Tra metaverso e algoritmi, quali adulti stiamo costruendo?

Il compito di un adulto è accompagnare chi non lo è a diventarlo, partendo dal presupposto che il semplice scorrere del tempo non basti. Infatti anche se il certificato anagrafico lo testimonia, sono le prove della vita e la capacità di assumersi responsabilità a conferire concretamente la patente di adultità. Forse è l’unico campo in cui l’università della vita esiste davvero e rilascia certificati.

Considerato che viviamo immersi in una condizione digitale e nel bel mezzo di una metamorfosi digitale, siamo noi – adulti di oggi – capaci di viverla in pienezza e stiamo facendo quanto ci è possibile affinché i giovani possano assumersi le loro responsabilità persino meglio di noi? Fare il futurologo tecnologico è un mestiere molto in voga e non ho la pretesa di essere nel novero, tuttavia provo a cogliere alcune direttrici di pensiero che ritengo valga la pena possano essere coltivate.



Partiamo dall’intelligenza artificiale

Si tratta di un sistema di calcolo statistico che descrive molto bene il passato e ci permette di protendete lo sguardo verso il futuro, ma sempre e solamente in termini statistici. Ottima per fare predizioni standard – come il viaggio di un treno o l’andamento di un raccolto – pericolosa se applicata in settori dove una visione deterministica è una forzatura, come gli i comportamenti umani. L’intelligenza artificiale è utile, ma non è risolutiva, aiuta ma non può sostituire, abilita ma chi ha già delle abilità e non semplicemente tecniche.

Essa è un buon parametro per educarci ed educare al fatto che la tecnologia non deve essere a servizio dell’essere umano, essa non può che essere a servizio dell’umano. Altrimenti detto, non siamo e non saremo mai di fronte alla scelta se farci o meno sostituire dalla macchina. La macchina ci sostituisce in ciò che più propriamente umano non è, nel lavoro alienante, statistico, deterministico.

L’ai ci serva a scoprirci umani e non rotelle di un meccanismo. Pensare che la macchina ci possa sostituire e quindi discettare se lo debba o meno fare, inserisce i giovani in un circolo culturale ed ermeneutico fuorviante che rischia di illudere che la macchina possa togliere la fatica dal vivere o che la macchina sia un soggetto con cui debbo entrare in competizione ma partendo già svantaggiato. Il lavoro del futuro non sarà quello di far funzionare le macchine, ma di far vivere gli esseri umani più pienamente se stessi in un mondo con molte macchine. Non dobbiamo disegnare un mondo adatto ad ospitare le macchine, ma meglio adatto ad ospitare la vita, umana e non solo, usando delle macchine.

Secondo tema: i metaversi e il virtuale

La spinta individualista ed un certo secolarismo sociale che ha cancellato, o tentato di cancellare, non solo le religioni con i loro riti e miti, ma anche la società con i suoi schemi e fondamenti – pensiamo allo Stato ed alla politica disertati dai giovani in maniera massiva alle ultime elezioni politiche – ci possono fare riflettere. I metaversi – usiamo il plurale per custodire da subito una necessaria pluralità in sistemi che sono di base ambienti di controllo sociale – come si innesteranno in questa temperie psicologica e sociale? Li vogliamo come alternativi ad una realtà che ci ferisce o complementari in tutti quei casi dove la realtà ferita ha bisogno di qualche forma di cura?

In altri termini: il metaverso servirà a condurre meglio una operazione chirurgica, a far visitare la Cappella Sistina ad una persona impossibilitata a muoversi oppure renderà pigri e pingui generazioni di persone timorose di mettere il naso fuori di casa? Mi pare che il nostro compito sia quello di educare all’equilibrio e non indulgere nella facile sostituzione, educare alla bellezza della conquista più che alla gestione di poteri effimeri che hanno però come prezzo la libertà e la privacy.

Terzo e ultimo tema

Essere adulti è farsi continuamente la domanda: che bene c’è? L’affermazione che male c’è? lasciamola agli adolescenti. L’adulto cerca il bene maggiore, non si rifugia in preda dei propri ormoni nel riduttivo male minore o nel securizzante vittimismo dell’età della crescita. La pressione algoritmica ed il potere computazionale, unitamente alla pencolante condizione ecologica del nostro pianeta ci impongono di uscire dal paradigma tecnocratico secondo cui se è tecnicamente possibile è socialmente auspicabile.

La tecnologia emergente digitale decide, invade, consuma.

Deve meritarsi la nostra fiducia, non più e non solo in termini tecnici cioè di raggiungimento del fine tecnico e con la marginale salvaguardia della non immediata dannosità. Dobbiamo scegliere insieme ciò che giova, ciò che ci aiuta a essere compiutamente umani, ciò che semplifica la nostra vita permettendoci di assumere più responsabilità e non meno. A un prezzo ambientale consono.

Mostrare che tutto questo rende felici, conclusi, soddisfatti, fieri ed orgogliosi è una testimonianza che i giovani non necessariamente si aspettano, ma che i nostri vecchi ci hanno consegnato rendendoci capaci di quello che oggi sappiamo fare e soprattutto sappiamo essere. Distratti da una serie tv ce ne siamo forse scordati. Una pandemia e una guerra in casa penso possano essere sufficienti a farcene ricordare.

Diventare adulti è bello. Se ricominciamo insieme a pensarlo ed esserlo, i nativi digitali diventeranno gioiosamente adulti umani. Che il digitale lo usano quando serve.

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