La presentazione della nuova laurea magistrale in psicologia applicata all'innovazione digitale.
Smart Future Academy
Cos’è Smart Future Academy?
Smart Future Academy 2021 è un progetto innovativo, terza edizione a Torino, ed ha l’obiettivo di facilitare le attività di orientamento degli studenti delle scuole superiori verso le proprie scelte future, mettendo gli stessi in contatto con personalità di altissimo livello dell’imprenditoria, della cultura, dello sport, della scienza e dell’arte.Il progetto è completamente gratuito e le ore sono certificate come PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento)
SALUTI ISTITUZIONALI
Tecla Riverso, Dirigente USP Torino
Lilli Adriana Franceschetti, Co-founder,Presidente Smart Future Academy
Dario Gallina, Presidente Camera di commercio di Torino, AD della DOTT. GALLINA SRL
Elena Chiorino, Istruzione, Lavoro, Formazione professionale, Diritto allo Studio universitario
8:30 Registrazione partecipanti
Warm up con gli studenti
8:45 Apertura evento
Saluti istituzionali
9:05 Speaker
Interazione live
9:55 Intervallo
Momento ludico-educativo
10:10 Saluti Istituzionali
10:15 Speaker
Interazione live
11:05 Intervallo
Momento ludico-educativo
11:20 Saluti Istituzionali
11:25 Speaker
Interazione live
12:15 Saluti
Festa finale
12:30 Fine evento
I luoghi dove stiamo crescendo
Editoriale |
![]() In questa epoca di grandi transizioni (ce n’è mai stata una che non lo fosse?), di tempi difficili, complessi e disorientanti (difficile trovare chi non l’abbia asserito dei propri), tuttavia, è necessario riprendere l’«arte del pilota» (cibernetica) a partire dalla responsabilità di attuare una necessaria formazione morale.
Perché saper rispondere è necessario nella dinamica dialogica di ogni atto formativo. Il secondo contributo, quindi, va più in profondità e guarda a I luoghi dove stiamo crescendo. Cosa rimane dopo la crisi delle grandi agenzie etiche tradizionali (scuola, associazioni, chiese, sindacato, partiti…)? Quali riferimenti etici rimangono in questo tempo senza ideologie e senza fede? Luca Peyron ci guida in cerca di una morale condivisibile adatta per questa nostra società globale e smaterializzata.
1. In cerca di una morale condivisa e condivisibile
È il 1981 e Jean-François Lyotard[1] consegna alle stampe un breve scritto che in poco più di cento pagine annuncia la fine dei grandi miti novecenteschi: ideologie, fedi rivoluzionarie, utopie, etiche universali. Non fu il primo a farsi profeta, ma intervenne al momento giusto nel pieno degli albori di una rivoluzione di cui oggi vediamo i primi importanti esiti. Al posto delle strutture sociali come le abbiamo conosciute negli ultimi secoli, Lyotard preconizzava l’ascesa di un nuovo sapere appiattito sulla tecnica e validato dalla scienza, non più condizionato dalla sfera dei valori. Nel tempo del post – postumano, postindustriale, postmoderno – quello che si intravvedeva allora si vede molto bene oggi, così come Yuval Noah Harari in un fortunato testo ha ben descritto. Anche se non ne condivido le conclusioni, faccio mie alcune premesse secondo le quali ci troviamo in un mondo globale che esercita una pressione senza precedenti sui nostri comportamenti e sull’etica individuale. Ognuno di noi è intrappolato in numerose ragnatele, che mentre limitano i nostri movimenti trasmettono le nostre vibrazioni più impercettibili a destinazioni remote. |
Iscrizioni aperte per il Corso specialistico di bioetica avanzata

Progettare l’uomo del futuro
Docenti: Marco Fracon – Francesco
Profumo – Giorgio Palestro
Moderatore: Piero Bianucci
Robotica e roboetica.
Docente: Paolo BenantiModeratore: Pier Davide Guenzi
Per un umanesimo digitale.
Docenti: Luca Peyron – Mariella Lombardi
Ricci
Moderatore: Francesco Ognibene
Conclusioni:
Franco Ciravegna – Giuseppe Zeppegno
Silvia Romano, il digitale e noi
Tutti si sentono in dovere o in diritto di esprimere un parere sulla sua vicenda, tanto chi lo fa, quanto chi critica chi lo fa.
Dire o tacere, tutti scrivono in difesa della prima o della seconda ipotesi, rinunciando comunque a tacere per dire.
Escluso chi la conosce di persona – la sua famiglia ed i suoi amici – tutti ne parliamo senza sapere di lei nulla se non la cronaca, senza tema di sondarne il cuore e la mente, non avendole mai neppur detto buongiorno sulle scale del condominio.
Tutti la usiamo, anche io che ne sto scrivendo.
La usiamo per dare corpo alle nostre paure e provare a vincere i nostri limiti: chi la accusa e chi la difende. Abbiamo paura che possa accadere a noi, abbiamo paura di non avere la libertà di fare, al punto che possa accadere a noi.
Chi si esprime sul suo ritorno – salvo i santi e gli scellerati - di lei poco importa, importa davvero quello che rappresenta per ciascuno la sua libertà o la sua prigionia. È ruvido quel che scrivo, ma se ognuno di noi si ferma un secondo a pensare scopre che chi è contento, ieri non ci perdeva il sonno e chi è arrabbiato, prima aveva altri bersagli.
Tutto questo un tempo lo si faceva al bar, in piazza, sul pianerottolo. Oggi che questi luoghi sono chiusi causa pandemia lo facciamo in digitale che ha aperto questi luoghi prima e dopo la pandemia, rendendoli universali.
Tutti ne scriviamo dunque per un insopprimibile bisogno umano che è quello di dare senso a ciò che accade.
Verbalizzare la realtà, i sentimenti ed i pensieri che essa provoca è quel gesto che ci umanizza, che ci permette di essere la differenza tra un mondo che fa a meno di noi ed un mondo che dipende da noi. Diamo parole alle cose perché esse possano parlarci di noi, diamo parole agli eventi per tentare di averne un minimo di controllo.
I 100 giorni della pandemia ci hanno portato via così tante certezze e speranze che, oggi più di ieri, dobbiamo velocemente dare senso nuovo o ridare senso diverso a tutto ciò che accade.
Ne abbiamo bisogno con la rapidità che la tecnologia ci chiede e ci offre, ne abbiamo bisogno per la carenza di terra sotto i piedi che ci consegna quella sgradevole sensazione di affogare nell’ignoto.
Silvia Romano è un pretesto per dare voce, ordinata o sconsiderata, a questo nostro bisogno di senso, per dare voce al nostro bisogno di libertà e di pace, di giustizia e di serenità. Il fatto che tanti abbiano scritto senza calcolo, più dalle viscere che con le sinapsi, racconta quanto siamo sulla corda e quanto essa sia tesa su di un abisso che ci spaventa perché né una mascherina né un gel disinfettante possono bastare davvero.
All’umanità che ha bisogno di dare senso alla realtà sono dati solo due doni davvero necessari: la libertà di credere e la libertà di conoscere. E tutti e due nascono dal diritto ad essere educati.
Il tema vero che Silvia Romano dovrebbe suscitare è questo: dopo la pandemia quanto faremo perché ognuno abbia davvero la possibilità di essere educato a credere e conoscere?
Discutiamo di questo nel digitale, prima che l’abisso ingoi una umanità che spera di tornare gaudente e non ha capito che l’unica gioia consiste nel sapere perché siamo al mondo e per chi vale la pena vivere.
Mamma, da grande voglio essere un robot!
Una ricerca ci svela che l’iterazione massiva di questa generazione con strumenti tecnologici plasma il loro cervello, ma non sappiamo ancora come e in che misura e soprattutto con quali esiti. Uno studio di Nature del 2003 indica come l’uso di videogame ha comportato il miglioramento dell’attenzione visiva, la coordinazione mano/occhio e la capacità di passare da un lavoro all’altro. Alcuni videogiochi invece stimolano abilità richieste nei test d’intelligenza (per esempio la capacità di risoluzione dei problemi), tuttavia è stato provato che il cosiddetto effetto Flyn, l’aumento nel corso della storia del quoziente intellettivo mondiale, dal 2000 in poi ha invertito la rotta diminuendo.
Cause, effetti e…perplessità morali
Individuare un rapporto di causa-effetto sarebbe facile, ma non scientificamente corretto. Tuttavia le perplessità ci sono.È provato invece che la capacità di prestare attenzione in modo continuativo va scemando, così come esternalizzare alcune funzioni a strumenti digitali comporta il rischio di perdita di memoria e di abilità di ragionamento, perché il cervello aderisce alla politica «o lo usi o lo perdi».
Sotto altro versante la generazione Alpha cresce con giocattoli sempre più smart, ovvero giochi intelligenti che uniscono a un elemento fisico, come un pupazzo, un elemento tecnologico in grado di connettersi a Internet e scambiare i dati di gioco, come la voce, con un server esterno che offre, ad esempio, la possibilità di ricevere nuovi contenuti in tempo reale.
Lo studio citato dimostra come i bambini interagiscano con tali giocattoli sfidandoli, trattandoli come un animale domestico, come un essere senziente. Al di là dei problemi connessi alla privacy, di cui si è anche occupato il Garante, rilasciando un vero e proprio vademecum sul tema, quali implicazioni morali desumiamo da questo quadro?
«I giochi dei bambini non sono giochi»
Se Michel de Montaigne scriveva che «I giochi dei bambini non sono giochi, e bisogna considerarli come le loro azioni più serie», potremmo dire che non possiamo giocare con i giochi dei bambini senza renderci conto di quali serie conseguenze questo comporti.Oggi come mai prima d’ora è necessario che la scoperta del mondo non sia affidata a degli strumenti, ma alle interazioni familiari: se ciascuno di noi è stato spesso parcheggiato di fronte a un televisore, oggi i danni potenziali derivanti dall’affidare un bambino a una babysitter elettronica sono drammaticamente maggiori.
L’umano ha bisogno di interazioni umane per umanizzarsi e l’imitazione dell’umano che una macchina può restituirci non solo è insufficiente ma – ed è peggio – indurrebbe un bambino a umanizzarsi secondo modelli computazionali.
Ogni bambino ha sognato di essere un eroe, dobbiamo vigilare che nessuno cominci a sognare di essere una macchina.
Ci è stato dato un Bimbo, un Bimbo è nato per noi, restiamo in quella carne se desideriamo esserne divinizzati.
Qui il post originale
A scuola! Zaini (e PC) in spalla
L’istruzione aiuta le persone a essere libere, a pensare e agire; l’educazione è uno dei pilastri della dottrina sociale della Chiesa. Come ebbe a dire Giovanni Paolo II all’Unesco: «L’educazione consiste in sostanza nel fatto che l’uomo divenga sempre più umano, che possa “essere” di più e non solamente che possa “avere” di più, e che di conseguenza, attraverso tutto ciò che egli “ha”, tutto ciò che egli “possiede”, sappia sempre più pienamente “essere” uomo. Per questo bisogna che l’uomo sappia “essere più” non solo “con gli altri”, ma anche “per gli altri”».
In tempo di rivoluzione digitale quale educazione è necessaria perché l’auspicio di Giovanni Paolo II divenga realtà? Quali elementi educativi devono essere ulteriormente implementati?
Ne colgo uno, forse non immediatamente evidente, ma significativamente rilevante: la capacità, che diventa potere in senso positivo, di governare e liberamente scegliere la propria presenza in rete, nell’infosfera.
Facciamo prima un piccolo passo indietro: il digitale, come ha spiegato Astra Taylor nel suo libro The People’s Platform, non ha realizzato davvero quel processo di democratizzazione e di redistribuzione dei poteri che possa ridare alle persone reale capacità di gestire le proprie esistenze. Principalmente non lo ha fatto, pur avendone il potenziale, perché non ha esercitato il suo potenziale di disintermediazione ma, al contrario, ha semplicemente ridefinito le mediazioni favorendo l’ascesi, sino al monopolio, di nuovi intermediatori, spesso più difficili da vedere.
Ognuno di noi scrive, pubblica, registra, condivide su piattaforme di cui non è davvero proprietario, di cui è utente, neppure cliente e così in qualche modo succube. Noi ci esprimiamo on-line secondo codifiche e possibilità preimpostate da altri. Così funzionano i social, così le grandi piattaforme per il blogging come Wordpress e altri.
La facilità di esercizio di questi strumenti ha un prezzo, la nostra libertà nel poterli realmente gestire e modificare. Tutto questo vincola significativamente la nostra libertà, senza che noi, e men che meno i nativi digitali, ne abbiamo contezza.
Tornando dunque al nostro tema iniziale, quale elemento educativo possiamo o forse dobbiamo introdurre nei processi? Insegnare ai bambini come funziona il web, i rudimenti della programmazione, così come insegniamo grammatica e sintassi perché le grammatiche e le sintassi del mondo digitalizzato sono oggi queste. È importante educare ed educarsi al fatto che il mondo on-line non è un fatto ineluttabile, ma è un prodotto umano costruito secondo determinati parametri che possono essere diversi da quelli decisi da chi ne trae un profitto, lecito, ma ingovernato e ingovernabile.
Non esiste solo il mondo creato dai signori della Silicon Valley, esiste un mondo potenziale in cui la creatività e la libertà dei nostri piccoli, come la nostra, possono esprimersi autonomamente e liberamente. A esso dobbiamo educarci, in esso possiamo esprimere la nostra differenza umana e di fede, in esso scoprire nuovi orizzonti in cui rendere ragione dei nostri talenti e della nostra fede, senza che lo si debba fare con un format preimpostato da altri, unificante forse ma soprattutto drammaticamente uniformante.
Post originale qui
Laboratorio ad Oropa
All'interno della manifestazione, a partire dalle 17.30 si terranno diversi laboratori aperti ai giovani, tra questi il laboratorio Incarnazione Digitale tenuto da don Luca Peyron e relativo all'evangelizzazione ed alf governo della rivoluzione digitale a partire da una prospettiva credente.
Per informazioni consultare il sito Cristo Vive
I «centennials» oggi a scuola. Ci serve un «tutorial»
Benedetto XVI, ancora cardinale, ci ha opportunamente avvertito che «se religione e ragione non possono disporsi nella giusta correlazione, la vita spirituale dell’uomo decade per un verso in un piatto razionalismo tecnicistico, e per l’altro in un oscuro e fosco irrazionalismo» [J. Ratzinger, Natura e compito della teologia, Jaca Book, 1993, 90].
Oggi la ragione e dunque la teologia, non possono che passare dalla rivoluzione digitale e visitare profeticamente quell’ignoto che abita in modo sempre più pervasivo la nostra quotidianità.
Una condizione inedita
L’anno scolastico che si apre in questi giorni è il primo nel quale tutti i bambini e ragazzi che frequentano la scuola dell’obbligo sono nati nel nuovo millennio. Il Novecento per loro è definitivamente storia, e il terzo millennio per noi deve essere responsabilmente profezia. Questa è la prima generazione che non ha bisogno delle precedenti per attingere alla conoscenza, e la nostra è la prima generazione che la conoscenza non la detiene più in modo proprietario.Ma se i giovani sono capaci di conoscenza e nativamente conoscono i mezzi della rivoluzione digitale, mentre le altre generazioni litigano con gli aggiornamenti di un telefono, resta comunque vero che la conoscenza non è ancora sapienza, e certamente non è sapienza del vivere che ha bisogno di una vita per essere intravista.
Sconvolti i rapporti di forza, non possiamo che accogliere con intelligenza e fervore la lezione del Vangelo, che alle posizioni di potere ha preferito quella del servizio e del dialogo: nel tempo delle svolte epocali le generazioni possono riannodare dialoghi perduti e riprendere in mano insieme le redini della loro storia, in un’apertura credente alla novità unica e vera che è Cristo.
I nativi digitali (i giovani) e i migranti digitali (noi) possono insieme recuperare un dialogo fecondo, mettendosi a servizio gli uni degli altri condividendo conoscenza ed esperienza.
Una teologia dell’innovazione
Questo dialogo può essere fatto anche in teologia, dove c’è necessità di tirare fuori cose nuove e cose antiche, non solo per ridire l’evento di Cristo a questo tempo, ma per restituire quella protologia e quell’escatologia che la rivoluzione digitale rischia di spazzare via riconfigurando – verbo non casuale – la nostra percezione dell’essere umano e del suo posto nella storia.Abbiamo bisogno di una teologia dell’innovazione, di una Parola che faccia davvero nuove tutte le cose, perché la rivoluzione digitale non ha semplicemente portato nella nostra vita nuovi strumenti tecnici, ma ha creato un nuovo ambiente – da alcuni definito infosfera – dove i dati sono l’aria che respiriamo e gli algoritmi rischiano di diventare la nostra coscienza, che da etica si trasforma in estetica, da trascendente in computazionale.
I centennials (o Generazione Z) cominciano l’anno scolastico tra tablet, lim, lavagne e gessetti: a noi assicurare una teologia che sia all’altezza della storia che ci precede, ma soprattutto del Dio della Storia che già ci sta anticipando. Lo faremo insieme anche su questo blog.
Originale pubblicato qui