o dare un ultimo saluto, come nei messaggi delle Torri gemelle. Non è denuncia come al Bataclan. È flusso vitale, forse scudo affinché il virtuale possa esorcizzare il reale, in parte incoscienza adolescenziale o post adolescenziale. Ma è innegabilmente un fatto, che segna un dopo. Lo smartphone, per un giovane e forse già per gli adulti, non è più un oggetto: è un arto aggiunto, una protesi discreta che all’inizio sembrava un gioco e che ora pulsa come un organo vitale. Sta nella mano come se fosse sempre stato lì, come se la carne avesse imparato ad adattarsi a quel rettangolo luminoso, freddo eppure intimo, capace di tremare al minimo richiamo come un nervo scoperto. Attraverso di esso il giovane vede, ama, odia, aspetta; attraverso di esso misura il tempo, che non scorre più solo in ore o stagioni ma anche in notifiche, in percentuali di batteria, in silenzi improvvisi che fanno più paura di una cattiva notizia. Non è alienante, è convergente, perché il virtuale è reale. È una finestra che non dà solo sull’esterno, ma sempre di più sull’interno del mondo. 

Così questa protesi irrinunciabile si rivela per ciò che è: un mezzo potentissimo che ha smesso di essere mezzo ed è diventato ambiente, destino, talvolta complice.

Non si può semplicemente toglierla, come non si può rinunciare a un arto senza dolore. Si può solo imparare e mostrare a riconoscerne il peso, suscitare la domanda se quella luce che accompagna ogni passo illumini davvero la strada o se, come nelle storie più inquietanti, non stia invece attirando il viandante verso un confine che non aveva previsto di attraversare. Noi adulti, su quel confine, dobbiamo esserci con amore e verità.


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