Cosa c'è dietro il boom di Be Real tra i ragazzi?

 La rapida crescita della piattaforma francese che chiede di raccontarsi per foto "così come sei adesso" in momenti casuali della giornata parla di voglia di autenticità. E dice qualcosa agli educatori



Essere se stessi. Una bella sfida, una bella avventura. L’esito di un rapporto educativo? Un bisogno scritto nel nostro essere umani? Un desiderio, o una fonte di paura? Il digitale ci ha condotti a narrare, quasi in modo compulsivo, chi siamo. Ma quasi sempre con dei filtri e attraverso il più potente dei filtri che è il giudizio altrui, il suo like, il suo condividi. L’amicizia diventa perlopiù connessione, e la connessione è funzionale a un posizionamento, spesso nell’ordine dei poteri, della gestione, per influenzare la relazione e – se sei bravo e ti va bene – per ricavarne anche del denaro. Un trend che ha forse saturato il nostro sentire on life, la nostra vita tra i bytes. In questo panorama sta crescendo in queste settimane, e a doppia cifra, una nuova piattaforma social, BeReal, accompagnata da un claim denso: Your friends are real (I tuoi amici sono reali). Il meccanismo è semplice: l’applicazione ti chiede, a un orario casuale uguale per tutti a seconda delle latitudini, di scattare una foto di te e di dove sei (usando le camere frontale e secondaria degli smartphone) in un lasso di tempo molto stretto. Nello scatto devi essere te stesso, spettinato come sei, con il letto da rifare, in mezzo a una strada non necessariamente panoramica, in un luogo che non è per forza di cose così cool. 30 milioni di download, e nei mesi estivi una crescita negli Usa superiore a Tiktok, l’app più usata dai giovani in questo momento. Ma c’è di più: non puoi accedere all’app se non condividi. Se non ti mostri, insomma, non vedi. Qui e ora. Come sei, perché sei davvero solo qui e ora. Non esistono profili passivi, niente sguardi furtivi dalla finestra, a meno di non aprire anche la tua. Vedi solo se ti fai vedere. Be Real è una app lanciata già nel 2020, ma diventata virale solo in questi mesi. Ideata dai francesi Alexis Barreyat e Kévin Perreauda possiamo dire che con loro libertè, egalitè e fraternitè sbarcano nell’infosfera? Con buona probabilità non è una applicazione che sostituirà le altre, e abbiamo troppi pochi dati per dire quanto e come stia influendo sulla nostra dieta mediatica. Analizzandola da vicino, gli esperti del settore qualche domanda se la pongono rispetto alla sostenibilità economica del progetto, visto che gli usuali sistemi per la monetizzazione, come la profilazione degli utenti, sono per ora esclusi. Rispetto agli utenti la nuova app transalpina ha successo perché è un gioco divertente oppure perché ci aiuta a vivere e richiama a un modo diverso di essere nel digitale? La componente voyeuristica propria delle piattaforme sociali resta, addirittura ne risulta potenziata, pur con la discriminante della reciprocità e con la narrazione secondo cui con Be Real si tornerebbe all’antico, alle cerchie di amici, al come siamo davvero senza ritocchini digitali e narrazioni fatali. Dialogando con i giovani in queste settimane emerge – senza pretese di certezze, ma come semplice dato empirico – da un lato il divertimento per qualcosa di nuovo e dall’altro la consapevolezza che Be Real alla fine poi tanto real non è perché c’è già qualcuno che aspetta per poter fare la foto in posa migliore e in luoghi migliori. Tuttavia il segnale che possiamo raccogliere, anche dal punto di vista pastorale, è di una generazione che è stufa che anche ciò che dovrebbe essere ludico crei e aumenti l’ansia costante che l’accelerazione moderna impone a tutti e a tutto. Il bisogno di esserci proprio dell’età si scontra con la necessità di doverci essere secondo regole scritte altrove e sempre più sofisticate, sempre più globali e, come tali, lontane anche dalle percezioni e dalle tradizioni più personali. Be Real è un segnale di permanenza di bisogni umani che la metamorfosi digitale non offusca, talora rimanda, ma che continuano a emergere. Accompagnare questi processi, nella diversificazione dei modelli che Be Real rappresenta, è una sfida educativa che è possibile cogliere liberandosi da un certo cripto-luddismo che serpeggia negli ambienti degli adulti. Senza essere ingenuamente entusiasti, il tempo che viviamo è anche quello delle piattaforme e, come il Sinodo declinato nell’ambiente digitale ci ha mostrato, è un tempo in cui lo Spirito ci ha già preceduti. Proprio il confronto tra le piattaforme, consapevoli dei modelli economici e tecnici che ci sono dietro, nelle modalità di ingaggio e di risposta possiamo rinvenire quella permanenza dell’umano, nella sua bellezza e nei suoi schemi di peccato, utili a un dialogo e un confronto con i giovani. Più che stare con loro sulle piattaforme, può essere interessante confrontarsi con loro delle piattaforme, fuori o dentro il web poco importa, in un dialogo che faccia emergere l’umano autentico e quello da salvare, quello che già riluce della risurrezione e quello che ha bisogno della redenzione. Be Real può essere, più che un nuovo giocattolo, un interessante reagente per comprendere che la vita non è un gioco e che nella vita in gioco c’è tutto, perché abitata dal Tutto. Anche on life.


Qui il post originale

Il diritto umanitario nel cyberspazio

 La Croce Rossa Internazionale sta chiedendo a gran voce che si crei una etichetta digitale che possa contrassegnare quelle porzioni di cyberspazio che hanno le medesime funzioni di un ospedale da campo




Pur nella loro atrocità le guerre e chi le combatte seguono alcuni codici. Non accade sempre e più esse sono sporche, non dichiarate, e folli oltre la follia della guerra in sé stessa, meno tali codici vengono mantenuti. Tuttavia, almeno per motivi di bieca opportunità, tali codici persistono ed hanno un valore concreto e non meramente simbolico. In fondo chi oggi attacca può essere ferito e catturato domani. Fa dunque parte dell’addestramento di ogni esercito convenzionale la conoscenza del diritto bellico che tutela tali condizioni e situazioni: non si spara, per dirla in una battuta, sulla Croce Rossa, sul mezzo contrassegnato dalla Mezzaluna Rossa, su chi ha ben visibili sull’uniforme quei segni.

Cosa accade quando la guerra si sposta, o meglio si duplica, anche nello spazio digitale, nel cyberspazio? La Croce Rossa Internazionale sta chiedendo a gran voce che si crei una etichetta digitale che possa contrassegnare quelle porzioni di cyberspazio che hanno le medesime funzioni di un ospedale da campo. Vi è infatti, secondo il comitato di Ginevra, un costo umano significativo anche nelle operazioni informatiche in tutti i teatri, ma specialmente in quelli bellici. Esiste già un quadro normativo che può essere utilizzato, applicando per analogia le statuizioni dell’annesso uno al primo protocollo che affianca la Convenzione di Ginevra. In esso sono elencati e ben marcati i segnali elettrici, radio ed elettronici che identificano il personale medico e paramedico e le relative operazioni in un teatro operativo.

La guerra in Ucraina sta evidenziando il fatto che la trasformazione digitale abbia significativamente investito anche la meno onorevole espressione dell’agire umano organizzato. Dagli interventi di Elon Musk che fornisce copertura satellitare alle connessioni internet, alla strozzatura della fornitura di chip che blocca i mezzi corazzati più e meglio di qualunque attacco missilistico o campo minato, la cyberwar è palesemente sul campo. In effetti la discussione su questi temi è datata, già dieci anni fa la Croce Rossa poneva con forza il problema e nel 2019 ha rilasciato un position paper che evidenzia i punti salienti della questione. Tra le preoccupazioni espresse una delle più significative è la possibile propagazione degli effetti dannosi di una azione di guerra digitale a differenza di quanto avviene per un atto cinetico. Benché infatti la tecnologia digitale abbia tecnicamente e sempre di più la capacità di agire in modo puntuale, tuttavia la metamorfosi digitale ha reso tutto sempre più connesso e proprio tale connessione diventa il veicolo di danni particolarmente ingiusti ed odiosi anche oltre il perimetro originariamente fissato.

Quanto oggi si evidenzia, in tempo di metaversi ed ambienti digitali sempre più significativi per ogni tipo di attività umana, è la necessità di contrassegnare con marker digitali spazi franchi e, soprattutto, dati da custodire come possono essere i dati medici della popolazione civile o più in generale tutti quei dati che sono da considerarsi sia sensibili sia decisivi rispetto alla vita delle popolazioni civili. Posizioni velleitarie? Forse no se pensiamo al fatto che l’algoritmo, a differenza dell’umano, non è soggetto a tentazioni. In una operazione di cyberwar se l’algoritmo è programmato per rispettare tali spazi li rispetterà, senza tentennare di fronte ad una porta, roso dal dubbio che al di là, nell’ospedale da campo, si possa nascondere una minaccia reale camuffata con i segni della Croce Rossa. Naturalmente l’algoritmo è obbediente in ambo i sensi e può essere comandato, per speculare struttura, di fare operazioni terribili senza che vi siano le remore morali del soldato in carne ed ossa che disobbedisce ad ordini odiosi. Come sempre la tecnica non decide, evidenzia, accelera, amplifica ma nei suoi fondamenti etici e morali chiede lumi all’essere umano. Si tratta di ulteriori sfide per i tecnici di oggi e di domani che debbono lavorare fianco a fianco con i giuristi, i filosofi ed i teologi di oggi e di domani, per una sfida umana che continua, nella speranza che la follia senza ritorno che la guerra rappresenta, abbia prima o poi la fine che tutti auspichiamo. Con una attenzione, mi sia concesso, alla nostra latente ipocrisia. È importante non dimenticare infatti tutte le guerre digitali e non che ognuno di noi continua a scatenare sui social e sui pianerottoli del condominio.


Qui il post originale

CASA TENNIS - Parole di Tennis: Etica, AI e Sport

 Casa Tennis - Palazzo Madama

ven 18 nov, 15:00
 


A proposito di

Parole di Tennis: Sport, digitale e tempi moderni.

Un approfondimento con alcuni tra i più importanti esperti del settore sulle applicazioni dell’Intelligenza artificiale.

intervengono:

  • Don Luca Peyron, Apostolato Digitale: tra società ed etica, l’attuale condizione digitale ponendo l'umano al centro.
  • Gilberto Pastorella, Manager H-Farm Innovation e Navigatore. Presenta il case study: come la tecnologia e i dati vengono usati sulle barche, e quali sfide si affrontano per far diventare un team data-driven, nella vela come nel business.
  • Mauro Marengo, Chief Strategy Officer Spindox. Presenta la case study sulla Formula 1: come creare un vantaggio competitivo per identificare le anomalie direttamente a bordo pista. Una sfida ad alte performance, elevata complessità, dove l’interpretazione dei dati fa la differenza tra vincere o perdere.
  • Pietro Marini, Group Head of Innovation di Deltatre. Nato a Milano nel 1992, nel 2017 consegue la Laurea Magistrale in Ingegneria Gestionale – con specializzazione in gestione dell’innovazione – presso il Politecnico di Torino. Inizia a lavorare in Deltatre nel 2010 come Event Operator e per quasi 10 anni contribuisce ai principali eventi calcistici europei e mondiali. Nel 2019 viene crea la funzione aziendale focalizzata sull’innovazione sia a livello di prodotto che di processi.

Accesso non garantito se si arriva oltre i 5 minuti dall'inizio dell'evento.

Questo è un evento per tutte le eta'.

Presentato da Città di Torino.
Nessuna documentazione Covid-19 richiesta all’ingresso
 
Qui per prenotare il tuo posto!

Anno 2030: il lavoro e noi

Uno dei tratti della condizione digitale è quello di sollecitare il presente a prevedere il più possibile il futuro.



Tale tendenza deriva un po’ dalla necessità di farvi fronte in termini di personale e strutture adeguate, un po’ forse per esorcizzare un futuro «macchinizzato» e non del tutto desiderato dall’essere umano.

Altri motivi certamente possono essere enumerati, quello che ci anima è piuttosto il desiderio di dare vita a qualche possibile profezia, tale per cui il futuro sia il più possibile corrispondente a un’antropologia accettabile e a un’organizzazione della società che rispetti la dignità dell’essere umano e le sue istanze di verità e di trascendenza.

Con queste premesse, in questo e nei prossimi interventi vorrei – insieme ai lettori – fare qualche affondo rispetto ai lavori del futuro, le professioni che secondo il World Economic Forum saranno la «top 10» del 2030 e degli anni successivi.

Naturalmente sono indicazioni, ma provenendo da un soggetto che non solo si applica a pensare, ma è costituito da molti dei poteri che in effetti realizzano il futuro, le indicazioni sono certamente interessanti.

Cominciamo così con il primo tra i lavori futuri, il facilitatore di smart working. In questo ambito la pandemia ha quasi ribaltato le percentuali: siamo passati da un 5% di persone che usava questa modalità di lavoro, a percentuali a due cifre, in questi mesi in continua fluttuazione, ma certamente in ascesa verticale. Per dirla con una battuta, buona parte di coloro che fanno un lavoro di concetto passeranno alla modalità «casa e bottega».

Che cosa questo significhi dal punto di vista giuslavoristico e della programmazione e organizzazione aziendale lo possiamo bene immaginare. Il facilitatore di smart working che cosa dovrà dunque fare? Il ventaglio di azioni possibili è così vasto che dovrà essere meglio focalizzato e così presumibilmente avverrà.

In questa sede uno degli elementi che possono essere suggeriti è una migliore e maggiore educazione alla responsabilità. Il non essere inseriti in un’organizzazione stringente, con dei confini anche fisici che incanalano corpo e mente verso determinati obbiettivi, obbligherà le persone a farsi maggiormente carico di se stesse, dei propri tempi, delle proprie responsabilità. Questa è una buona notizia. Possiamo ricordare, con il Compendio della dottrina sociale della Chiesa (introduzione n. 16), che «Il confine e la relazione tra natura, tecnica e morale sono questioni che interpellano decisamente la responsabilità personale e collettiva in ordine ai comportamenti da tenere rispetto a ciò che l'uomo è, a ciò che può fare e a ciò che deve essere».

Una condizione lavorativa in cui le persone devono – oltre al lavoro considerato in sé e per sé – assumersi maggiori responsabilità verso sé stessi, può rappresentare un buon banco di prova e una buona occasione per ritornare a proporre maggiore educazione e formazione rispetto a questi temi. Il facilitatore di smart working evidentemente dovrà preoccuparsi che il sistema sia efficiente ed efficace, ma nello stesso tempo, proprio per la natura stessa dello smart working, dovrà essere il primo promotore di una cultura aziendale in cui il singolo si senta parte, benché non veda il resto, di un solo corpo, di un unico team.

Questo ulteriore aspetto, legato ai temi della cittadinanza, del bene comune, di quello che in teologia chiamiamo ragionare e vivere a corpo, diventa un’ulteriore interessante frontiera e sfida. La cultura d’impresa, nella metamorfosi digitale, diventa sempre di più un’occasione per far crescere e trasformare la cultura in senso più ampio anche nella direzione auspicata dalla dottrina sociale della Chiesa, una sfida da cogliere insieme.

Con l’aiuto dei facilitatori di smart working, perché no?


Qui il post originale

Tra metaverso e algoritmi, quali adulti stiamo costruendo?

Il compito di un adulto è accompagnare chi non lo è a diventarlo, partendo dal presupposto che il semplice scorrere del tempo non basti. Infatti anche se il certificato anagrafico lo testimonia, sono le prove della vita e la capacità di assumersi responsabilità a conferire concretamente la patente di adultità. Forse è l’unico campo in cui l’università della vita esiste davvero e rilascia certificati.

Considerato che viviamo immersi in una condizione digitale e nel bel mezzo di una metamorfosi digitale, siamo noi – adulti di oggi – capaci di viverla in pienezza e stiamo facendo quanto ci è possibile affinché i giovani possano assumersi le loro responsabilità persino meglio di noi? Fare il futurologo tecnologico è un mestiere molto in voga e non ho la pretesa di essere nel novero, tuttavia provo a cogliere alcune direttrici di pensiero che ritengo valga la pena possano essere coltivate.



Partiamo dall’intelligenza artificiale

Si tratta di un sistema di calcolo statistico che descrive molto bene il passato e ci permette di protendete lo sguardo verso il futuro, ma sempre e solamente in termini statistici. Ottima per fare predizioni standard – come il viaggio di un treno o l’andamento di un raccolto – pericolosa se applicata in settori dove una visione deterministica è una forzatura, come gli i comportamenti umani. L’intelligenza artificiale è utile, ma non è risolutiva, aiuta ma non può sostituire, abilita ma chi ha già delle abilità e non semplicemente tecniche.

Essa è un buon parametro per educarci ed educare al fatto che la tecnologia non deve essere a servizio dell’essere umano, essa non può che essere a servizio dell’umano. Altrimenti detto, non siamo e non saremo mai di fronte alla scelta se farci o meno sostituire dalla macchina. La macchina ci sostituisce in ciò che più propriamente umano non è, nel lavoro alienante, statistico, deterministico.

L’ai ci serva a scoprirci umani e non rotelle di un meccanismo. Pensare che la macchina ci possa sostituire e quindi discettare se lo debba o meno fare, inserisce i giovani in un circolo culturale ed ermeneutico fuorviante che rischia di illudere che la macchina possa togliere la fatica dal vivere o che la macchina sia un soggetto con cui debbo entrare in competizione ma partendo già svantaggiato. Il lavoro del futuro non sarà quello di far funzionare le macchine, ma di far vivere gli esseri umani più pienamente se stessi in un mondo con molte macchine. Non dobbiamo disegnare un mondo adatto ad ospitare le macchine, ma meglio adatto ad ospitare la vita, umana e non solo, usando delle macchine.

Secondo tema: i metaversi e il virtuale

La spinta individualista ed un certo secolarismo sociale che ha cancellato, o tentato di cancellare, non solo le religioni con i loro riti e miti, ma anche la società con i suoi schemi e fondamenti – pensiamo allo Stato ed alla politica disertati dai giovani in maniera massiva alle ultime elezioni politiche – ci possono fare riflettere. I metaversi – usiamo il plurale per custodire da subito una necessaria pluralità in sistemi che sono di base ambienti di controllo sociale – come si innesteranno in questa temperie psicologica e sociale? Li vogliamo come alternativi ad una realtà che ci ferisce o complementari in tutti quei casi dove la realtà ferita ha bisogno di qualche forma di cura?

In altri termini: il metaverso servirà a condurre meglio una operazione chirurgica, a far visitare la Cappella Sistina ad una persona impossibilitata a muoversi oppure renderà pigri e pingui generazioni di persone timorose di mettere il naso fuori di casa? Mi pare che il nostro compito sia quello di educare all’equilibrio e non indulgere nella facile sostituzione, educare alla bellezza della conquista più che alla gestione di poteri effimeri che hanno però come prezzo la libertà e la privacy.

Terzo e ultimo tema

Essere adulti è farsi continuamente la domanda: che bene c’è? L’affermazione che male c’è? lasciamola agli adolescenti. L’adulto cerca il bene maggiore, non si rifugia in preda dei propri ormoni nel riduttivo male minore o nel securizzante vittimismo dell’età della crescita. La pressione algoritmica ed il potere computazionale, unitamente alla pencolante condizione ecologica del nostro pianeta ci impongono di uscire dal paradigma tecnocratico secondo cui se è tecnicamente possibile è socialmente auspicabile.

La tecnologia emergente digitale decide, invade, consuma.

Deve meritarsi la nostra fiducia, non più e non solo in termini tecnici cioè di raggiungimento del fine tecnico e con la marginale salvaguardia della non immediata dannosità. Dobbiamo scegliere insieme ciò che giova, ciò che ci aiuta a essere compiutamente umani, ciò che semplifica la nostra vita permettendoci di assumere più responsabilità e non meno. A un prezzo ambientale consono.

Mostrare che tutto questo rende felici, conclusi, soddisfatti, fieri ed orgogliosi è una testimonianza che i giovani non necessariamente si aspettano, ma che i nostri vecchi ci hanno consegnato rendendoci capaci di quello che oggi sappiamo fare e soprattutto sappiamo essere. Distratti da una serie tv ce ne siamo forse scordati. Una pandemia e una guerra in casa penso possano essere sufficienti a farcene ricordare.

Diventare adulti è bello. Se ricominciamo insieme a pensarlo ed esserlo, i nativi digitali diventeranno gioiosamente adulti umani. Che il digitale lo usano quando serve.

Qui il post originale

Intelligenza artificiale al Festival dell'Innovazione e della Scienza - Chieri

 INTELLIGENZA ARTIFICIALE: UNA PROFEZIA SULL’UMANO NEGLI SPAZI DELLA NOSTRA QUOTIDIANITÀ

giovedì 13 ottobre 2022
ore 17.30

Sala Conferenze
Biblioteca Civica
via Vittorio Emanuele II 1 Chieri

Come la tecnologia ci può aiutare ad essere, tutti e dovunque, più umani e fraterni?



Con Don Luca Giorgio Peyron, fondatore e coordinatore Servizio per l’Apostolato digitale, consigliere scientifico Humane Technology Lab Università Cattolica.

Nella metamorfosi digitale, impetuosa e dirompente, ci fermiamo un momento per pensarci nel tempo presente ed ancora di più nel tempo futuro, a partire dal nostro quotidiano vivere e sperare.

Informazioni su www.innova7.it