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Betlemme e un «nuovo mondo economico», cioè alternativo

Il Natale cristiano e i due gruppi legati alla Natività. Se li osserviamo con gli occhi dell’economia e della modernità, sono amministratori e presidenti di organizzazioni. Ed ecco che cosa ci dicono.



L’adorazione dei magi e dei pastori è uno dei ritratti di famiglia del Natale tra i meglio e più frequentati dagli artisti di ogni secolo. Proviamo anche noi, molto più modestamente e solo con l’uso della parola, a soffermarci recuperando qualche suggestione natalizia per il mondo dell’economia e dell’impresa a cui queste pagine digitali abitualmente si rivolgono.

Oltre alla Sacra famiglia le presenze che la Scrittura segnala attorno a Gesù bambino sono fondamentalmente tre. Per primi gli angeli, cantori della gloria di Dio, e nel simbolismo letterario della Bibbia trasposto dagli artisti nelle più varie fogge, coloro che parlano in vece di Dio.

Gli angeli sono la parola di Dio che spiega, commenta, agisce, sottende.

Sono l’esegesi di quanto accade, il senso di quanto si vede, l’indicazione finale del motivo dell’azione di Dio.

Accanto a loro, o meglio come esito della loro presenza e dell’azione di Dio, troviamo due gruppi apparentemente molto distanti tra loro per classe sociale, per motivazioni e così diversamente codificati nell’interpretazione classica del quadro biblico.

I pastori da una parte ed i Magi dall’altra. Gli ignoranti ed i sapienti, i poveri ed i ricchi, i vicini ed i lontani.

A questa interpretazione, che abbraccia l’umanità nelle sue dimensioni più varie, se ne può accostare una seconda che la vita stessa di quel bambino in fasce ci autorizza a fare. Il pastore, nella predicazione di Gesù, non è tanto immagine del povero o del reietto, quanto piuttosto di colui che, propriamente, conduce il gregge. Il pastore è quello della pecora perduta, dei verdi pascoli, è il pastore buono e bello a cui Gesù associa la sua stessa missione. È colui che si fa carico, letteralmente, del gregge.

L’altro gruppo della natività è quello dei Magi, i sapienti che vengono dall’oriente i cui doni rivelano il censo, le possibilità, la posizione sociale. Nella loro misteriosità l’unico dato evidente è che sono uomini di rango e di potere, tanto da poter essere ricevuti subito dal re Erode, tanto da potersene infischiare dei suoi ordini e disposizioni tirando diritto per la strada del ritorno.

Quale aspetto in comune hanno dunque i pastori ed i Magi, radunati dagli angeli, scelti da Dio e convocati quali primi adoratori di Gesù fattosi carne? Sono persone che, in modo diversi, in scale diverse, decidono per altri, per altro. Gestiscono risorse, umane o naturali. Pastori e Magi, se li leggiamo con gli occhi dell’economia e della modernità, sono amministratori e presidenti di organizzazioni.

Non sembri una forzatura questa interpretazione.

Pur stando nella storia concreta in cui si dipana, la Scrittura è sempre metastorica, chiave di lettura e codice di ogni momento della storia, non in termini di imitazione di forme, ma di consegna di significato. Cristo sceglie come primi adoratori, come coloro che per primi debbono ispirarsi alla sua presenza, uomini che decidono per altri e di altro, uomini che si assumono responsabilità. Che hanno responsabilità.

Cristo si fa garante, e diventerà addirittura ostaggio sulla croce, di un nuovo modo di intendere la responsabilità.

Dio si consegna all’umano offrendo una nuova alleanza in cui Egli è primo garante di successo e di riuscita, di bontà delle scelte e di efficacia delle strategie.

Le domande su cui riflettere

Di quale meta stiamo parlando? Sono gli angeli ad annunciarla, proclamarla e consegnarla a nome di un Dio che, fattosi uomo, è ancora infante, senza parola. Pace in terra agli uomini di buona volontà. In tempo di guerra continua, di un linguaggio anche economico e sociale che continuamente fa ricorso ad un lessico bellico, possiamo immaginare che nei luoghi dell’economia, vi possa essere una conversione verso la pace, verso la collaborazione, la comunione e l’alleanza? Tutte le teorie economiche basata sulla lotta, sulla sopraffazione, sull’annientamento dell’altro, sono umane? Sono autentiche? Sono etiche? In definitiva che mondo ci hanno restituito?

Se fosse la pace la meta ultima e quindi ordinativa di coloro che hanno responsabilità di altro e di altri, piccole o grandi responsabilità, operative o gestionali, semplici o infinitamente complesse?

Il quadro di Natale ci offre qualche secondo di contemplazione di un mondo diverso, in cui le spade diventano vomeri, in cui il leoncello può vivere accanto al capretto. Credo che ognuno di noi sia stanco di uscire ogni giorno in battaglia.

Buon Natale e che sia pace sulla terra, anche grazie alle responsabilità che ti assumi ogni giorno.

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Edoardo Mattei – I Vangeli narrano il digitale

I Vangeli narrano il digitale

IL LIBRO

Il dramma dell’epoca digitale è negarsi la possibilità di parlare di Dio. Esaudite le domande per spiegare il mondo, si scoprono ancora inquietudini nel cuore e la consapevolezza di non sapere a chi rivolgersi. Se la scienza ha esaurito le risposte e non esiste un Dio a cui porre le domande, come affrontare le questioni fondamentali dell’esistenza? Se la Scrittura è universale non può non fornire delle risposte. Edoardo Mattei suggerisce che una «teologia del digitale» è realizzabile, offrendone una lettura biblica, che urge in un tempo in cui il digitale è intorno a noi, plasma la nostra vita e condiziona la cultura e l’etica.

L'AUTORE

Edoardo Mattei, consulente per l’innovazione tecnologica ed esperto di comunicazione digitale, ha partecipato a diversi progetti internazionali. Gestisce la transizione e la comunicazione digitale di numerose società private. Docente di Teoria dei Media Digitali presso ISSR Mater Ecclesiae – Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino Angelicum, promuove l’impegno cristiano nel digitale in convegni, articoli e libri. Collabora con il sito Eklego - Teologia Biblica ed è autore del blog Mattia Digitale. È un laico domenicano.

LA RECENSIONE DEL PROF. VACCARO

A inizi anni Novanta, il documento della Pontificia Commissione Biblica L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa segnalava le peculiarità esegetiche dell’approccio contestuale al Testo Sacro. Tale approccio è caratterizzato dall’accordare un’attenzione privilegiata ad aspetti particolarmente sensibili alle preoccupazioni e alla mentalità dell’umanità del proprio tempo e il documento menzionava, allora, la teologia della liberazione e l’ermeneutica biblica femminista. A distanza di trent’anni, sembra necessario aggiungere un terzo approccio contestuale, ovvero l’approccio tecnologico e digitale e il libro di Edoardo Mattei, I Vangeli narrano il digitale. Una lettura biblica al tempo dei social, “ne rappresenta uno dei primordi”, come avverte Luca Peyron nella sua prefazione al testo.

Non si tratta di impresa semplice perché il mondo tecnologico contemporaneo, così innervato di comunicazione breve, immediata ed esteriore, sembra agli antipodi delle coordinate dei cosiddetti ‘tempi biblici’, ma questo non vale come motivo di rassegnazione, bensì di incentivo e sollecitazione per chi si fa forte della convinzione, come Mattei, che la Rivelazione si presti ad essere espressa nel linguaggio e nelle categorie di ogni tempo e che la Chiesa sia proprio chiamata a tale ermeneutica. Qui la precisazione si fa sottile: la Chiesa non deve ‘adattare’ la Scrittura allo spirito del tempo, deve piuttosto impegnarsi affinché la comprensione della Scrittura sia ‘adatta’, cioè significativa, feconda ed anche suggestiva, per gli esseri umani di ogni tempo.

I primi due capitoli del libro, intitolati “Il digitale nel Vangelo” e “Pericopi digitali”, pur con declinazioni diverse, s’impegnano in “possibili letture bibliche del digitale”. Il discorrere è fresco e ammiccante, e i comportamenti e le attitudini tipiche del nostro tempo digitale diventano valide occasioni per agganciare l’attenzione soprattutto dei più giovani e stimolare approfondimenti ed estensioni del senso evangelico. Quale esperienza di fede viene abilitata dal touch screen di Tommaso sul costato del Risorto? Quanti altari-cookie lasciamo lungo la nostra vita così come facevano i patriarchi lungo la via del loro cammino? “Se i cookie sono i segni del nostro navigare su Internet, esistono uguali segni che testimoniano la nostra frequentazione del vangelo?”; il selfie sulla moneta richiamata dal famoso: “date a Cesare…” non induce a pensare che “forse abbiamo anche noi un desiderio di affermarci come imperatori della nostra vita e ignorare l’imago Dei che Gesù ci propone discretamente”?

Le associazioni e i richiami di questo genere si rincorrono nel testo di Mattei e gli stessi titoletti dei paragrafi giocano su simili equilibri, come ad esempio: “Il settimo giorno e l’apericena”, “Lazzaro, alzati e connettiti”, “Eva e le fake news”.

La parte conclusiva del testo, dedicata a delineare “Tracce per l’apostolato”, cambia registro: la riflessione si fa più serrata, argomentata e ricca di indicazioni concrete nel tentativo di rendere la pastorale rivolta all’umanità digitale sempre più aggiornata, efficace e attraente, al fine di coprire il gap teologico-pastorale esistente con il tempo attuale tramite innovativi apparati linguistici e concettuali. Il primo suggerimento è cruciale: “alla pastorale è chiesto di cambiare atteggiamento da ‘fornitore di risposte’ a ‘fornitore di domande’”. Non si tratta di gusto personale: è la temperie che lo chiede alla Chiesa. L’epoca digitale offre risposte a bizzeffe, è sufficiente cliccare un quesito e quantità industriali di risposte si riversano sul lettore, risposte di tutti i tipi e per tutti i gusti. Uno degli effetti maggiori, osserva Mattei, è che per le giovani generazioni “il muscolo delle curiosità si è intorpidito” e le risposte della pastorale cristiana appaiono solo un “prodotto da scaffale” nel “supermercato delle risposte confezionate” e neppure tra quelle più rilucenti e a basso prezzo. Per questo occorre un atteggiamento diverso, una pastorale che si metta in gioco costantemente, che ascolti e condivida la prospettiva di chi pone domande e obiezioni e che s’impegni a fornire argomenti personalizzati ad ogni interlocutore.

La pastorale narrativa, in linea con lo stile dello storytelling oggi frequentemente richiamato, è un’altra proposta che si affaccia nel generoso elenco delle caratteristiche della nuova pastorale suggerito dall’autore.

Lo sguardo di Mattei sul nostro tempo digitale è critico, rigoroso, competente, ma complessivamente accogliente. Nonostante certe discutibili abitudini che il digitale induce e promuove nei comportamenti di ognuno di noi, esso è guardato con simpatia, con la costante tensione a cogliere ciò che di positivo immette nelle nostre vite e alle opportunità che apre ai cristiani. Il paragrafo che conclude il libro, “Esame di coscienza al cellulare” è emblematico di questo atteggiamento: “Il tanto bistrattato cellulare è un registratore impietoso della nostra vita. A fine giornata possiamo ripercorrere tutto quello che abbiamo detto, pensato, scritto e letto. È un confronto imparziale con il nostro vissuto. Un esame di coscienza efficace, che può diventare anche un simpatico gioco di società, come nel film Perfetti sconosciuti. Cosa hai postato, scritto, detto, taggato di buono o cattivo nella giornata? Quando lo hai fatto pensando a Dio? Mentire sarebbe difficile, perché la nostra vita digitale è vissuta nella rete di relazioni fisiche, è pubblica, sotto lo sguardo e nello schermo di ognuno. Il cellulare diventa una sorta di angelo custode che può parlarci, se vogliamo starlo a sentire”.

L’approccio contestuale tecnologico alla Bibbia e la pastorale del digitale, con il libro di Mattei, sembrano essere sorti sotto buoni auspici.

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Lo sdegno del Papa per i poteri economici: ridicolizzano la questione ambientale

A otto anni dall'Enciclica "Laudato sì" Francesco torna sul tema con un'Esortazione sulla sofferenza del pianeta usando toni duri: «Una presa in giro trattarla come una vicenda romantica, è un problema umano e sociale in senso ampio». Critiche e silenzi hanno accompagnato il testo che invece solleva un tema che riguarda innanzitutto la fede. E soprattutto è un messaggio sul nostro vero bene.

C’è un tempo in cui chi ha responsabilità soprattutto globali deve battere il tempo alla Storia. Lo ha fatto nei giorni scorsi Papa Francesco con l’Esortazione apostolica Laudate Deum. «Sono passati ormai otto anni dalla pubblicazione della Lettera enciclica Laudato sì, quando ho voluto condividere con tutti voi, sorelle e fratelli del nostro pianeta sofferente, le mie accorate preoccupazioni per la cura della nostra casa comune. Ma, con il passare del tempo, mi rendo conto che non reagiamo abbastanza, poiché il mondo che ci accoglie si sta sgretolando e forse si sta avvicinando a un punto di rottura».

«Non reagiamo abbastanza»

Le parole del breve documento sono forti, dure, stringenti. Mostrano più che dimostrare, denunciano con fermezza piuttosto che alludere o esortare. Uno stile non usuale per i documenti di un pontefice ma, in effetti, non è per nulla usuale il momento storico che l’umanità vive. Sullo sfondo delle parole di Bergoglio c’è un insegnamento fermo della dottrina sociale della Chiesa, il principio della destinazione universale dei beni. Così lo esprime il Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 2404: «L'uomo, usando dei beni creati, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui, ma anche agli altri. La proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della provvidenza; deve perciò farlo fruttificare e spartirne i frutti con gli altri, e, in primo luogo, con i propri congiunti».

L'origine antropica

La proprietà privata è un elemento del diritto naturale, secondo la Chiesa, ma ha un vincolo che è la fraternità universale. Da questo principio discendono le parole forti di papa Francesco soprattutto nei confronti di coloro che hanno un potere, economico o tecnologico che sia. Il che, in questo tratto della storia, di fatto ha una stringente corrispondenza. La casa comune brucia o muove avvelenata, avverte il Pontefice, per ragioni legate all’essere umano - «L’origine umana – “antropica” – del cambiamento climatico non può più essere messa in dubbio» – ma non a tutti gli esseri umani, in modo specifico a coloro che hanno le leve del potere e lo usano in modo sconsiderato. «Tutto ciò che esiste cessa di essere un dono da apprezzare, valorizzare e curare, e diventa uno schiavo, una vittima di qualsiasi capriccio della mente umana e delle sue capacità».

Stati sempre più deboli

Questo delirio di onnipotenza sfugge al controllo internazionale e degli Stati, sempre più deboli, ed è per giunta, fintamente sostenuto da una cultura effimera e fragile. «Si incrementano idee sbagliate sulla cosiddetta “meritocrazia”, che è diventata un “meritato” potere umano a cui tutto deve essere sottoposto, un dominio di coloro che sono nati con migliori condizioni di sviluppo». Il giudizio è lapidario, forte, per molti versi inedito nel linguaggio:«Non sarà più utile sostenere istituzioni che preservino i diritti dei più forti senza occuparsi dei diritti di tutti»Fa bene sentire che qualcuno ha il coraggio di dire che il re è nudo: «Poniamo finalmente termine all’irresponsabile presa in giro che presenta la questione come solo ambientale, “verde”, romantica, spesso ridicolizzata per interessi economici. Ammettiamo finalmente che si tratta di un problema umano e sociale in senso ampio e a vari livelli». Perché l’esortazione apostolica ha il titolo scelto? Lo spiega Francesco stesso, in conclusione: «Lodate Dio è il nome di questa lettera. Perché un essere umano che pretende di sostituirsi a Dio diventa il peggior pericolo per sé stesso».

Sepolto dal silenzio

Arrivano i primi commenti, decise critiche, addirittura parole forti che mettono in dubbio la cattolicità del Papa. Molto silenzio. Un documento così deciso viene sepolto nella comunicazione dalle tante altre comunicazioni. Un sospetto e forse più che un sospetto nasce. Che i profeti, ancora una volta, vengano abbandonati nel deserto, derisi, uccisi. La Scrittura ha pagine e capitoli di racconti così, e fu pure la sorte di Cristo. Il Papa tocca un argomento scomodo. Lo fa con durezza e scomodando parole forti. Qualcuno dubita che sia una questione di fede. Ma lo è eccome: perché se l’essere umano diventa l’idolo di se stesso e dei suoi poteri la questione è di fede prima ancora che di morale e società.

La sensazione è che queste pagine siano nate di getto, da un cuore ferito, da un cuore sdegnato.

Si può permettere un Papa di essere ferito e sdegnato e di metterlo nero su bianco?

Francesco è il papa della Misericordia. Nulla per lui è più importante di questo, la misericordia lo muove, lo spinge, lo ispira. Dio è Padre di Misericordia per il papa dell’altro capo del mondo. Questo talvolta gli forza la mano. Ma in un modo fatto di durezze, di ingiustizie, di poteri sordi, avere un uomo a capo di una istituzione moralmente così significativa, il cui cuore batte forte mi pare una gran bella notizia. Uomini e donne di buona volontà, intelligenti e misericordiosi, cercasi.

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La mala educazione di ChatGPT, tutta colpa dell'input che riceve

La macchina non ha capacità di discernimento e di senso: per questo bisogna introdurre il parametro etico. Che non significa dare un'anima o una coscienza al chatbot. Poi bisogna educare anche il partner: cioè l'uomo. È in gioco la democrazia e non solo nella società. La lezione di Benedetto XVI.



Scrive molto bene, ma di lei ultimamente scrivono in parecchi molto male: ChatGPT. Mi inserisco volentieri nel dibattito che anche su queste pagine digitali si è svolto per portare un ulteriore contributo.  Già si sono sottolineate le questioni etiche, i rischi legati allo sconquasso che tali sistemi porteranno nel mondo del lavoro, alla necessaria riorganizzazione delle imprese sino ai timori legati all’uso improprio di tale tecnologia soprattutto da parte dei più fragili per età o per condizione sociale.

Mi pare che tutti i timori che possiamo legittimamente e coerentemente elencare possono essere per molti versi ricondotti ad un medesimo tema, così come eventuali soluzioni. Ritengo che un modo concludente di affrontare la questione non sia quello di determinare a tavolino e preventivamente degli stop predeterminati a questo tipo di tecnologia ed alle sue applicazioni. La questione deve invece essere ricondotta a monte per potere poi agire con maggiore consapevolezza a valle. Il punto di partenza è l’educazione, da leggersi sotto due profili che si integrano ed intersecano tra loro. Oggi la macchina non deve essere semplicemente addestrata. Quanto produce nasce da una lettura di dati giocoforza corrotti. Corrotti in senso tecnico e corrotti in senso etico. La macchina non ha capacità di discernimento e di senso, legge in modo computazionale, per quanto evoluto. Questo la porta a pensare ed agire in modo corrotto perché l’input che riceve è corrotto.

La necessità di un percorso educativo

Di qui la necessità che al semplice addestramento si approdi ad un percorso educativo. Se effettivamente essa si sta dimostrando capace di associazioni più complesse che non un sistema stocastico allora è necessario cominciare a pensare come bene educare la sua intelligenza profonda. Ciò non significa dare un’anima o una coscienza alla macchina, questo non sarebbe possibile, ma passare dall’addestramento all’educazione sì, ovvero una capacità di giudizio del dato usando il parametro etico come nuovo parametro di valutazione della performance della macchina. Per realizzare questo la direzione è quella, certamente giudicata scomoda in molti settori, di riprendere in mano la questione della verità ed implementarla nuovamente nel sistema semantico della macchina e forse non solo.

Non vi può essere esattezza e giustizia senza verità, e non è accettabile che il potere anche epistemico di tali macchine non sia guidato ab origine da tale criterio. La seconda educazione a cui dobbiamo tendere è quella dell’altro partner della macchina in questo tempo, l’essere umano. Le questioni sono particolarmente sofisticate e, dunque, parrebbe impossibile chiedere a chiunque di comprenderne la portata e di padroneggiare i sistemi. Per educazione però non intendo il conferimento a chiunque di capacità tecniche, ma la sapienza e l’informazione per chiunque di conoscere, a grandi ma decisive linee, di che cosa stiamo parlando, di come queste macchine funzionano, di che cosa in particolare ChatGPT è capace, di cosa non è capace, di che cosa è bene che non sia capace, cioè a che cosa sarebbe bene che non si applicasse. Il potere trasformativo di queste tecnologie è tale e tanto che è in gioco la democrazia e non solo nella società, pensare di poter trattare tutto questo come un tema esotico di cui solo alcuni possano e debbano occuparsi non è più tollerabile.

Educazione dunque, in tutti i sensi e latu sensu. Papa Benedetto XVI in tempi non certo sospetti, ma profetici, parlò di emergenza educativa e venne ingiustamente tacciato del consueto oscurantismo clericale che ciclicamente viene ripescato. Scriveva alla Diocesi di Roma il papa tedesco: “A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell'ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell'uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale. Non possiamo pensare di fare a meno dell’educazione per la ragione di avere tra le mani uno strumento tecnico così potente e bello da farci toccare vette inesplorate, al contrario. Continua Benedetto: “Il rapporto educativo è però anzitutto l'incontro di due libertà e l'educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà”.

La tecnica ci libera da molte pastoie e fatiche, ma la libertà non è solamente liberazione da pesi, da vincoli, da fatiche. La libertà autentica è soprattutto la possibilità concreta di assumerci delle responsabilità. Come fare incontrare la libertà dei singoli dalla ricchezza inestimabile che viene dagli strumenti tecnici che l’essere umano è oggi in grado di creare ed operare? Benedetto risponde così: “anima dell'educazione, come dell'intera vita, può essere solo una speranza affidabile”.

Il fattore umano e il progresso

Riponiamo la speranza nel futuro nelle macchine, nel progresso tecnico e scientifico o, piuttosto nell’essere umano che di quel progresso è unico fattore e motore? La macchina presunta intelligente non ci faccia mai dimenticare che è l’essere umano l’origine e solo l’essere umano il fine. In una prospettiva di fede l’essere umano autentico capace di atti divini ed orientato ad essere pienamente umano e divino insieme. Sappiamo che è possibile educare l’umano. È possibile costruire macchine che incorporino dell’etica, che sia educate in tal senso? Solo rispondendo di sì è legittimo immettere nel sistema macchine, come Chatgtp che tanto incidono sull’etica e sulla vita. Altre strade sono semplicemente lesive della nostra dignità.

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Sul tetto della mia parrocchia il telescopio apre il cuore di tutti

Un parroco torinese appassionato di astronomia racconta la sua esperienza di pastorale tra la gente passando per la "porta" di stelle, pianeti e comete. Una ricerca interiore che coinvolge e incanta



«Il cielo è un luogo a cui andare per vedere, e ascoltare. Ciò che da bambino era curiosità e meraviglia, da adulto nutre il mio cuore, la mia speranza, la mia fede. E quella della mia gente» Credo. Aumenta la mia fede. Questa preghiera fu degli apostoli ed è di ogni credente, ha senso in qualunque tempo. Soprattutto se il tempo che vivi cartavetra la fede in tutti i modi. Aumenta la mia fede è la preghiera di chi è chiamato in modo particolare a confermare nella fede la sua gente, come mi capita ogni giorno facendo il cappellano universitario e il parroco. Tutti condividiamo la sensazione che in tempo di carestia spirituale bisogna prendere fiato dalla pastorale che ti strangola per pregare e cercare dove attingere vita. Se il salmo 19 ha ragione – «i cieli narrano la gloria di Dio e l'opera delle sue mani annunzia il firmamento» – allora in un tempo in cui vedere è diventato importante quanto ascoltare, il cielo è un luogo a cui andare o, nel mio caso, tornare. Da bambino molto del mio mondo era al di là di una finestra, verso il cielo; da bambino potevo andare a letto più tardi solo se trasmettevano un film di Jerry Lewis. O una missione dello Space Shuttle. Non avevo un telescopio, troppo costoso uno serio: avevo un binocolo, ma dalle finestre di casa nostra in una città come Torino si poteva vedere giusto uno spicchio di Luna tra i palazzi e nulla più. C’era Star Trek, ma lo spazio vero era destinato ad aspettare. Sino a oggi.

A 50 anni appena compiuti sono tornate le stelle, il cielo profondo, galassie e nebulose, Saturno e Giove, i crateri della Luna. Quello che da bambino era curiosità e meraviglia, da adulto nutre il mio cuore, la mia speranza, la mia fede, la mia passione per l’appassionato crocifisso. La Scrittura, la teologia, la lettura dei Padri, l’ascolto delle persone, la celebrazione dei sacramenti, la vita pastorale nutrono il mio essere prete sino in fondo. Ma nonostante tutto questo si corre sempre il rischio di credere per buone ragioni, di amare per buoni sentimenti, di predicare per dovere di ufficio. Il fuoco della trasfigurazione ha bisogno di bellezza soprannaturale per continuare a divampare. Di bellezza che non sia il frutto dell’agire umano, ma esclusivamente dell’agire divino. E il cielo stellato è proprio così. Di qui un primo telescopio piccolo piccolo, poi uno decisamente più serio come regalo per il mezzo secolo. Il tetto della parrocchia che permette un bell’orizzonte, qualche uscita fuori porta al mare o in montagna, e le galassie o le comete sono servite. Ma se sei prete non puoi che essere prete. E se stai sulla parola di Dio lasciando che ti metta un po’ in crisi, non puoi far finta di nulla. Se ricevi un dono è per donarlo a tua volta. La parabola del povero Lazzaro e del ricco narra certamente del nostro frigorifero, ma anche di quello che nutre il nostro cuore, lo spirito, la fede. Così cielo e telescopio sono diventati uno strumento pastorale, per stare insieme, per pregare insieme. Con i più piccoli, ma anche e soprattutto con i più grandi. L’invito è facile, la serata si combina velocemente, il dialogo si può fare serrato. L’inquinamento luminoso è implacabile in città, ma ti permette lo stesso di accarezzare gli anelli di Saturno, di rimanere a bocca aperta davanti alla macchia rossa di Giove, di tuffare lo scetticismo e il disincanto di questo tempo in miliardi di stelle di un ammasso globulare. Sorvolare la Luna e atterrare in un cratere è l’occasione per rivedere il senso delle nostre ferite, ridare il nome alle piaghe interiori.

Ridare luce al cinereo di alcuni pensieri che attraversano la storia e le vite della mia gente. Far tornare il sorriso a una ragazza che ha perso suo padre. Se metti decine di universitari sul tetto per dare la caccia a una cometa, quella a Cristo li porta sempre. Poi il Signore è sempre al di là delle tue aspettative, e ti trovi pure a dare una mano al Santo Padre per mettere insieme una missione spaziale (www.speisatelles. org). Ma è un’altra storia. Spesso mi risuona nel cuore un passaggio del Padre Nostro: come in cielo così in terra. Da quando prendo freddo tra i comignoli e il silenzio delle notti stellate, questa frase è diventata tanto altro di più. Bibbia e telescopio dunque, non per fare scienza, ma per ascoltare dalle profondità del Creato una parola capace ancora di creare. Ci scrivi un libro, lo racconti nelle scuole, ci fai un pezzo per Avvenire. Lo stupore di essere abitatori di un puntolino da nulla in tutto il cosmo in cui Cristo ha scelto di farsi uomo e morire per me.

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Il parroco con un telescopio sul tetto della chiesa

Al Torino Space Festival (4-7 maggio) don Peyron racconta la sua storia di astrofilo tra scienza e fede. Quando nel Seicento per qualche decennio le costellazioni pagane furono cristianizzate


Siamo così disabituati a vederlo, che un cielo gremito di stelle lascia sgomenti. Nel buio profondo di remoti luoghi di montagna, l’universo ci sovrasta in modo schiacciante. Un binocolo che in ogni direzione moltiplica per dieci quelle stelle, dà le vertigini.

Senti che l’infinito ti avvolge. Affiorano domande. Perché tutto questo sfolgorio di astri? Chi sono, che ci faccio qui al cospetto dell’eternità? Siamo soli o intorno a quelle stelle pullulano altre forme di vita?

Emozioni altrettanto forti si provano puntando un piccolo telescopio sulla Luna: ci sembrerà di volare sopra montagne, crateri, pianure, crepacci, picchi dalle ombre taglienti. Poi verranno le notti di Giove e dei suoi quattro satelliti che nel gennaio 1610 sorpresero Galileo: un sistema solare in miniatura.

Le notti degli anelli di Saturno e, in inverno, della nebulosa M42 nella costellazione di Orione, dove nuove stelle stanno nascendo. E poi il Sole, le nebulose planetarie, la luce silenziosa della Stazione Spaziale che ospita sette astronauti e orbita alla velocità di 27 mila chilometri l’ora.

Con l’astronauta Paolo Nespoli

E’ il percorso che Luca Peyron traccia nel libro «Cieli sereni» appena pubblicato nelle edizioni San Paolo (160 pagine, 15 euro). Lo presenterà giovedì, ore 17, a Torino nell’aula magna della Cavallerizza nel giorno di apertura dello Space Festival (4-7 maggio). Prima di lui, Adrian Fartade, youtuber e divulgatore scientifico rumeno; dopo di lui Paolo Nespoli, astronauta che detiene il record italiano di 330 giorni in orbita sulla Stazione Spaziale.

Cinquant’anni, sacerdote dal 2007, laurea in giurisprudenza, parroco della Madonna di Pompei, don Peyron si è fatto un osservatorio sul tetto della chiesa in via San Secondo 90. Vocazione astronomica tardiva, ha bruciato le tappe.

Partito pochi anni fa con un piccolo ma ottimo telescopio Maksutov da 10 centimetri di apertura, ora ne usa uno da 23 centimetri che raccoglie sei volte più luce e gli permette di scattare fotografie eccezionali, incredibili per il cielo di Torino sbiancato dall’inquinamento luminoso.

Per fortuna l’elaborazione informatica fa miracoli anche senza ricorrere al soprannaturale: don Peyron coordina il servizio per l’apostolato digitale, insegna al Politecnico di Torino e fa parte del Consiglio scientifico dello Humane Technology Lab dell’Università cattolica di Milano.

Una iniziazione

Il libro di don Peyron è la storia di una iniziazione all’astronomia vissuta con il batticuore e con il pensiero alla fede che offre le sue risposte ai grandi interrogativi esistenziali sollevati dalla contemplazione astronomica.

Nel 1627 l’astronomo gesuita Julius Schiller pubblicò ad Augusta il “Coelum Stellatum Christianum”. Era la risposta all’antica astronomia della mitologia pagana e alla nuova astronomia copernicana che sei anni dopo porterà Galileo al confino di Arcetri. Eppure Schiller non adottò le posizioni stellari di Tolomeo e Ipparco ma quelle misurate da Tycho Brahe e da Keplero, un atto a modo suo rivoluzionario.

Per qualche decennio le costellazioni rappresentarono simboli cristiani (disegno in alto) e i segni dello zodiaco presero il nome di santi: Pietro al posto dell’Ariete, Andrea per il Toro, Giovanni Evangelista per il Cancro, Matteo per il Sagittario, Giacomo Maggiore per i Gemelli e Giacomo Minore per la Vergine.

Pianeti ribattezzati

Anche i pianeti furono ribattezzati: Mercurio diventa Elia di Tisbi, Venere Giovanni Battista, Marte Giosuè, Giove Mosè, Saturno Adamo, la Luna Maria Vergine, il Sole Cristo Re. La riforma riguardò anche tutte le costellazioni boreali e australi: la Nave Argo diventa l’Arca di Noè, la Chioma di Berenice il Flagello di Cristo, Cassiopea Maria Maddalena, Ercole I tre Re Santi, il Cigno la Santa Croce, Andromeda il Sepolcro di Cristo, Pegaso l’Arcangelo Gabriele, l’Orsa Maggiore la Barca di Pietro, la Minore San Michele.

Il cartografo tedesco Andreas Cellarius rilanciò la toponomastica cattolica nell’”Atlas coelestis seu Harmonia Cosmica” del 1661 e il veneziano costruttore di globi terrestri e astronomici Vincenzo Maria Coronelli nella “Epitome Cosmografica” del 1693. Ma il cielo cattolico non riuscì a imporsi. Troppo artificiale e “politica” l’operazione, troppo radicata la mitologia classica. D’altra parte diciamo ancora che il Sole sorge e tramonta, non che la Terra gira.

Bellezza estetica e spirituale

Oggi il cielo, in particolare lo spazio circumterrestre, dovrebbe essere di tutti, ma di questo bene comune stanno impossessandosi le multinazionali di Elon Musk e Jeff Bezos lanciando migliaia di satelliti per vendere Internet (anch’essa nata come bene comune). Quei satelliti tracciano graffi e sfregi sulle foto astronomiche. Forse Don Peyron in questo inizio di millennio ha preso per la coda la bellezza estetica e spirituale del cielo, chissà se potranno farlo le prossime generazioni.

Videogame con Carlo Acutis, guida nel metaverso cattolico


Mentre si continua a parlare di “Prega.org”, la chatbot che simula dialoghi con Padre Pio (da non perdere l’articolo dedicato al tema da don Luca Peyron su “Il Sole 24 Ore”; bit.ly/3TnwKnl), giunge notizia di un’altra imminente modalità digitale di interazione con i santi, all’apparenza meno bisognosa di chiare istruzioni per l’uso, ma anch’essa carica di potenziali conseguenze sul modo di vivere la spiritualità. Sto parlando di Acutis Game, videogame non ancora rilasciato dall’azienda produttrice, Faith Games Inc. (si va al prossimo settembre), ma del quale si può apprendere già qualcosa visitando il sito (bit.ly/3Loaaca) e/o visualizzando il trailer (bit.ly/42bNUZ3). 

È quanto ha fatto J.P. Mauro per l’edizione anglofona di Aleteia (bit.ly/3Tk1SUs). Come è evidente dal titolo, al centro del videogame c’è il personaggio di Carlo Acutis, l’adolescente italiano morto nel 2006 e beatificato nel 2020, la cui crescente popolarità (in Spagna e America Latina è uscito il 24 febbraio un primo docufilm a lui dedicato; “Avvenire” ha recentemente intervistato il regista José Maria Zavala; bit.ly/3LtiBCP) si deve anche alla sua familiarità con i dispositivi digitali. Assumendo l’identità del beato, il giocatore esplora una realtà virtuale entro la quale si può assistere alla passione e morte di Gesù o entrare nelle vite dei santi (nel trailer compare per primo Padre Pio; a seguire Juan Diego, Kateri Tekakwitha, Teresa di Lisieux, Massimiliano Kolbe e Giovanni Paolo II).

La modalità di gioco non è ancora nota, ma la finalità di fondo sì: avviare la costruzione di un metaverso cattolico. Faith Games infatti, si legge sul sito, «è stata creata da tecnologi cattolici per utilizzare la realtà virtuale, i giochi e altri contenuti multimediali per l'educazione e l'evangelizzazione cattolica. Disponiamo già di contenuti con il marchio MetaCatholic e stiamo attualmente sviluppando altre esperienze di realtà virtuale e di gioco, compresi i contenuti con il nome Acutis Game». «Ci poniamo all'intersezione tra tecnologia, fede e impatto sociale», afferma Eddie Cullen, imprenditore newyorchese, tra i fondatori della società. Egli è persuaso che «persone di tutte le età possono imparare e sviluppare una connessione più profonda con la loro fede immergendosi in esperienze interattive». Staremo a vedere. 


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Buono e bello, se fosse anche vero?

È noto come il buono ed il bello siano nella filosofia classica tomista tra i cosiddetti trascendentali, i quali – dato ciò che esiste, l’ente – sono quanto noi possiamo aggiungere all’ente appunto esprimendo "un modo generale che consegue ad ogni ente". 


Tale visione viene poi messa da parte da altre scuole filosofiche, ma non per questo perde il suo valore e la sua forza. In modo particolare, mi si perdoni l’imbarbarimento del tema, se parliamo di impresa o prodotti e servizi. Il buono ed il bello sono il tipico italiano, la forza del nostro export, il brand tricolore nel mondo. Questa è la nostra vocazione d’impresa, design e cibo per dirla con una battuta. E il vero? Perché uno dei trascendentali più importanti è anche il vero. L'Italia sul vero ha qualche cosa da dire? Antipolitica a parte o cialtronerie italiche ben note, lo scenario internazionale ci dice di sì, che l’Italia anche sul vero potrebbe avere un suo spazio, importante per il PIL, ma soprattutto per il bene comune internazionale.

Il tema specifico è quello delle tecnologie emergenti e segnatamente l’intelligenza artificiale. La via europea a questi temi è ben tracciata dalle ultime direttive e dal programma di governo dell’attuale dirigenza di Bruxelles. L’intelligenza artificiale deve essere antropocentrica, deve rispettare i diritti umani, deve essere a servizio dello sviluppo integrale delle persone e delle società. Principi sacrosanti, ma che per ora sono enucleati con una scalabilità esiziale. Sono parole in un manifesto. Linee importanti, teleologia convincente, ma che devono in qualche modo essere messe a terra. In Europa perlomeno. Ad oggi non esiste né uno strumento più granulare, come vademecum, direttive, disciplinari; né soggetti investiti esplicitamente per crearli, verificarli, educare e formare chi lo possa fare. Mancano dunque competenze, capacità e certi indicatori affinché l’AI europea non sia uno slogan. Insomma il vero va scalato nella tecnologia concreta. Una tecnologia su cui si investono miliardi di dollari ogni anno. Nel nostro Paese possiamo investire su questi temi poco più che briciole.

L'attenzione all'etica
In questa prospettiva l’Italia non potrà mai essere competitiva davvero, mai potrà avere una massa critica tale per uno sviluppo proprio. Possiamo rappresentare piccoli tratti di più grandi filiere, ma senza voce in capitolo, senza una reale libertà di azione, siamo terzisti di altissimo livello e poco più. Ma lo scenario potrebbe essere diverso rispetto ai temi etici, rispetto al vero, appunto. Lì abbiamo un vantaggio competitivo che nasce da una cultura che può essere qualcosa di più di un vanto, le famose spalle di giganti su cui salire. Tutto da sviluppare. Dobbiamo chiederci se i centri che stanno nascendo, a seguito del PNRR e non solo, hanno come pilastro anche l'etica. Quanto, come, con quali potenziali di sviluppo, con quali finanziamenti simili se non uguali ad altri pilastri come la ricerca e lo sviluppo industriale. Dovrebbero, perché è buono, è bello. Ma soprattutto sarebbe vero.

A Torino dovrebbe partire a breve la Fondazione che ha come focus l’intelligenza artificiale applicata all’automotive e all’aerospazio, cioè mobilità e vita umana nel più ampio segno. Se uno dei pilastri, chiaramente indicato nello statuto e opportunamente finanziato fosse anche l’etica, sul suo scivolo tecnologico potrebbe realizzarsi un tassello significativo di un più ampio disegno che possa collocare il nostro Paese tra gli attori significativi su questi temi. Questo porterebbe sviluppo e riaccenderebbe il volano sociale in diversi territori. Ma soprattutto porterebbe un valore aggiunto decisivo nelle tecnologie che oggi rischiano di non avere quella tensione di promozione dell’umano che invece, potenzialmente, avrebbero – come mai prima una singola tipologia tecnologica ha forse mai avuto. Buono, bello e vero. I trascendentali di Tommaso hanno un valore non solo filosofico, morale, teologico. Ma anche economico e sociale. Perché uno solo è l’umano ed una sola la sua strada per essere sino in fondo: trascendere se stesso.


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Instagram e la storia di un patibolo redento

 

Solo costruendo un mondo, una cultura ed un processo educativo che ridia al limite, alla fragilità, alla gentilezza, al difetto un tratto di misericordia possiamo pensare di avere un futuro




Instagram fa male ai giovani. In molti lo hanno denunciato, anche su queste pagine, ma oggi, grazie ad una inchiesta del Wall Street Journal, abbiamo prova che le piattaforme lo sanno bene. Emerge così, i dati sono del marzo 2020, che circa un terzo delle ragazze adolescenti a disagio con il proprio corpo ritenga che Instagram le faccia sentire peggio. Per il 40% degli adolescenti britannici e statunitensi la percezione di non essere abbastanza attraenti è nata proprio con l’utilizzo del social. La piattaforma minimizza dichiarando che i risultati pubblicati sono parziali e che sono attive diverse campagne per ovviare a queste situazioni, ma la questione resta.

Una doppia questione: da una parte sugli esiti dell’uso massivo dei social da parte dei più giovani, dall’altra la responsabilità sociale delle piattaforme rispetto a questi esiti. La risposta è una solamente, e non è di tipo giuridico. Non si tratta di mettere degli argini, di prevedere delle pene o delle sanzioni. La risposta è esclusivamente di tipo educativo, sui due fronti. In un mondo globale la responsabilità del mondo è globale. Se questo vale ed è finalmente socializzato rispetto all’ambiente inteso come biosfera lo stesso vale per l’ambiente digitale, l’infosfera. E va finalmente socializzato. È ipocrita far denaro sulle spalle dei più fragili facendo un po’ di lavaggio di coscienza con campagne mirate ad alcuni fenomeni. La questione è più ampia, radicale. Risiede innanzitutto negli algoritmi stessi che hanno come obiettivo rendere dipendenti gli utenti, poi è incardinata nelle architetture del sistema che rafforzano stereotipi e conferiscono obbiettivi precisi. Ed infine in un processo in cui tanto di detentori delle piattaforme quanto gli utenti, sono coinvolti in una costruzione di mondi fittizi dove la manipolazione della realtà sembra essere il solo modo per accettarla la realtà.

Pochi giorni fa la Chiesa cattolica ha festeggiato liturgicamente l’esaltazione della croce. Se la vediamo da vicino è una festa apparentemente mostruosa. Esaltare un patibolo è folle. Immaginate se al posto della croce, segno e simbolo ormai redento e dal significato mutato, noi festeggiassimo l’esaltazione della sedia elettrica, l’esaltazione del cappio, l’esaltazione della mannaia del boia. Follia. Ma follia non è quando si parla della croce perché, anche culturalmente, essa è diventata segno di misericordia, di condivisione, di amore sino al sacrificio. Segno di pace e di benevolenza. Per i credenti perché a morirci sopra è Dio stesso, per chiunque altro perché in quel segno si può riconoscere il confine di un amore innocente e sconfinato.

Il punto, tornando alla notizia che commentiamo, è il medesimo. Solo costruendo un mondo, una cultura ed un processo educativo che ridia al limite, alla fragilità, alla gentilezza, al difetto un tratto di misericordia possiamo pensare di avere un futuro. L’economia delle piattaforme sociali è basata sul consenso di coloro che vi abitano, di coloro che conferiscono valore pubblicando di se stessi o di altri. È una economia molto fragile, non perché immateriale, ma perché basata sulla volubilità delle persone e delle società.

Il potere di acquisto di chi oggi le detiene è tale da potersi permettere di comprare gli eventuali competitori, Facebook ed Instagram non nascono come figli di un medesimo padre, diventano fratelli solo dopo che il primo ha sborsato miliardi per comprare il secondo verso cui le giovani generazioni stavano confluendo. Questo processo è difficilmente contrastabile, ma si tratta di giganti con i piedi di argilla. È pur vero che possono comprarsi campagne giornalistiche per continuare a sostenere la loro popolarità, ma è anche vero che il sistema, da loro stessi costruito, dà voce a chiunque, e certe voci possono correre in fretta, basta solo che vi siano alternative migliori che, prima o poi, non si faranno comprare. Ma lo scontro non è l’unica soluzione. Le piattaforme rafforzano di stereotipi. Ma non è scritto da nessuna parte che gli stereotipi debbano essere solo negativi. Perché non fare alleanza per rafforzare stereotipi che siano virtuosi, che siano positivi, che siano educativi? La potenza computazionale per farlo esiste. Qualcuno obbietterà che vende sempre di più la cronaca nera, ma la domanda, più seria, è se per fare denaro non ci stiamo vendendo una generazione intera rendendola più fragile ed ansiosa di ogni precedente generazione. Una generazione che potrebbe giustamente dire basta. Alleati, non nemici, potere a servizio, non solo dei bilanci. Utopia? Sogno? Delirio? Un patibolo è diventato segno di vita. È possibile, è già successo.

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Rogate Ergo, nel numero di aprile una lettura della cultura contemporanea

L’irruzione del Covid-19 ha profondamente inciso sul quadro culturale della società. Parte da questa considerazione il numero di aprile della rivista di animazione vocazionale “Rogate ergo”, che offre agli operatori pastorali una lettura della cultura contemporanea e alcune indicazioni sul loro rapporto con i giovani. Giuseppe Savagnone, esperto della dottrina sociale della Chiesa, denuncia i pericoli dell’individualismo, di cui il Covid è per certi versi un alleato, e invita a riflettere sulle “maggiori opportunità di silenzio, di riflessione, di scoperta di se stessi, che derivano da una vita sociale meno coinvolgente e meno veicolante”.

Il pastoralista don Luca Peyron suggerisce agli educatori di “sostituire la lamentela con la qualità, la critica e il particolarismo con la preghiera, il lavoro solitario con il fare sinergia”. All’osservatorio dello psicoterapeuta padre Amedeo Cencini, la cultura che sta nascendo è “antivocazionale, non solo perché la persona non sceglie, o ha paura di scegliere, ma perché non si accorgerà mai d’essere stato lei stessa ancor prima scelta”. A livello di esperienze si parla dell’Istituto Ecclesia Mater per la formazione dei laici e della Radio Onda Uer nata per agevolare la cultura dell’incontro nel contesto dell’Università Europea di Roma. Completa l’argomento la testimonianza di alcuni consacrati che in passato hanno vissuto la fede nelle contraddizioni del proprio tempo, come Antonio Rosmini, Clemente Rebora e Giuseppe De Luca, e di quelli che oggi svolgono in prima linea il loro ministero tra i malati di Covid, come don Luca Cappiello, cappellano al “San Giovanni Bosco” di Torino.

L’algoritmo può sostituire l’umano? Dalla teologia una risposta

Un algoritmo può sostituire un umano in alcune sue funzioni, può collaborare alla condizione umana, ma non può sostituire l’umano in quanto tale, perché l’algoritmo non ha la capacità di ominizzarsi. La risposta della teologia a una questione molto dibattuta.

Don Luca PeyronTeologo Università Cattolica, Apostolato digitale Diocesi di Torino

In attesa di vedere e sapere se le auto a guida autonoma davvero faranno parte del nostro quotidiano, “qualcosa” è già diventato “qualcuno” almeno per molti giapponesi. Nel marzo scorso Akihiko Kondo, ha impalmato Hatsune Miku, il personaggio virtuale della Crypton Future Media che impazza nel Sol Levante: non si tratta di una notizia curiosa o semplice trovata di marketing, ma di un evento che in qualche modo fa emergere una tendenza che conta in Giappone migliaia di casi.

Il fatto ci permette di ragionare su di una domanda fondamentale: possiamo sostituire l’umano con un algoritmo?

In un tempo in cui siamo in carestia di tempo, in un’epoca che è un cambiamento d’epoca, qualcuno direbbe “magari fosse possibile”, altri avrebbero il terrore di porre semplicemente la questione, per altri – in sordina – la questione è solo rimandata.

Possiamo sostituire l’umano con l’algoritmo?

Che contributo può dare la teologia? Innanzitutto, per rispondere o perlomeno impostare questo tipo di domanda si rischia di inciampare in un inghippo in cui mi pare siano caduti alcuni dei notisti che affrontano questo tema: prendere in considerazione solo una parte degli aspetti, segnatamente quelli tecnici, tralasciandone altri. Così facendo però si esclude immediatamente proprio la componente umana tanto dalla questione quanto dalla soluzione. Un esempio può chiarire il punto. Una suora missionaria chiede ad una donna di una remota tribù: “Perché hai mangiato il tuo bambino?” e lei risponde: “Perché è buono sorella”. Percepiamo lo scarto tra domanda e risposta, e pur cercando di mantenere uno sguardo politicamente corretto per non esprimere giudizi razzisti e al di là del sorriso che può generare la storiella, avvertiamo il disagio della risposta. Nello stesso modo noi poniamo una domanda che mischia la tecnica con l’umanità e pensiamo di poter dare una risposta tecnica tralasciando la nostra componente umana, vitale, in nome di una qualche asettica neutralità. Qui sta esattamente il vulnus, l’operazione scorretta. Se il tema è umano, non afferrare l’intuizione umana che ci abita disumanizza tema, domande e risposte rendendole prive di senso pratico.

Possiamo dunque sostituire l’umano con un algoritmo? Il futuro che ci attende o verso cui desideriamo andare è questo? Per rispondere sì o no, semplicemente, è necessario porre una domanda umana a monte, che metta pienamente la condizione umana al centro: qual è lo scopo ed il fine dell’essere umano in quanto tale? Per poter delineare un percorso di senso, condiviso e condivisibile, comprensibile e di respiro, è quindi necessario porre la questione dei fini ultimi, porre una teleologia chiara. E la questione dei fini non è una questione di razionalità, di logica o di epistemologia, non è una questione tecnica, è una questione morale e culturale. È una questione che trascende il contingente ed affonda nella verità ontica ed ontologica dischiusa dal vivere e dal morire. La questione del senso della vita e delle scelte che su di essa impattano emerge non grazie all’uso della ragione, ma da forme di evidenza pratica che emergono dalle relazioni primarie, le quali poi dalla ragione sono comprese, classificate, vagliate. Per questo la risposta della madre che mangia il bambino, perfettamente razionale, ci appare inaccettabile.

C’è un sapere della tradizione, quelle grandi narrazioni di cui parla Neil Postman nel suo Technopoly, che è necessario prendere in considerazione per poter rispondere alla domanda da cui siamo partiti, senza dover rimanere avviluppati dalle ragnatele di un’etica formale fatta di compromessi di ogni tipo, dovuti alla indeterminatezza della cultura multipolare e dai troppi interessi di parte del tutto privi di visioni di bene comune che oggi viviamo.

Il fine dell’essere umano è la piena umanizzazione

Secondo la tradizione e la teologia cristiana il fine ultimo dell’uomo è Cristo, una persona concreta che ha due caratteri: pienamente divino e pienamente umano. La piena umanizzazione è dunque il fine dell’essere umano, in una prospettiva condivisibile anche da un non credente o appartenente ad una diversa tradizione religiosa (ma su questo le religioni monoteiste convergono). L’umano come singolo e come natura può aspirare a diventare pienamente sé stesso, ominizzarsi per usare una espressione brutta ma efficace. Ove diventare pienamente sé stesso non significa scindere l’umano nelle sue funzioni, in quello che fa o non può fare: scambiare la pornografia (una parte per il tutto) per l’antropologia è un fatto grave e poco razionale, frutto forse dell’atomizzazione dei saperi in altrettante cattedre. Ominizzare dunque e cosa questo possa significare è evidente dall’intuizione che nasce da una semplice lista: Hitler o Edith Stein, Stalin o Solženicyn, Hannibal Lecter o Geppetto? Di qui in poi diventa sempre di più necessario compromettersi, decidere cosa è bene e cosa è male, scegliere ed essere responsabili.

Conclusioni

Allora potremmo dire che sì un algoritmo può sostituire un umano in alcune sue funzioni, può collaborare alla condizione umana, ma non può sostituire l’umano in quanto tale, perché l’algoritmo non ha la capacità di ominizzarsi; ed anche l’intelligenza artificiale forte non sarà un essere umano. Il dibattito, insomma, per ora è rimasto è sulla questione tecnica: può sembrare che accada. Ma se portiamo la questione su di un piano umano la questione è risolta: non può accadere. Piuttosto domandiamoci per quali ragioni qualcuno tenta di farlo accadere o di narrare che possa accadere. La questione ritengo non stia più nel fine, ma nei fini, nelle ragioni di parte – culturali, economiche, ideologiche – per cui si bypassa la questione della possibilità, per giungere immediatamente alla questione dell’accettabilità. Nella prospettiva che propongo non è possibile una tale operazione: diventano dunque interessante interessanti il dialogo e le scelte su come e quanto l’assunzione di funzioni umane da parte di macchine possa concorrere all’ominizzazione. Hatsune Miku sta aiutando Akihiko Kondo ad ominizzarsi? Non lo si può escludere. Ma certamente Akihiko Kondo non può aiutare Hatsune Miku ad ominizzarsi, e purtroppo escludendosi dalla vita sociale non può aiutare neppure altre persone. Questo, e questo in un’ottica di fraternità universale, è una questione non meno importante, ma è in effetti un’altra storia.