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Anno 2030: il lavoro e noi

Uno dei tratti della condizione digitale è quello di sollecitare il presente a prevedere il più possibile il futuro.



Tale tendenza deriva un po’ dalla necessità di farvi fronte in termini di personale e strutture adeguate, un po’ forse per esorcizzare un futuro «macchinizzato» e non del tutto desiderato dall’essere umano.

Altri motivi certamente possono essere enumerati, quello che ci anima è piuttosto il desiderio di dare vita a qualche possibile profezia, tale per cui il futuro sia il più possibile corrispondente a un’antropologia accettabile e a un’organizzazione della società che rispetti la dignità dell’essere umano e le sue istanze di verità e di trascendenza.

Con queste premesse, in questo e nei prossimi interventi vorrei – insieme ai lettori – fare qualche affondo rispetto ai lavori del futuro, le professioni che secondo il World Economic Forum saranno la «top 10» del 2030 e degli anni successivi.

Naturalmente sono indicazioni, ma provenendo da un soggetto che non solo si applica a pensare, ma è costituito da molti dei poteri che in effetti realizzano il futuro, le indicazioni sono certamente interessanti.

Cominciamo così con il primo tra i lavori futuri, il facilitatore di smart working. In questo ambito la pandemia ha quasi ribaltato le percentuali: siamo passati da un 5% di persone che usava questa modalità di lavoro, a percentuali a due cifre, in questi mesi in continua fluttuazione, ma certamente in ascesa verticale. Per dirla con una battuta, buona parte di coloro che fanno un lavoro di concetto passeranno alla modalità «casa e bottega».

Che cosa questo significhi dal punto di vista giuslavoristico e della programmazione e organizzazione aziendale lo possiamo bene immaginare. Il facilitatore di smart working che cosa dovrà dunque fare? Il ventaglio di azioni possibili è così vasto che dovrà essere meglio focalizzato e così presumibilmente avverrà.

In questa sede uno degli elementi che possono essere suggeriti è una migliore e maggiore educazione alla responsabilità. Il non essere inseriti in un’organizzazione stringente, con dei confini anche fisici che incanalano corpo e mente verso determinati obbiettivi, obbligherà le persone a farsi maggiormente carico di se stesse, dei propri tempi, delle proprie responsabilità. Questa è una buona notizia. Possiamo ricordare, con il Compendio della dottrina sociale della Chiesa (introduzione n. 16), che «Il confine e la relazione tra natura, tecnica e morale sono questioni che interpellano decisamente la responsabilità personale e collettiva in ordine ai comportamenti da tenere rispetto a ciò che l'uomo è, a ciò che può fare e a ciò che deve essere».

Una condizione lavorativa in cui le persone devono – oltre al lavoro considerato in sé e per sé – assumersi maggiori responsabilità verso sé stessi, può rappresentare un buon banco di prova e una buona occasione per ritornare a proporre maggiore educazione e formazione rispetto a questi temi. Il facilitatore di smart working evidentemente dovrà preoccuparsi che il sistema sia efficiente ed efficace, ma nello stesso tempo, proprio per la natura stessa dello smart working, dovrà essere il primo promotore di una cultura aziendale in cui il singolo si senta parte, benché non veda il resto, di un solo corpo, di un unico team.

Questo ulteriore aspetto, legato ai temi della cittadinanza, del bene comune, di quello che in teologia chiamiamo ragionare e vivere a corpo, diventa un’ulteriore interessante frontiera e sfida. La cultura d’impresa, nella metamorfosi digitale, diventa sempre di più un’occasione per far crescere e trasformare la cultura in senso più ampio anche nella direzione auspicata dalla dottrina sociale della Chiesa, una sfida da cogliere insieme.

Con l’aiuto dei facilitatori di smart working, perché no?


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Plug and pray. Un cacciavite per pensare

Il titolo è una battuta che correva qualche anno fa nell’ambiente informatico: i sistemi più recenti a quei tempi prevedevano che non si dovessero più scaricare driver o altri programmi per poter collegare a un computer stampanti o alti tipi di derivazioni. Il sistema era chiamato «plug and play», cioè inserisci e fai funzionare. La battuta stava nel fatto che non sempre, inserendo il dispositivo, questo funzionava davvero, non sempre i sistemi operativi riconoscevano la chiavetta, la stampante, il monitor o altro, e dunque non restava che inserire e… pregare.



I sistemi informatici e noi

Da quei tempi – in realtà non poi così lontani – molto è cambiato, e l’interoperabilità dei sistemi ha fatto scomparire il dubbio che essi possano non essere subito operativi. Per le nuove generazioni il problema neppure sembra porsi, tanto che non è neanche più necessario specificare che quella stampante o quel sistema è «plug and play». Tutto è normalmente e pacificamente plug and play. 

Perché faccio queste considerazioni storiche, anche se di storia spiccia? Perché tale interoperabilità e facilità di utilizzo della tecnologia, la sua componibilità senza sforzo e senza il bisogno di alcuna conoscenza specifica è certamente una grande utilità e facilitazione, ma ci ha in parte diseducato, o perlomeno ha collaborato parecchio a diseducarci, alla conoscenza dei mezzi che usiamo. Conoscenza tecnica e presa di coscienza esistenziale e spirituale. Un cacciavite ci aiuta a essere più persone? Ne sono convinto e provo a dimostralo velocemente, sospendendo il tema per qualche riga.

Funzionare o vivere

Ritorniamo al nostro oggi, i sistemi dunque si accendono e funzionano. Perché dovrei saperne di più? In effetti un qualunque atteggiamento diverso potrebbe sembrare semplicemente pedante e noioso. Sono spariti, o smaterializzati, i manuali di istruzioni, sostituiti al massimo da qualche tutorial on-line messo in piedi alla bene e meglio da qualche volenteroso.

Questa ennesima metamorfosi ha fatto sparire l’idea che per «usare» un sistema di qualsivoglia natura bisogna essere preparati a farlo. Tutto è ready made, fatto pronto. A questo si connette il principio tecnico che tutto è possibile, prima o poi, se non già subito. Se mettiamo insieme i pezzi avremo che: tutto è possibile ed è pronto all’uso senza che io debba pensarci, abituarmici, studiare, comprendere, imparare. Come avvertiva Mounier, riferendosi ai totalitarismi, il passo da tutto è possibile a tutto è permesso è piuttosto breve e veloce.

Di qui poi l’ultimo e decisivo passo: tutto è permesso sull’uomo. In termini di bioetica, di politica, di società e di tecnologia. Oggi tutto è permesso alla tecnologia e tutto è permesso sull’uomo se si tratta di applicazioni tecniche e tecnologiche. Tutto è plug and play, con un certo fastidio quasi che nell’essere umano non ci siano già opportune derivazioni che permettano di inserire cavi e dispositivi. 

In questo contesto davvero diventa decisivo riprendere in mano il plug and pray. Non affinché lo strumento funzioni, ma affinché il funzionare non sia il termine ultimo a cui aspira l’umano divenuto strumento.

Un cacciavite dunque aiuta a pensare e vivere meglio. Conoscere il funzionamento della macchina, aprire la macchina per guardarci dentro è un’operazione che permette alcune scoperte e interiorizza alcune certezze. La prima è che una macchina è una macchina, non è un artefatto magico che realizza sogni a costo zero. Essa funziona, mentre noi viviamo.

Idoli da smontare

Sapere a grandi linee come funziona una macchina ci permette di capire meglio come s’innesta nella nostra esistenza e come le nostre esistenze siano innestate in essa, chi sia davvero funzionale a chi. La conoscenza della macchina desacralizza chi le costruisce, vende, propone e progetta. E togliere l’aura divina da un idolo è sempre una buona idea.

Infine la conoscenza della macchina ci aiuta a comprendere che essa è costruita, noi no. Noi non siamo costruiti, per questo siamo in grado di costruire. Noi siamo creati o generati, non assemblati. In un tempo di cultura tecnica, la riappropriazione di questo principio è ri-fondativa di qualunque forma di personalismo decente e di un umanesimo che non sia una semplice spolverata umanista a un sistema altrimenti tecnico-burocratico-finanziario.

Qualche suggestione in libertà, all’inizio dell’anno sociale, per continuare la riflessione nei nostri prossimi incontri on-line. 

Trasformazione digitale: comprensione, non ribellione

 L’uomo, dunque, non deve dimenticare che «la sua capacità di trasformare e, in un certo senso, di creare il mondo col proprio lavoro ... si svolge sempre sulla base della prima originaria donazione delle cose da parte di Dio».

Egli non deve «disporre arbitrariamente della terra, assoggettandola senza riserve alla sua volontà, come se essa non avesse una propria forma e una destinazione anteriore datale da Dio, che l’uomo può, sì, sviluppare, ma non deve tradire». Quando si comporta in questo modo, «invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura, piuttosto tiranneggiata che governata da lui».

Così recita il n. 460 del Compendio della dottrina sociale della Chiesa. Vi sono molte avvisaglie che la natura si stia ribellando alla trasformazione tecnica e in particolare alla rivoluzione digitale compiuta dall’essere umano. L’elemento curioso è che a ribellarsi non è la natura intesa come creato – animali, piante, ecosistema nel suo complesso –, ma la natura umana, l’essere umano stesso. Può sembrare contraddittorio, e in effetti le modalità in cui questo sta avvenendo sono del tutto contraddittorie, ma avviene. Complice la pandemia, che ha accelerato processi e messo sotto severo stress l’intero sistema di correlazioni tra esseri umani e macchine, siamo verosimilmente giunti a un punto di rottura.

Per comprenderlo dobbiamo fare un passo indietro però. Il sistema tecnico di cui la rivoluzione digitale è figlia primogenita, nato con la rivoluzione industriale, ha alcune caratteristiche precise, una in particolare per quanto di nostro interesse in queste considerazioni: si autoalimenta e giustifica.

La tecnologia e la cultura tecnica hanno sempre detto bene di sé stesse, hanno veicolato un’accettazione acritica di qualunque risultato si ottenesse, e anche i fallimenti sono stati sempre gestiti e raccontati come utili per il raggiungimento del risultato finale.

Ne è derivata una concezione formale della tecnica e della scienza come nuove vestali di ogni forma di verità e di bene. Vestali piuttosto gelose come sappiamo, tanto da soppiantare a mano a mano ogni altra forma di fondazione autoritativa quale la religione, la morale, persino la democrazia. La politica è stata sostituita dall’amministrazione e ogni decisione sembra migliore se avallata da un comitato scientifico e tecnico. 

La pandemia, come sappiamo, ha messo a nudo tutte le lacune di tale impianto. Prima di tutte la lacuna epistemologica di fondo: la scienza e la tecnica non possono essere considerate al di sopra di sé stesse, non possono che obbedire a un sano principio di falsificazione e di raffronto con la verità delle cose per essere scienza e tecnica, per rispondere al loro sistema epistemologico di riferimento.

Se il sistema tecnico funziona esteriormente, cioè funzionalmente, esso non si può reggere senza un sottostante sistema valoriale e di senso che lo avalli e culturalmente lo giustifichi. La verità rende liberi, la performance tecnologica affascina, ma alla lunga si rivela per quello che è.

La rivolta al green pass è stato uno dei primi segnali forti in questo senso. Non basta la tecnica a convincere della bontà di una decisione. Per trasformare davvero è necessario educare, convincere, veicolare senso e socializzarlo. La tecnica non lo ha fatto per molto tempo e non può pensare di poter continuare a farlo senza subire delle conseguenze. Per quanto possa essere decisivo e utile il suo apporto deve fare i conti con l’animo umano e la scintilla divina che lo abita, che alla lunga svela i falsi idoli.  

Dobbiamo però notare che tale «ribellione» non è guidata, sorprendentemente, dai giovani. Forse complici alcune paure e difficoltà di base, sono le generazioni non digitali a sentire fastidio oggi per la tecnologia e la sua pervasività, per la cultura tecnica e le sue pretese. Per i giovani, per quanto valore possa avere un’affermazione di massima, lo status quo non è problematico benché sia perennemente fluido.

Non abbiamo qui lo spazio per ulteriormente approfondire il tema, ma è importante segnalarlo per risvegliare la coscienza un po’ sopita delle generazioni adulte rispetto a una loro ulteriore responsabilità nei confronti del futuro, responsabilità da assumere ora. 

Esiste dunque un’adultità da prendere in mano rispetto alla trasformazione tecnologica e alla contigua e seguente trasformazione sociale. Non se ne occuperanno i giovani. Manca loro una visione prospettica dovuta, semplicemente, a questioni anagrafiche, alla mancanza di un passato analogico che possa essere di raffronto e di confronto. Non possiamo demandare a loro tali questioni in nome della loro – presunta – maggiore sensibilità o accortezza. E in nome di una nostra nascosta fatica a riprendere in mano la conoscenza in un necessario e dovuto aggiornamento. 

Non è dunque la ribellione la strada, ma la comprensione, la presa di coscienza piuttosto della presa d’atto. Il dialogo con le generazioni più giovani, non per delegare ma per assumersi insieme la responsabilità del presente. Di essere figli di Dio e padri di quei figli oggi un po’ orfani di futuro e in cerca di paternità e maternità affidabili. 

 

Sintassi in tempo di guerra

Vorrei partire dalle considerazioni fatte da Simone Morandini, che ha opportunamente ripreso le parole di Giovanni XXIII nella Pacem in terris. Scrive il papa: “Aetate hac nostra quae vi atomica gloriatur, alienum est a ratione bellum iam aptum esse ad violata iura sarcienda (Per cui riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia)”.



Condividendo le considerazioni di Morandini a cui rimando, vorrei approfondire un inciso del Papa buono: quel nell’era atomica. Lo sfondo culturale è quello della guerra fredda, della Baia dei porci, del blocco di Cuba e del muro di Berlino. Alcuni punti dell’enciclica riguardano propriamente il disarmo nucleare (nn. 59 e 60), denunciando la folle corsa alla bomba e alle bombe. La tecnologia per la morte era, e rimane, quella della bomba atomica.

Ma non solo, non più. Il conflitto in Ucraina pone alla ribalta nuove questioni, nuove armi di guerra, nuove tecnologie di guerra e per la guerra. Dal sistema bancario mondiale interconnesso alle piattaforme sociali. Oggi la guerra si fa on-line, non solo perché attraverso un attacco informatico è possibile colpire il nemico (ne parlammo qui), ma soprattutto perché è l’opinione pubblica mondiale il vero teatro della guerra. E l’opinione pubblica mondiale è qui, sullo schermo del telefono.

La prima «guerra sui social media»

La condizione digitale trasforma anche le guerre, o meglio trasforma quanto alle spalle di ogni guerra è sempre esistito: l’informazione. La guerra in Ucraina – è stato detto – è la prima social media war. Non è neppure necessario portare particolari dati per comprovare l’affermazione.

In questi nuovi scenari di guerra, quali scenari di pace possiamo costruire? Se sono beati gli operatori di pace può essere la tecnologia digitale non solo a servizio di nuove forme di combattere la guerra, ma anche a servizio di nuove o antiche forme di costruire e mantenere la pace? Per rispondere dobbiamo partire dalla considerazione che la pace presuppone per essere autentica un umanesimo aperto alla trascendenza.

L’umanesimo, ossia il porre l’umano al centro, è un’istanza che la trasformazione digitale propone e talora tenta di imporre con forza. Ma è un umanesimo che rischia di essere semplice umanismo, non aperto di per sé alla trascendenza e, dunque, un umanesimo che continua ad essere esposto al rischio della guerra, che realizza opere, ma non l’opera più grande che è appunto la pace appunto. Scriveva Benedetto XVI: “È indispensabile, allora, che le varie culture odierne superino antropologie ed etiche basate su assunti teorico-pratici meramente soggettivistici e pragmatici, in forza dei quali i rapporti della convivenza vengono ispirati a criteri di potere o di profitto, i mezzi diventano fini e viceversa, la cultura e l’educazione sono centrate soltanto sugli strumenti, sulla tecnica e sull’efficienza”.

La cultura tecnica alla base della trasformazione digitale ha esattamente molti dei connotati descritti dal papa emerito. Che cosa dunque possiamo raccogliere dalle macerie? La consapevolezza che la mutazione sociale determinata dalle tecnologie digitali è, ancora se non ancora più considerevolmente, un incompiuto spirituale. Perché vi sia pace è imperativo che la cultura tecnica, che è la cultura dominante in questo tempo, sia una cultura aperta alla trascendenza e dunque potenzialmente possa essere cultura di pace, tecnologia per la pace, per l’umano, per i suoi diritti.

L’innesto della dottrina sociale della Chiesa, che nasce nella trascendenza e in essa si alimenta, è strumento di pace eletto, sforzo di pace a cui il teologo morale si applica non solo denunciando la bruttura della guerra, ma invocando una visione della tecnologia e della tecnica foriere di pace autentica. Da dove partire o ripartire? Faccio mie le efficaci considerazioni di Byung-chul Han nel suo ultimo testo, “Le non cose”:

“Oggi corriamo dietro alle informazioni senz’approdare ad alcun sapere. Prendiamo nota di tutto senza imparare a conoscerlo. Viaggiamo ovunque senza fare vera esperienza. Comunichiamo ininterrottamente senza prendere parte a una comunità. Salviamo quantità immani di dati senza far risuonare i ricordi. Accumuliamo amici e follower senza mai incontrare l’Altro. Così le informazioni generano un modo di vivere privo di tenuta e di durata”.

Ciascuno di questi temi, di questi problemi, sono un buon punto di conversione personale. Trasformando l’informazione, singola, scelta, selezionata, motivo di contemplazione. Senza la pretesa che lo si possa fare con tutte, senza l’ansia di doverlo fare con un certo numero. Ma nella consapevolezza trasformativa di poterlo fare, oggi, con una soltanto. 


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Cieli sereni, addio

 «Cieli sereni» è un’espressione in voga tra gli astrofili, una locuzione che è tanto bella quanto immediata e semplice. Il cielo, osservato con un telescopio o un binocolo anche di modesta fattura, è un motore di serenità inaspettate.



L’emergere di puntini di luce dal nero della notte è un lento emergere del desiderio dell’essere umano di andare oltre il proprio limite creaturale e terrestre. Un’esperienza che ha del religioso e del mistico nella semplicità biologica dell’espansione della nostra pupilla che, famelica, cerca i fotoni che dallo spazio profondo narrano al nostro cervello di quei mondi lontani.

Purtroppo il cielo stellato è uno dei beni che la rivoluzione industriale ha portato via. Dalle nubi delle fabbriche e dei riscaldamenti, ai fanali dell’illuminazione pubblica delle vie e delle piazze, tutto ha concorso a oscurare il firmamento. Il lettore può verificare le condizioni del suo cielo di casa sul sito lightpollutionmap.info e scoprirà in numeri e colori quello che probabilmente con poca consapevolezza vive quotidianamente.

Finestra di senso

Uno studio della Royal Astronomical Society fa il punto sulla situazione, mettendo nero su bianco il fatto che nel nero del cielo sempre meno vedremo il bianco delle stelle. Secondo il World Atlas of artificial night sky brightness, circa l’80% della popolazione mondiale non ha accesso a un vero e proprio cielo notturno. In Europa e negli Stati Uniti questa percentuale raggiunge il 99%, con alcune eccezioni – in corso di mutazione – in Austria, Norvegia e Svezia.

L’inquinamento luminoso non è solo una questione ecologica in senso stretto, è soprattutto una questione di senso, morale oserei dire. Il cielo stellato ha un intrinseco valore spirituale. Non è solo fonte di ispirazione per i poeti e i cantautori o la location ideale per gli innamorati, il cielo stellato è stato e deve continuare a essere uno dei motori della ricerca di senso dell’essere umano.

Il diritto al cielo

Possiamo dire che debba esistere un diritto al cielo stellato? In qualche modo sì. Se la dignità dell’essere umano si concreta nel poter essere e diventare se stesso, ebbene quegli strumenti eletti che gli assicurano tale processo sono in qualche modo una filiera da custodire e preservare.

Quale significato dare al secondo giorno della creazione? Così la Scrittura: «Dio disse: “Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque”. Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno». (Gen 1,6-8).

Nella visione biblica, e la radice semantica di quello che traduciamo con firmamento conferma, esso è una lastra di metallo trasparente che separa le acque della terra dalle acque del cielo per permettere che vi sia uno spazio vitale. L’opera, che è portata a compimento il terzo giorno, è buona proprio perché permette la vita, lo spazio di vita.

La nostra conoscenza del cielo non fa venire meno il significato spirituale di questa visione, anzi la esalta: il cielo stellato è posto a custodia di uno spazio di vita altrimenti impossibile, fisico e vitale, ma anche di uno spazio di vita interiore, non sommerso dalle grandi acque di ogni tempo e quindi anche di questo tempo.

Una soglia aperta

Fretta, prestazione, immediatezza, monetizzazione e via discorrendo spariscono nell’oculare di un telescopio o di un binocolo, ma anche o soprattutto a occhio nudo. Il cielo stellato rimanda ad altro e a un altro, restituisce quell’umiltà necessaria a essere terra capace di generare orizzonti di senso nuovi, restituisce la consapevolezza di essere noi a nostra volta un puntino infimo nel cielo, ma un puntino ove Dio ha scelto di incarnarsi per amore.

Le parole di Paolo VI al momento dello sbarco sulla luna sono in questo più che significative: «Noi, umili rappresentanti di quel Cristo che, venendo fra noi dagli abissi della divinità, ha fatto echeggiare nel firmamento questa voce beata, oggi vi facciamo eco, ripetendola come inno di festa da parte di tutto il nostro globo terrestre, non più invalicabile confine dell’umana esistenza, ma soglia aperta all’ampiezza di spazi sconfinati e di nuovi destini».

Smorzare la luce di un fanale, scegliere di non illuminare a giorno quanto è brutto anche in pieno sole ci faccia valicare nuovamente quel confine dell’umana esistenza. 


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Dati per tutti, i dati di tutti

 Nella società «datificata» sappiamo che i dati sono uno dei beni principali, essenziali ormai sotto molti e diversi profili alla vita dei consociati.



I dati sono essenziali al sistema nella sua interezza. Affinché vi possa essere un concreto ed effettivo sviluppo umano, non solo un progresso meramente tecnico, è necessario che accanto alla produzione di tecnologia e innovazione vi possa essere anche un’adeguata riflessione culturale, che supporti tanto i singoli quanto l’opinione pubblica nel gestire la trasformazione digitale e nell’individuare degli obiettivi che siano riconosciuti e riconoscibili anche come bene comune.

Affinché questo sia possibile vi è un vulnus, una ferita (ve ne sono più di una per la verità), che in qualche modo deve essere affrontata e che riguarda, appunto, i dati.

Il monopolio dei dati

Esiste un monopolio dei dati, uno dei tanti e troppi monopoli di questa rivoluzione digitale. Affinché i dati possano essere significativi è necessario, almeno sino a ora, che siano in quantità consistente. Per studiare le tecnologie che li trattano, per innovare e per creare una cultura corrispondente ci vogliono molti dati, ci vogliono dei dataset consistenti. Ma questi costano, e parecchio.

Di qui il monopoliosolo chi ha parecchie risorse è in grado di avere dataset consistenti con cui operare. I piccoli non hanno dati sufficienti. Vale per le grandi imprese, ma vale anche per le università, per il terzo settore, per qualunque portatore di interesse anche legittimo.

Senza dati possiamo dire che oggi non c’è cultura, non c’è la possibilità di avere analisi indipendenti dei prodotti tecnologici più evoluti, quelli che impattano in maniera più decisiva nelle vite delle persone e della società.

Nei sistemi democratici il controllo nei confronti degli abusi di qualunque genere è sempre stato appannaggio di settori indipendenti, ma oggi senza dati non può esistere una vera indipendenza.

La questione è stata presa in considerazione negli Stati Uniti in particolare in relazione ai dati posseduti – e utilizzati – dalle grandi imprese legate alle piattaforme social come la galassia di Facebook.

In particolare una deputata al Congresso USA ha presentato una proposta di legge che permetta l’accesso ai dataset delle grandi imprese a centri di ricerca, università e soggetti di pari caratteristiche. Vedremo come andrà a finire, rammaricandoci del fatto che si sia giunti a questo punto.

I dati sono un bene comune?

Urge però una valutazione di fondo: i dati possono essere considerati un bene comune e come tali debbono essere trattati?

È possibile immaginare una sorta di esproprio per fini di interesse pubblico di questi beni?

È possibile immaginare che i gradi monopolisti, oltre a dover pagare un’equa tassazione, debbano in qualche modo anche «pagare» una sorta di tassa culturale non in moneta, ma in risorse che possano essere conferite alla ricerca e alla cultura, come appunto sono i dati?

Queste domande possono trovare risposta solo se riconsideriamo la definizione basilare di bene, di beni comuni o di equità fiscale.

La rivoluzione digitale passa dunque anche di qui, e non si tratta di un passaggio secondario, né risolvibile in modo semplicistico.

Giuristi antronomi cercasi. 


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Una nuova disciplina per orientarsi: l’antronomia

 Terminati gli ultimi due «anni orribili» 2020 e 2021, ci affacciamo al 2022 consci che non è il cambio di calendario in sé che potrà cambiare davvero qualcosa.



Tuttavia se assumiamo in blocco questi due anni con tutti i guai e le profonde crisi che hanno portato, possono essere salutari queste parole attribuite ad Albert Einstein:

«Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorgono l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere “superato”. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla».

Il ruolo preponderante della tecnologia

Due anni fa il virus si affacciava, ancora in incognito, nelle nostre strade. In questi due anni abbiamo – se non imparato a conviverci – perlomeno a gestire meglio lontananze e vicinanze.

Dal punto di vista di questo spazio rilevo un dato positivo tra i molti negativi che è possibile segnalare: ci siamo tutti resi conto di quanto la tecnologia sia parte della nostra vita.

Rendersi conto, però, non significa ancora prendere posizione o avere delle posizioni da prendere. L’umano, così tanto messo in pericolo dalla pandemia, ci appare nuovamente fragile e sperduto in un mondo e in un cosmo che pensavamo sicuri, e sicuri forse non sono

La tecnologia ci ha dato una mano, ma ha anche rivelato a tutti la sua ambivalenza e il suo potere, di aiuto ma anche di minaccia.

Le professionalità del domani

Come possiamo reagire? Con alcuni amici stiamo dando vita a un nuovo campo di ricerca, o meglio si tenta di mettere assieme ricerche su campi diversi accomunate tutte da un unico scopo e desiderio: mettere l’umano al centro del nostro orizzonte, mettere l’umano come scopo del nostro cercare e realizzare, anche e soprattutto tecnologia.

Per farlo abbiamo coniato un neologismo che faccia da casa comune a questi studi e, soprattutto, alle nuove professionalità del domani che ci interessano: antronomia ed antronomo.

L’antronomia è il tentativo di mettere assieme saperi e conoscenze pratiche per porre . L’antronomo è colui che ha competenze eminentemente umanistiche e le offre a chi ha competenze tecniche e deve costruire sistemi tecnologici che impattano sulla vita delle persone.

La teologia, in questo ambito, ha molto da dire e da offrire: un’antronomia teologica che metta insieme antropologia, cristologia, teologia morale e spirituale può essere un orizzonte interdisciplinare e transculturale per il tempo che viviamo.

Proveremo, anche in questo spazio, a dare conto dei guadagni che insieme si raggiungeranno. Per fare di una tragedia che abbiamo vissuto un motivo di speranza, anche e con la trasformazione digitale.


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Di chi è il Natale?

 Il Natale di chi è? Per diversi anni abbiamo tutti assistito, forse anche subìto, una certa retorica omiletica che possiamo riassumere nell’espressione «non lasciamoci rubare il Natale».


L’intenzione è certamente encomiabile ed evangelica: un tentativo di combattere il consumismo dilagante e la secolarizzazione della solennità della nascita del Redentore. Gli ultimi accadimenti in sede europea fanno da cassa di risonanza a questo tormentone.

Il risultato retorico di tale tentativo – direi – è piuttosto fallimentare. Non vorrei dilungarmi nella ricerca delle ragioni di tale fallimento, pur appellandomi alla necessità di abbandonare quelle forme omiletiche improntate al «tutti vogliamo, siamo qui perché desideriamo» e via discorrendo.

Non rubiamo il Natale

Mi preme piuttosto ribadire un concetto: «Smettiamo di rubare il Natale».

Facciamo un passo di lato: la trasformazione tecnologica e la condizione digitale ci pongono oggi, come mai nel passato, nella condizione di condividere pensiero nelle forme più varie: dalle immagini alle parole, dai libri ai brani musicali e così di seguito. Siamo in un tempo in cui chiunque ha la possibilità di comunicare ai molti, quasi ai tutti. Una grande libertà, a cui non si è accompagnata una seria educazione alla responsabilità.

La condizione digitale è segnata da un’endemica mancanza di onestà intellettuale rispetto alla citazione delle fonti. Le fake news corrono sul filo, ma anche sui binari di una perduta onestà. Copiamo senza citare, condividiamo disinteressandoci della fonte di origine, riproponiamo senza verificare quasi mai. E dire che è proprio la tecnologia che ci consentirebbe sia di reperire l’esatta citazione, sia di proporla all’interlocutore dandogli il potere di controllare molto velocemente. Basta un link e la catena del valore, in ogni senso, è custodita.

Torniamo alla fonte

Non lo facciamo. In nome della gratuità del web, in nome della replicabilità del mezzo, in nome – io penso – del fatto che sin da subito non ci siamo educati a farlo.

In digitale c’è solo Wikipedia che non le accetta, tutto il resto del sistema vive placidamente del plagio selvaggio. Ma l’assenza di fonti, oltre a essere moralmente esecrabile, rende il web un posto meno sicuro, un posto in cui la credibilità è bassa, la creduloneria è alta, il diluvio informativo e incontrollato genera i terrapiattisti.

Come ovviare? Facendo la nostra piccola parte, come sempre: cominciando noi per primi a citare, citare la fonte, citare il versetto, rendere a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.

Non rubando il Natale, che non è nostro, ma è il Natale di nostro Signore Gesù Cristo secondo la carne. Piccole cose, che fanno la differenza.


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Esserci, o non esserci? Il dilemma dell’intelligenza artificiale

Ho avuto la grazia di lavorare con un gruppo di studenti che si sono occupati, e con rilevante successo, dell’applicazione dell’intelligenza artificiale alle questioni climatiche: frontiere che spesso affidiamo alla fantascienza e che, invece, hanno applicazioni interessanti ed efficaci già oggi.


L’espressione «intelligenza artificiale» è infatti tanto generica che non ci permette di entrare più in profondità nelle questioni singole o nei diversi campi di area.

Rispetto alle questioni ambientali, ad esempio, oggi l’intelligenza artificiale è applicata dalla più semplice raccolta ed elaborazione di dati sul cambiamento di temperatura o sulle emissioni di carbonio, sino al prevedere eventi meteorologici e climatici complessi, così come mostrare gli effetti di condizioni meteorologiche estreme.

I molti mestieri dell’intelligenza artificiale

Molto può essere fatto rispetto al risparmio energetico e all’efficientamento di tutto ciò che consuma energia, come i trasporti. Molto si sta facendo in agricoltura, per minimizzare l’impatto della chimica o il consumo di acqua e via dicendo. Un ampio e documentato studio, a cui rimando, ci restituisce una panoramica piuttosto interessante delle applicazioni di machine learning in questo campo.

Sotto un altro profilo l’uso di tecnologia comporta un significativo impiego di risorse energetiche, per cui diviene centrale un’analisi concreta e puntuale del rapporto costi-benefici.

Possiamo poi pensare al dibattito sull’auto elettrica, che non consuma in loco combustile fossile, ma che rischia di inquinare di più nel suo ciclo vitale complessivo.

Aumentare l’antropocene?

Date queste premesse, di fatto abbastanza già note e socializzate, la questione su cui vorrei riflettere in queste righe è più generica.

L’intelligenza artificiale trasforma la società, i rapporti economici e politici: se la nostra azione è volta a ridurre, limitare, mitigare o invertire il cattivo uso della presenza umana nell’ecosistema, il cosiddetto antropocene, la questione che si pone è se aumentare l’antropocene sia il modo corretto per ridurre l’antropocene.

La questione può essere posta sotto due profili differenti. Un primo profilo riguarda un uso più intenso di tecnologia (intelligenza artificiale ma non solo) per migliore l’uso stesso della tecnologia, per rendere più adatta, più efficiente e, dunque, meno impattante sull’ambiente.

Un secondo profilo è più culturale, e consiste in un uso più significativo di tecnologia per il «controllo» culturale, per spingere il comportamento dei singoli in una direzione più ecologica. Un esempio evidente è stato il green pass: averlo reso obbligatorio per poter accedere a determinati beni o servizi ha generato un conseguente obbligo sociale, se non giuridico, alla vaccinazione. Un uso della tecnologia, come paventava Manuel Castells, per il controllo dei pensieri delle persone indirizzandoli in una prospettiva positiva.

È del tutto evidente che il primo filone suscita molte meno perplessità etiche del secondo, tuttavia anch’esso mantiene dei rilievi di criticità. Non abbiamo qui che lo spazio che per porre la questione o per meglio dire le questioni: aprire un dibattito più intenso su questi temi sembra opportuno, forse necessario.


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L’amicizia al tempo dei social

La scuola è stata per tutti noi la prima grande palestra dell’amicizia, e la fatica del tornarvi dopo le vacanze estive era mitigata proprio dal desiderio di rivedere gli amici di scuola.



All’inizio dell’anno scolastico e in tempo di distanziamento fisico può essere allora interessante soffermarci sui luoghi dell’amicizia al tempo delle tecnologie emergenti.

Gli strumenti digitali, lo avvertiamo costantemente, hanno molto cambiato l’idea stessa di amicizia, basti pensare che un tempo si contava sugli amici, oggi gli amici si contano attraverso i social media. Abbiamo amici digitali e amici di carne e sangue, e non necessariamente i primi sono considerati di categoria inferiore rispetto ai secondi.

Talora confidiamo molto di più agli amici immateriali che a quelli materiali, e sicuramente conoscono la nostra vita più i primi dei secondi, laddove i secondi non abbiano doppia veste.

Amicizia monetizzata

L’amicizia è un legame per definizione gratuito e basato sulla libera adesione, a differenza dei legami famigliari o di lavoro dettati dall’ineluttabilità del sangue o dai bisogni della reciproca interdipendenza. L’amicizia on-line è invece monetizzata, anche se non dalle parti, ma dal soggetto terzo che «gestisce» tali amicizie.

Giova dunque riprendere il concetto di amicizia civile contenuto nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa:

«Il significato profondo della convivenza civile e politica non emerge immediatamente dall’elenco dei diritti e dei doveri della persona. Tale convivenza acquista tutto il suo significato se basata sull’amicizia civile e sulla fraternità. Il campo del diritto, infatti, è quello dell’interesse tutelato e del rispetto esteriore, della protezione dei beni materiali e della loro ripartizione secondo regole stabilite; il campo dell’amicizia, invece, è quello del disinteresse, del distacco dai beni materiali, della loro donazione, della disponibilità interiore alle esigenze dell’altro» (n. 390).

Far modificare le piattaforme

Una ricerca sul civismo nei social network ha riscontrato come la maggior parte degli utenti dia per scontato che siano contesti fondamentalmente incivili, ma nel contempo ha anche rilevato come atteggiamenti opposti generino immediatamente positive imitazioni. I ricercatori concludono che «ciò che è in gioco potrebbe non essere semplice la prevenzione di fenomeni negativi, ma anche il raggiungimento di significativi benefici sociali, in particolare un aumento misurabile del capitale sociale».

La ricerca non può evidenziare se l’imitazione nel bene porti ad atteggiamenti successivi stabili, tuttavia «la promozione di migliori norme di discussione on-line sarebbe probabilmente in sé e per sé un guadagno netto nel capitale sociale».

I ricercatori indicano anche una strada oltre a quella di perseguire i comportamenti scorretti: «Dovremmo cercare di realizzare un paradigma per cambiare il tipo di interazioni che le piattaforme offrono ai loro utenti incoraggiando il discorso riflessivo, la valutazione imparziale delle evidenze e la possibilità di cambiare idea».

Considerato che le piattaforme monetizzano la nostra amicizia on-line, chiedere una tale conversione epistemica e tecnologica è ben possibile, come alcuni progetti, per esempio Parole ostili, sostengono da tempo.

Buon anno scolastico!


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