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Come ci cambiano i social. Il pudore digitale

Con il primo caldo s’affollano i luoghi di villeggiatura, si cominciano a scoprire i nostri corpi in cerca dell’estate alle porte. Tempo di riparlare del senso del pudore, argomento un po’ desueto, ma sempre valido e importante.
Esiste anche un pudore digitale? Credo di sì, un pudore non legato solamente alla sovraesposizione del corpo dovuta ai social media, ma un pudore ancora più intimo, nascosto, a cui facciamo poca attenzione: il pudore dei nostri dati, il nostro «intimo» tecnologico che è, invece, perennemente esposto ai quattro venti.

Profili in trappola

Un interessante studio ci dimostra che sostanzialmente tutte le piattaforme che comunemente usiamo in Rete catturano nei modi più disparati i nostri dati personali, schedano i nostri comportamenti anche più insignificanti e li mettono in fila e in files, indagando in essi, estrapolando un nostro profilo sociale, affettivo, commerciale.
Lo studio citato dimostra che anche nel caso in cui non possediamo un profilo su social media come Facebook, buona parte delle app che utilizziamo dialogano ugualmente con il colosso, raccontandogli di noi.
In gergo si chiama data tracking, ed è una pratica pressoché universale anche se sottotraccia, e certamente sottostimata da tutti noi utenti. In nome della gratuità di molti servizi e del fatto che andiamo di fretta, non abbiamo un pudore digitale, lo abbiamo perso o addirittura ci è impossibile averlo, per essere considerati sufficientemente disinibiti dai nostri contemporanei.
Se un tempo il pudore lo si metteva da parte per essere accettati dal gruppo o da qualcuno in particolare la cui considerazione era importante, oggi il pudore digitale lo mettiamo da parte per far parte della Rete, per non essere messi ai margini. Mostriamo dunque sempre di più in chiaro, ma mostriamo forse ancora di più in digitale, in computazionale. Lo fanno i giovani, ma non solo loro.
Il senso del pudore difende la nostra dignità come persone, non facendoci diventare strumento del mero desiderio altrui. Nascondere con il vestito permette all’altro di rivolgersi al volto, alla parola, alla presenza, scoprendo grazie al coperto ciò che più vale, la ricchezza della personalità e dell’interiorità (Catechismo degli adulti, 1045).

Informati, consapevoli, protetti

Tuttavia il pudore digitale sembra ormai una scelta quasi impossibile, perché la cessione di questi dati è la condizione per poter fruire del sistema.
Che fare? La strada maestra da percorrere è quella di sostenere ed educare l’opinione pubblica. In questo senso l’Europa si dimostra un soggetto attento al tema, con l’introduzione del Regolamento generale sulla protezione dei dati.
Tuttavia nulla può essere determinante come la nostra scelta consapevole e libera di tutelare noi stessi e chi ci è affidato, se necessario sacrificando parte del nostro navigare nell’infosfera evitando alcuni luoghi, così come un tempo – per ragioni connesse al pudore – si era invitati a star lontani da certi spettacoli o spiagge.
Non è neo-bigottismo, ma legittima difesa nei confronti di un sistema che si racconta come salvifico, ma sempre più si rivela predatorio.
Nulla come il comportamento di un consumatore è capace di regolare il mercato, soprattutto nell’ambiente digitale dove le scorrettezze delle piattaforme vengono perdonate con molta difficoltà.

Originale pubblicato qui

Sei connesso? E libero? Guardiamoci dentro

Il cammino di quaresima che abbiamo iniziato ci è propizio per affrontare un tema di scottante attualità: la tecno-dipendenza.
Una ricerca condotta su 23.000 soggetti dall’Associazione nazionale Di.Te, che si occupa di tecno-dipendenze, dimostra che il 32% dei giovani passa 4 ore al giorno on-line, e più del 17% resta connesso tra le 7 e le 10 ore.
La ricerca ha interessato oltre 9.000 maschi e quasi 14.000 ragazze tra gli 11 e i 26 anni e conferma la sensazione che noi tutti abbiamo prendendo un treno o la metro, e le certezze di quanti hanno un compito educativo accanto ai giovani.

Paura di essere tagliati fuori

Le conseguenze sono le più diverse: esse vanno dal calo nella capacità di rimanere concentrati a lungo alla rarefazione delle relazioni, al molto altro che emerge dal testo dello psicoterapeuta Domenico Barrilà: I superconnessi, come la tecnologia influenza le menti dei nostri ragazzi e il nostro rapporto con loro.
Barrilà sottolinea in premessa che la questione è di carattere educativo e non tecnologico, e la peggiore delle soluzioni è quella di lamentarsi della realtà senza prenderla sul serio, agendo con cognizione di causa.
La tempesta digitale, come la chiama Barillà, non passerà ed è bene che non passi, dobbiamo affrontarla consci di quello che essa significa e del fatto che una risposta pedagogica ed educativa non può essere ulteriormente differita.
Una delle ultime novità (dire l’ultima è sempre un azzardo scrivendo di digitale) si chiama FoMo, acronimo di «fear of missing out»: la paura di essere tagliati fuori.
Si caratterizza per il desiderio ossessivo di essere continuamente connessi per verificare quanto accade alle persone con cui siamo in contatto, nell’ansia di «perdersi» qualche cosa. Come affrontare queste questioni ricordando che su ogni barca in tempesta continua a esserci il Signore?

Due costanti che non passano

Due parole continuano a essere centrali nei rapporti educativi, siano essi pre- o post-digitali: autorevolezza, che fa rima con coerenza, e relazioni. In termini diversi, si tratta di andare oltre le due grandi visioni pedagogiche e sociali del tempo antico.
Da una parte quella dei sofisti, convinti che non esistesse una verità dell’uomo, ma solo delle convenzioni sociali, che oggi possiamo tradurre nel bisogno di essere riconosciuti e dunque in un’educazione che conferisce semplicemente strumenti adatti e che ben si presta a una declinazione digitale.
Dall’altra si posizionavano i socratici, per cui a contare era la cura di sé a partire da una verità data sull’uomo, una verità che va scoperta, sintesi meno affine al digitale.
Il cristianesimo riprende parte della visione socratica e la porta nell’alveo della grazia, conferendo all’educazione un mandato: accompagnare all’interezza della persona e alla sua unità, che in Cristo trovano il pieno compimento.
In altri termini significa accompagnare la libertà della persona verso un’opzione fondamentale che punti a Cristo. Tale accompagnamento deve essere agito anche, se non soprattutto, nella dimensione digitale, con strumenti digitali in una coerente dinamica progressiva, quella dell’episodio di Emmaus, che incontri e tessa relazioni che conducano dall’incontro digitale a quello fisico, de visu, considerandoli entrambi – digitale e de visu – come incontri personali. Ragionare diversamente sarebbe un errore fatale.
La quaresima ci fornisce degli strumenti efficaci per educare la nostra libertà. Declinandoli nel digitale potremmo pensare a: digiuno dalla connessione, elemosina di relazioni più autentiche, stabili e durevoli; preghiera come relazione con il non visibile, computabile, misurabile, l’Oltre che è un Altro che non cerco in cloud, ma nell’intimo del cuore.
Buon cammino!

Originale pubblicato qui

Senz'anima non è innovazione

“Il mondo digitalizzato è un luogo teofanico”. Leggi questa frase e, dopo aver trovato conforto nel dizionario, non puoi che chiederti alla Di Pietro che c’azzecca un’affermazione così alta come quella che arriva da un prete, con i messaggi sempre più spesso orfani o assassini dell’italiano e pure di un minimo di riflessione che invadono chat e social. Ma soprattutto domandarti come questo sacerdote torinese, chiamato alla vocazione quando già faceva l’avvocato e con un sindaco di Torino nell’albero genealogico di una famiglia della buona borghesia subalpina, riesca spiegarti perché quel mondo digitalizzato, la rete, i social, siano “il luogo in cui ascoltare il Signore che chiama, scoprire la nostra identità personale misurandoci con la realtà e lavorando in essa”.
Lui, don Luca Peyron, 46 anni, nipote di Amedeo, primo cittadino di Torino dal 1951 al 1962, ultimo di una generazione di otto sacerdoti, ma nell’album di famiglia anche toghe, sia pure da magistrati e non da avvocato come quella che lui ha vestito per un po’ prima di entrare in seminario, ti spiazza subito: “Il titolo del libro che ho scritto, Incarnazione digitale, l’ho scelto io e non, come spesso capita, l’editore”. Perché anche un titolo serve, eccome, a “esprimere esattamente questo concetto: Gesù Cristo si è fatto carne, di una carne assolutamente come le altre, con le stesse fragilità, Gesù Bambino se la faceva addosso come me la facevo io, si sbucciava le ginocchia, come tutti noi. Questo per dire che non c’è nulla da quel momento della storia in poi che non possa essere toccato dalla grazia di Cristo per un credente, dalla dimensione trascendente dell’umano per un non credente”.

Nulla, compreso la rete con tutte le sue contraddizioni, bufale, eccessi che, insieme a tante cose buone, porta con sé? “Certo, il mondo digitale è un mondo frammentato, sincopato. Ha presente i grandi mosaici? Sono di una bellezza incredibile e capaci di raccontare la storia, ma sono fatti di pezzettini. Nel mondo digitale come in un enorme, infinito mosaico, bisogna dare un’armonia a ciò che è frantumato”. Insomma, occorre cercare l’anima anche nel mondo digitalizzato, come spiega nelle sue lezioni di “Spiritualità dell’innovazione” che tiene all’Ateneo torinese e alla Cattolica di Milano.
Viceparroco di Beinasco appena uscito dal seminario, alle spalle una breve ma intensa attività forense sul fronte delle questioni legate alla rete, definire don Luca un prete 2.0 rende l’idea ma troppo in sintesi. E la sintesi, la brevità, la concisione che porta a quel terribile xchè al posto di perché nel linguaggio dei social, non è sempre buona cosa. Quasi mai. “Quando si hanno troppe informazioni che non si è in grado di processare si va per scorciatoie, cerco semplificazioni. Questo è uno dei grandi problemi del mondo digitale. Ma è un problema dell’uomo, non del mezzo”.
Ti ferma subito, don Luca, se la butti come viene naturale sull’errore di approccio con internet e i suoi derivati. “La questione non è nell’approccio, se parliamo di approccio facciamo un errore tipico della mia generazione: guardiamo questo mondo da fuori non rendendoci conto che ci siamo dentro. Quindi non si tratta di avvicinarsi a qualcosa e come farlo, noi ci siamo dentro. Non si tratta di guardarlo da fuori, ma di viverlo da dentro. E allora lo possiamo vivere in tanti modi, così come possiamo vivere in modi diversi la biosfera: posso camminare per un pezzo di strada evitando di usare l’automobile o inquinare, non strappare un fiore ma guardarlo e basta”.
Lo strumento. E l’uomo. “Abbiamo un mezzo che ha una capacità di pervasività globale, quindi non è che i social hanno scatenato qualcosa, è quel qualcosa che è nel cuore dell’uomo ha la capacità di viaggiare in maniera molto più veloce e più ampia rispetto a prima, ma  sempre lo stesso male dell’uomo”. Eccola la risposta dell’uomo di chiesa sul rovello che ti butta in faccia, come fanno purtroppo sempre più spesso i social, la questione del razzismo, del diverso, dell’intolleranza con post e tweet che diventano ora granate, ora colpi di cecchini miserevoli. “Dove viaggia il male viaggia anche il bene. Se semino odio sul web a un certo punto io stesso navigherò nell’odio, che lo voglia o no”.
Quanto ai ritardi della Chiesa, pure con un Pontefice che usa i social, il sacerdote torinese ribatte deciso: “C’è la vulgata secondo la quale siamo indietro, ma non è così vero. La Chiesa è spesso se non sempre avanti: nell’Ottocento era pacifico che negli istituti religiosi ci fossero direttrici, ci fossero caposala negli ospedali della Chiesa. La Chiesa era avanti anni luce. E oggi non è certo la Chiesa che dice: non usiamo i mezzi tecnologici. Perché la Chiesa non può avere paura della realtà, che è stata redenta da Cristo”.
Una carriera ecclesiastica incominciata non presto, ma presto in costante ascesa, quella del giovane avvocato che dimessa la toga e indossato l’abito talare è stato individuato dall’arcivescovo Cesare Nosiglia per un incarico non certo semplice, dati i tempi: da sei anni don Peyron è responsabile della pastorale universitaria. E anche qui ci è arrivato con il web. Senza quegli orpelli che, si voglia o no, ci portiamo dietro. Lui impiega un attimo a spazzarli via: “Come gli analogici vestono i digitali, gli adulti vestono i giovani ed è un grosso male. La mia generazione ha scaricato su quella successiva un peso culturale: noi non siamo stati adulti e chiediamo a loro di esserlo prima del tempo. Noi abbiamo fatto come marito e moglie che hanno una crisi coniugale e chiedono ai figli di risolverla. I giovani hanno una limpidezza che la mia generazione non aveva, solo che questa limpidezza cristallina è molto fragile”.
Risponde che no, non sono delusi né smarriti. “Sanno che il mondo che gli sta davanti è fatto in un certo modo e stanno cercando di attrezzarsi per starci. Sanno che non avranno il posto fisso e tante altre cose, ma non lo sanno in maniera diacronica. Noi abbiamo l’immagine del prima e del dopo, loro non ce l’hanno. Un po’ com’è capitato a me vivendo da ragazzino gli anni di piombo: non sapevo che prima si stava meglio, non capivo quando mio papà tolse il nome dal campanello perché avevo due zii magistrati. I giovani vivono il loro presente, ma noi non possiamo caricarli di ciò che non siamo stati“.
L’università fucina della futura classe dirigente nata e cresciuta nel digitale, ma anche nella crisi che in Piemonte ha morso e morde più che altrove. Lamentele e smarrimento. E ricerca, sempre, si figure cui volgere speranze o illusioni. Un’altra visione distorta, per il prelato che quel mondo accademico lo vive e lo frequenta. “Il giorno che è morto Sergio Marchionne – racconta – ho fatto una riflessione moto semplice: sicuramente era un capitano d’industria, ma nel momento in cui muore come è possibile che tutti abbiano paura che un sistema come quello Fca improvvisamente si disintegri, subisca pesanti conseguenze? Ecco, io credo che non sia il trovare un uomo solo al comando ciò che ci porti fuori dalle secche. Meglio riflettere sul fatto che siamo un tessuto sociale capace di molte cose, che quello che abbiamo e siamo in positivo non è frutto dell’opera di uno, ma di molti se non di tutti. Non corrisponde alla storia del nostro Paese, del nostro Piemonte pensare che serva un Mosè per attraversare il deserto”.
Stefano Rizzi

Orginale pubblicato qui 

Leggere i segni dei tempi… digitali

«Pietro alla Giornata mondiale della gioventù di Panama ci sarà», disse papa Francesco congedando i giovani alla GMG di Cracovia, sottolineando che forse il papa regnante non sarebbe stato lui, ma che ci sarebbe stato comunque un papa, il papa.
Non pochi commentatori hanno sottolineato come tra le ragioni che hanno spinto Benedetto XVI alle storiche dimissioni ci fosse anche la constatazione di non poter essere presente alla GMG in Brasile dopo le fatiche di Madrid.
Perché questi particolari ci interessano? Perché un papa, ogni papa della modernità soprattutto, ha ben compreso che la Chiesa deve essere tra i giovani, la Chiesa che è perennemente giovane della giovinezza stessa di Cristo.
Il discorso che il santo padre ha offerto ai 600.000 di Panama non è che l’ultimo tassello di un mosaico che ci fornisce un’immagine chiara non solo di un pontificato, ma di uno stile e di un’intuizione che non è semplice strategia, ma indicazione di un metodo nell’annuncio ai giovani e di etica della comunicazione.
Papa Francesco ha usato modalità espressive che attingono a piene mani nella terminologia della rivoluzione digitale soprattutto legata ai social media, laddove dice che «la vita di Cristo non è una salvezza appesa “nella nuvola in attesa di venire scaricata, né una nuova “applicazione” da scoprire. Neppure la vita che Dio ci offre è un tutorial con cui apprendere l’ultima novità». E ancora:
«La giovane di Nazaret non compariva nelle “reti sociali” dell’epoca, lei non era un’influencer, però senza volerlo né cercarlo è diventata la donna che ha avuto la maggiore influenza nella storia. E le possiamo dire, con fiducia di figli: Maria, la influencer di Dio».
Papa Francesco ci ricorda che per annunciare a questa generazione la buona novella è necessario inculturarla, non solo adottando un linguaggio, ma soprattutto comprendendo le categorie culturali con cui oggi viene percepita e agita la realtà dai nostri contemporanei, categorie e schemi legati alla rivoluzione tecnologica.
Non si tratta di una semplice adesione o di una mimesi linguistica, di una vestizione culturale e culturalista di un nucleo immutabile, si tratta a ben vedere di entrare pienamente nel tempo per darvi luce e portarvi una luce. Il compito della Chiesa e della Tradizione è quello di dialogare con il mondo contemporaneo portando quel granello nascosto che possa far lievitare la pasta, dilatando le categorie dell’umano e le visioni del tempo verso l’orizzonte illimitato di Dio passando dalla guarigione dell’umano alla cristificazione della persona.
Quando Francesco si riferisce al mondo digitale, in modo diretto come nel messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, o indiretto come a Panama, si adopera per mantenere il linguaggio e la sua significanza ma, nello stesso tempo, innervarlo di rivelazione così da farlo più ampio.
Il papa usa il codice della rivoluzione digitale ma in esso, incarnando il messaggio del Vangelo, fa deflagrare la potenza della risurrezione. Nel dire, ad esempio, che la vergine Maria è fuori dai giri degli influencer ma di fatto diventa l’influencer di Dio, la più influente tra tutte, invita senza dirlo a seguire le sue orme per diventare veramente influenti nella vita e nella storia, a porsi nell’agorà digitale con quello sguardo e quei sentimenti, a testimoniare Cristo in certe modalità.
Se il digitale incontra la teologia: un nuovo stile comunicativo
L’uso e la conoscenza della dimensione digitale, se incontra la teologia, permette rapidamente di diventare «diegetici», di veicolare in modo esistenziale un messaggio senza porsi in modo giudicante e direttivo – atteggiamento che i nativi digitali non amano e non sanno codificare come amore –.
Lo stile del papa, e di chi lo aiuta a dialogare con la contemporaneità, rappresenta un esempio incoraggiante d’incarnazione digitale, a cui soprattutto la teologia oggi è chiamata. Da un punto di vista di etica della comunicazione diviene qui evidente come porre la Parola tra le parole ricalibra immediatamente la comunicazione sulle corde di una corretta antropologia. Come ebbe a scrivere profeticamente il card. Martini:
«La comunicazione va per canali otturati, bloccati o distorti, non solo per canali liberi. Se non ne teniamo conto finiamo per l’ottenere risultati diversi da quelli che pensavamo, soprattutto a livello etico. Dovremmo ragionevolmente attenderci, dall’attuale pervasione mediale, che oltre a non esserci blocchi, ci fosse un incremento totale del tessuto connettivo generale; dovremmo ritrovarci, teoricamente, in un universo molto comprensivo e molto comunicativo, perché ricchissimo di informazioni. In realtà, siamo in presenza di patologie o di blocchi comunicativi e dobbiamo allora chiederci quali sono le ragioni che ostacolano l’autentica comunicazione favorendo le chiusure difensive dentro il proprio “habitat” psico-affettivo» (C.M. Martini, Etica e comunicazione, Logo Fausto Lupetti, 2013).
Riportando le parole significative della rivoluzione digitale nell’alveo della Parola, il papa aiuta questo tempo a decidere al di là delle emozioni e delle sensazioni, esplorando la contemporaneità nelle valenze positive che essa certamente ha, anche se in buona parte deve essere liberata dalla vischiosità di un io autocentrato e dalle storture di un’economia talora predatoria.

Origjnale pubblicato qui 

Tutto subito. I frutti acerbi della gratificazione digitale

Continua la Quaresima, e ci dà l’occasione di riflettere sulla rapidità digitale e una delle sue conseguenze, che tanto influenza l’antropologia contemporanea: la gratificazione immediata.
Non esiste desiderio che non sia oggi a portata di clic o informazione che in poche frazioni di secondo non giunga sui nostri schermi. Il presente digitale ha anche, apparentemente, eliminato le «sudate carte» di un tempo, non solo perché ha eliminato la carta, ma anche perché sembra aver eliminato il sudore, la fatica.
Oggi apprendere, anche la complessità, sembra a portata di tutorial di facile accesso e ancora più facile fruibilità.

La velocità non è un bene assoluto

Tutto questo che cosa determina nelle nostre vite? Maggiore accessibilità, ma minore accuratezza e latente mediocrità; veloce fruibilità, ma minore capacità di analisi e di sintesi; enormi possibilità potenziali, ma minore pazienza e capacità di attesa.
A ciò dobbiamo aggiungere che ciò che ci aspettiamo dalle macchine e dai sistemi, sempre di più lo riversiamo sulle persone, su noi stessi e sugli altri. Dobbiamo essere veloci, accurati, precisi e gratuiti. Ma questo non è possibile; ed è bene, perché la velocità non è un bene assoluto.
La velocità di un sistema computazionale, e la sua fruibilità a costi sempre più risibili, stanno cancellando la nostra capacità di stare nella realtà con i tempi necessari affinché la realtà stessa venga a maturazione. Viviamo di frutti acerbi, replicando lo schema del peccato originale. Sono piemontese, e la mia terra mi ha insegnato che il buon vino ha bisogno di tutto il tempo necessario, ed è tanto, tanto quanto la bontà che si va cercando. Tempo, dedizione, impegno, attese, fallimenti.
La questione di fondo su cui si gioca educativamente tutta la questione è in buona parte la gratificazione. Essa va a braccetto dalla notte dei tempi con la velocità e, come aveva intuito Freud, ci porta velocemente – se non ben governata – alla morte psichica.

Educati a essere nuovamente liberi

La rivoluzione digitale ci impone di ritornare a parlare di questo argomento ed educare le nuove generazioni e noi stessi a essere davvero liberi, liberandoci dall’istinto del subito, digitalmente rivestito di buono e di bello perché legato all’efficienza e all’efficacia.
È necessario rompere l’inganno e la catena che lega attrazione, azione e abitudine che diventa vizio e dipendenza, ma occorre fare leva non solamente sulla volontà, che diventa facile preda dell’orgoglio o più frequentemente del fallimento.
La teologia dei tre giorni ci educa all’attesa della risurrezione, il sabato santo a rendere il silenzio non uno spazio vuoto, ma uno spazio in cui prendendo coscienza del vuoto ci si apre all’evento che restituisce senso a tutto. Non si tratta dunque di rifiutare, ma di assumere un percorso ascetico che ci faccia prendere coscienza della nostra fame, del nostro bisogno di identità e riconoscimento, del nostro desiderio di guardare ed essere guardati per poi discernere nella libertà cosa tutto questo significhi per noi.
Come la Quaresima ha significato in vista della Pasqua, così nell’affrontare la rapidità digitale diventa centrale porre la domanda sul termine finale: rapidi per cosa, rapidi per chi, rapidi perché? La rapidità, alla fine, a chi giova? Per quale ragione mi dovrebbe giovare?
Riflettere sulle ragioni, non dando per scontato che esse ci siano e siano buone, è il primo passo di un cammino ascetico che ci permette di recuperare i tempi di Dio nei tempi digitali, toccare il tutto nel frammento e proprio perché tutto, goderselo sino in fondo.

Originale pubblicato qui

Tutto gratis? La giustizia nel mondo digitale

Avvento e Tempo di Natale portano mente e cuore al Dono per eccellenza, il Salvatore del mondo, e ai doni che ci scambiamo come segno di amore e di riconoscenza per l’esistenza l’uno dell’altro. Come sottolineato dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa (n. 20), Dio si fa prossimità gratuita, dandoci così la misura delle nostre relazioni.
La gratuità è dunque bene fondamentale e valore del vivere sociale, ma rischia di essere stravolta nella rivoluzione digitale, divenendo addirittura strumento d’ingiustizia.

Gratuità in Rete?

Buona parte dei servizi che noi tutti usiamo sono gratuiti o apparentemente tali: dalla casella di posta ai social media, dalle piattaforme per la condivisione di file molto grandi a quelle con cui condividere video e immagini. Servizi apparentemente gratuiti perché, come ormai abbiamo imparato a capire, profilano il nostro comportamento in rete monetizzandolo nelle campagne promozionali che sempre di più intercettano i nostri gusti e bisogni.
Questa gratuità perenne, a cui volentieri ci adeguiamo perdendo parte della nostra privacy, comporta conseguenze non direttamente volute o cercate, ma significative rispetto al tema della giustizia e di una cultura di giustizia. Tanto il lato anarchico della Rete, quello dei primordi, quanto quello più ordinato delle grandi imprese che oggi gestiscono ciò che è on-line, hanno spinto molto sul tema della gratuità, del free.
Soprattutto le reti e piattaforme di file sharing da quando sono divenute un fenomeno di massa con la diffusione della banda larga e programmi appositi come Napster, ci hanno educato a un concetto tanto semplice quanto affascinante: tutto ciò che è on-line di fatto è gratuito o dovrebbe esserlo. Di qui è nata una battaglia mai conclusa per la difesa del copyright, il cui ultimo capitolo in Europa è la direttiva approvata lo scorso settembre.
Il copyright, com’è noto, ha due profili: quello patrimoniale (cedibile), che concerne lo sfruttamento economico, e quello morale (inalienabile), che è il diritto di essere riconosciuto autore di una determinata opera.
Nell’infosfera la prassi ha di fatto cancellato ambedue, creando un vulnus di ingiustizia sempre più significativo. Non solo infatti il lavoro di chi produce contenuti non è riconosciuto in termini economici, ma neppure è riconosciuto e riconoscibile il tratto squisitamente umano dell’essere creatori di una determinata opera. Il digitale rischia così di tradire tanto Cesare quanto Dio.

Per un nuovo corso

È opportuno ripartire dalla dimensione morale per un nuovo corso, sia attraverso un tracciamento digitale dell’opera, una firma che non possa essere cancellata, sia attraverso una rimodulazione delle abitudini in rete. Si tratterebbe di introdurre forme di micro pagamenti e transazioni comunque di valore, senza che vi siano necessariamente trasferimenti di denaro, che restituiscano però dignità al lavoro e maggiori certezze per chi mette a disposizione di tutti la propria creazione dell’ingegno.
La tecnologia perché questo avvenga è già disponibile, si tratta di creare una diversa consapevolezza nella società che spiga ad applicarla: se l’infosfera è un bene di tutti, come lo è l’ambiente, questo non autorizza nessuno ad appropriarsi di qualche cosa senza il consenso di chi ne è titolare.
La maggiore criticità è rappresentata dal fatto che i grandi gruppi che gestiscono la Rete non hanno particolare interesse affinché questo avvenga. Semplicisticamente potremmo dire che più materiale è condivisibile sulla Rete, più essa fa viaggiare i nostri dati e meglio i sistemi di profilazione funzionano.
Tuttavia è necessario ritrovare la sicurezza circa le garanzie della libertà individuale e della proprietà per riequilibrare i rapporti economici (Compendio, nn. 351-353), che non possono restare a lungo in tale situazione. Dovremmo pagare quanto è giusto per poter vivere in un mondo digitale in cui la giustizia abbia ancora un valore.

Originale pubblicato qui

Eternità digitale. Quando la morte è social

Novembre, mese dei santi e mese in cui ricordiamo i fedeli defunti: mese in cui riflettere sulla dimensione escatologica della nostra esistenza.
La rivoluzione digitale è giunta anche qui, sulla soglia dell’eternità, riproponendo l’antico desiderio d’immortalità, sganciandolo però da ogni collegamento con la salvezza.

La vita oltre la morte: "Avatar Project"

Laddove la fantascienza preconizza la possibilità di «scaricare» il nostro cervello, affidandolo a una macchina che ne perpetui le funzioni dopo la morte del corpo, e un progetto miliardario specifico lavora per realizzare entro il 2045 un avatar immortale di noi stessi, con la benedizione del Dalai Lama, l’elaborazione del lutto sui social media ha già una sua specifica cultura.
Oggi l’apparecchio della buona morte consiste per alcuni dei nostri contemporanei nel predisporre degli strumenti per cui non resti solo un buon ricordo, ma una struttura informazionale che simuli la vita ed eviti il distacco. Come ha raccolto Davide Sisto in La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale, gli strumenti e i rituali si moltiplicano.
Per cui possiamo trovare on-line MyDeathSpace, un sito specificatamente dedicato al caro estinto, una tomba virtuale e interattiva, con possibilità di commentare e con collegamenti ipertestuali ai profili social del defunto, magari raggiungibili attraverso un QR Code posto sulla tomba in pietra al cimitero.
Perpetuare il ricordo di un defunto è prassi che risale ai primordi dell’uomo, le piramidi sono là a raccontarcelo. La differenza sostanziale rispetto al passato è non solo la capacità tecnica di realizzare sepolcri sofisticati, ma la possibilità percepita di non distaccarsi davvero da chi è defunto.

Domande etiche: ci salverà la bellezza?

Qui si pone la vera questione: queste tendenze dell’era digitale impediscono una reale consegna della persona amata alla morte cosicché la memoria, pur doverosa, non si può trasformare in un memoriale – obbedendo alla dinamica pasquale – e aprire così alla risurrezione.
Come ha messo in luce Lacan, infatti, i rituali del lutto servono a dare un posto al morto, una sepoltura che lo separi dai viventi, permettendo a chi sopravvive di delineare una propria posizione soggettiva. Il lutto, in altri termini, ci permette di fare uno scatto in avanti verso il posto che abbiamo nel mondo, e il confronto con la morte ci educa a dare valore alla vita orientando la nostra opzione fondamentale.
Cancellare la consegna, il distacco, la frattura della morte significa inibire la nascita di una nuova vita e chiudere la porta alla dinamica escatologica. Quali strade educative possiamo suggerire? Seguendo ancora Lacan possiamo dire che l’unica via sana per sublimare la morte è la bellezza, la sublimazione è un gesto artistico, creativo che produce bellezza.
E allora il nostro mondo digitalizzato sarà salvato dalla bellezza, seguendo la lezione di Dostoevskij. La bellezza di relazioni che non si possono accontentare di un simulacro creato da un’intelligenza artificiale, di carezze che non possono essere sostituite da nessun avatar.
Per il grande scrittore russo il contrario di «bello» non era «brutto», ma utilitaristico: lo spirito di usare gli altri e così rubare loro la dignità (cf. Evangelii gaudium, n. 167). Educare alla bellezza significa educare a ciò che è inutile nella logica computazionale, ma che è umano e divino nella logica dell’eterno: la lezione dei nostri santi.

Originale pubblicato qui