Intelligenza Artificiale come risorsa o come paura?


Quando un oggetto diventa soggetto delle prime pagine dei quotidiani generalmente significa che è diventato parte della nostra realtà quotidiana. Così è dell’intelligenza artificiale[1]. Per poterne dare una qualche valutazione dal punto di vista pastorale e teologico, specialmente in relazione alla questione del limite, è necessario indagare anche solo brevemente alcuni dei suoi fondamenti per averne un sufficiente quadro condiviso[2]. L’intelligenza artificiale (IA) è un tipo di tecnologia che in letteratura viene definita general pourpose (a scopo generale)[3]. Questa locuzione si riferisce a tecnologie o sistemi che sono progettati per essere utilizzati in una vasta gamma di applicazioni, piuttosto che per uno scopo specifico. Esse sono flessibili e versatili, in grado di adattarsi a vari contesti e soddisfare diverse esigenze; tendono ad avere un’ampia base di utenti e sono adottate in molti settori differenti. La remunerabilità di queste tecnologie fa sì che siano oggetto di permanente e continua innovazione per il miglioramento di prestazioni, efficienza ed efficacia, ed ampliamento dello spettro di utilizzo. Alcune delle grandi tecnologie general purpose sono la ruota, la stampa, la macchina a vapore, l’elettricità sino a giungere al computer, Internet ed il telefono cellulare. Le caratteristiche sociologiche di questo tipo di tecnologie ed il senso che esse incorporano, proprio perché a carattere generale, si riverberano generalmente sulla cultura del tempo in cui esse nascono e si diffondono, così da segnare un’era. Esiste una società della macchina a vapore, una società elettrica, una società del telefono e via dicendo. Possiamo affermare che oggi esiste una società dell’intelligenza artificiale, una società e quindi una visione antropologica ed economica legati a filo doppio con questo tipo di macchina, in un rapporto biunivoco molto stringente ed immediato. La genesi storica dell’intelligenza artificiale ci aiuta ad aggiungere ulteriori elementi. I primordi dell’IA si possono far risalire alla metà del XX secolo, un periodo in cui scienziati, matematici e filosofi iniziarono a teorizzare e a costruire i primi modelli che potessero simulare aspetti dell’intelligenza umana. La nascita formale viene generalmente attribuita alla conferenza di Dartmouth del 1956, un evento che riunì eminenti ricercatori interessati a scoprire se le macchine potevano imparare e risolvere problemi autonomamente. Prima di Dartmouth, c’erano già stati importanti sviluppi che avevano posto le basi per l’IA. Ad esempio, Alan Turing, con la sua macchina di Turing, un modello astratto di computer, ha fornito una base fondamentale per la teoria della computazione. Nel 1950, con la pubblicazione di “Computing Machinery and Intelligence[4], propose il test che poi prese il suo nome come criterio per giudicare se una macchina sia o meno intelligente, aprendo di fatto il dibattito sulla possibilità che le macchine possano pensare. Ma già in precedenza negli anni ‘40 e ‘50, Norbert Wiener formulò i primi principi della cibernetica, studiando i sistemi di controllo e di comunicazione negli esseri viventi e nelle macchine, che influenzò significativamente lo sviluppo iniziale dell’IA[5]. Questi primi passi erano fortemente caratterizzati dall’ottimismo e dalla convinzione che la comprensione dell’intelligenza e la sua replicazione in macchine fossero imminenti. Tuttavia, le sfide erano enormi, e la complessità dell’intelligenza umana si rivelò molto più grande di quanto inizialmente si pensasse. Questo portò a periodi alternati di entusiasmo e scetticismo, noti come “inverni dell’IA”, durante i quali il finanziamento e l’interesse subirono significative fluttuazioni. Il punto di partenza di tutto questi studi gravitava, ed ancora oggi gravita, sull’idea che l’essere umano è una macchina e, dunque, sia ontologicamente possibile costruire macchine che gli sono simili se non uguali, o addirittura capaci di migliorarlo, di superarne i limiti. In questa visione l’unico problema che si pone è il tempo e con esso complessità e scoperte ancora da fare. Non si tratta di decidere se sia possibile, ma solo quando questo avverrà[6]. Un terzo aspetto da tenere a mente riguarda la natura umana in sé considerata. Il successo di una tecnologia non dipende solo dalla sua capacità di risolvere efficacemente un problema tecnico o di essere un fattore di sviluppo e di progresso. Il successo di una tecnologia e la sua diffusione dipendono anche da quanto essa sia capace di incorporare vere o presunte risposte ai bisogni di senso dell’essere umano, della sua indole propria, della sua paura intrinseca del limite e della sua natura che lo porta a voler trascendere i limiti[7]. La tecnologia che ci ha portato sulla Luna può essere un buon esempio e, per venire all’oggi, possiamo guardare al successo dei social media anche come conseguenza della natura relazionale dell’umano spiegata nel lessico delle funzioni che ne hanno fatto la fortuna. Condividi e mi piace sono due “bottoni” che accendono il nostro profondo, prima di un circuito virtuale. Anche per questo ci piace pensare che una macchina possa essere intelligente, ci lasciamo volentieri ingannare da una locuzione che è del tutto imperfetta e per molti aspetti non esatta, perché la macchina intelligente non lo è e, verosimilmente, mai lo sarà. Ma dirlo ci consola, ci rende padri e madri fieri della propria prole intellettuale, pronti a delegare fatiche e responsabilità alla creatura. Tutto questo che impatto sta avendo nella società e nel pensiero occidentale? Reazioni ambivalenti. Da un lato un entusiasmo a tratti ingenuo, dall’altra paure anche piuttosto irrazionali. Si passa da deliri cyborg non scevri da afflati messianici, secondo cui l’intelligenza artificiale è dono dello Spirito Santo concesso per andare oltre tratti significativi della finitezza umana a chi, sull’altro versante, teme un’apocalisse robotica che sterminerà il genere umano non ritenuto più efficiente.

Come interpretare dunque in modo equilibrato questo cambiamento d’epoca? Sono possibili due ordini di considerazioni, un primo ordine ad intra ed un secondo ad extra che vivono in una dinamica circolare di rispettiva influenza. Nel primo ordine possiamo collocare le attenzioni pastorali rispetto alla vita della Chiesa ed il suo governo, a cominciare dallo stesso fatto credente, per andare all’annuncio del Vangelo e la sua testimonianza concreta. Nel secondo ordine collochiamo il dialogo Chiesa – mondo rispetto all’orientamento da dare a questa metamorfosi, le questioni sociali che suscita, il modello economico e lavorativo che suggerisce sino al portato di sapienza che Scrittura e Tradizione possono guadagnare alla riflessione di ordine filosofico ed antropologico che l’intelligenza artificiale richiede. Proviamo a delineare alcuni elementi di intersezione che possono dare qualche criterio di discernimento e motivo di ulteriori considerazioni da parte del lettore.

Il primo snodo è l’intreccio tra desiderio e vocazione. L’umanità ha sempre cercato di superare i propri limiti fisici ed intellettuali, spinta da un desiderio di esplorazione, espressione di sé e realizzazione. Questi desideri non sono statici; si evolvono con la società e con l’individuo, spingendo continuamente in avanti o altrove i confini di ciò che consideriamo possibile o desiderabile. Dall’altro lato, c’è la vocazione umana: il nostro impulso intrinseco verso la crescita, l’apprendimento, l’empatia, la collaborazione e soprattutto l’anelito tipicamente figliale di compimento nel Padre, nella pienezza del divino che ci è partecipato. La vocazione umana ci orienta verso la ricerca di significato, l’autorealizzazione e la relazione con gli altri, sino alla ricerca dell’Altro. Questa dimensione umana va ben oltre il puro calcolo o la logica, abbracciando la complessità delle emozioni, delle generatività, del significato e del senso sino a compiersi nell’anelito alla trascendenza. Al centro di questo crocevia c’è oggi il “risultato tecnico”, ovvero le macchine che creiamo, le intelligenze artificiali che sviluppiamo e le tecnologie che perfezioniamo. Queste non sono entità isolate; sono profondamente intrecciate con i nostri desideri e la nostra vocazione. Le macchine sono progettate da umani, per umani, e riflettono le nostre aspirazioni, i nostri valori e i nostri limiti. I nostri peccati ed il bisogno che tutto sia redento. Il rapporto umano-macchina a livello pratico pone la questione di come le macchine possano soddisfare i nostri desideri di efficienza e produttività, aiutandoci a superare i limiti fisici e intellettuali. Come questo può avvenire custodendo il nostro proprio umano, salvaguardando la dignità della persona, l’equilibrio sociale e quello delle risorse? Il rapporto pone poi un livello più profondo e sfumato, dove esploriamo come le macchine possono risuonare con la nostra vocazione, influenzando il nostro modo di imparare, di connetterci con gli altri e di esplorare il mondo. Anche di credere e sperare. In questo orizzonte preziosa è la lezione di Benedetto XVI la cui riflessione ci permette di illuminare una relazione che deve essere dinamica e non di antagonismo. Il rapporto umano-macchina, umano – intelligenza artificiale, diventa un terreno fertile per esplorare la nostra umanità, per riflettere sui nostri desideri più profondi e sulla nostra vocazione ultima. Le macchine, strumenti delle nostre mani e menti, devono quindi essere viste non come rivali, ma come compagni in questo viaggio, aiutandoci a realizzare il nostro potenziale e a rispondere alla nostra chiamata a una pienezza di vita che trascende il materiale e il tecnologico. La “partita” nel rapporto umano-macchina, secondo il pensiero di Benedetto XVI, si gioca su un campo che va ben oltre la mera efficienza tecnica: si tratta di una partita che interroga il cuore stesso dell’esistenza umana, invitandoci a considerare come la tecnologia possa servire non solo i nostri desideri immediati, ma anche la nostra vocazione più profonda verso il bene, la verità e la bellezza[8]. In sintesi possiamo dire che vi sarà sviluppo autentico nella misura in cui la macchina è a servizio del desiderio umano di umanizzarsi, è a servizio della vocazione umana in quanto tale, strumento di discernimento fondativo rispetto ai diversi possibili desideri umani[9]. Dal punto di vista pastorale tutto ciò significa la bellezza e l’onore di assumere alcune responsabilità.

La prima responsabilità è di carattere educativo e formativo che si armonizza con una corrispondente responsabilità di carattere teologico e speculativo. È necessario uno studio approfondito di questi temi sia dal punto di vista della teologia fondamentale così come dell’antropologia teologica a cui deve accompagnarsi una decisa riscoperta della metafisica. Si deve mettere al riparo tanto l’essere umano quanto, non sembri un paradosso, la macchina. Il valore potenziale di umanizzazione e di assistenza che l’intelligenza artificiale può dare allo sviluppo umano è enorme. Superare tutti quei limiti che è vero, buono e giusto superare, è una specifica missione dell’essere umano, chiamato a dare il nome alle cose ed amministrare il creato nel modo migliore possibile. Il potere computazionale può essere molto validamente messo a servizio di tutto ciò, con una capacità trasformativa in positivo grande, perché una tecnologia generale può essere un vettore generale di maggiore giustizia, verità, solidarietà e sviluppo. Una robusta teologia può restituirci una altrettanto robusta teleologia che ci consegni un orizzonte chiaro e netto che permetta di sfruttare al massimo l’intelligenza artificiale restando in equilibrio saggio e dinamico tra conservazione ed innovazione. Il rischio che corriamo, nella polarizzazione, è quello di tarpare le ali all’AI o al contrario lasciare campo libero a chi se ne potrebbe servire per azioni ingiuste ed antiumane. Basti qui ricordare l’incipit di un decreto conciliare ancora oggi significativo rispetto a questi temi: Inter mirificaTra le meravigliose invenzioni tecniche annunciava il Concilio. Le attenzioni rischiano sempre di far venire meno la meraviglia, la gratitudine, il discernimento offuscato da un ottuso immobilismo che non conserva, ma uccide. Se saremo in grado di mettere al primo posto il desiderio di umanizzare la nostra condizione per offrirla al suo compimento, questo renderà possibile maneggiare l’intelligenza artificiale in modo proprio e consono, curioso ma attento, propositivo e prudente. Gioverebbe recuperare del Concilio non solo le parole, ma soprattutto lo spirito, non solo le spinte innovative, ma anche la saggia consapevolezza di come custodire il tesoro dal vetera. La seconda responsabilità è valutare le forme con cui attuare tutto questo. Il tempo che viviamo sembra riporre molta fiducia nell’idea che strumenti di tipo regolatorio possano essere la soluzione migliore e più efficace[10]. Dissento da questa posizione perché è storicamente piuttosto evidente che la regola da sola non forma la società e non la dirige verso i fini per i quali essa si costituisce come tale. Anche la narrazione biblica va nella stessa direzione. Possiamo in qualche modo leggere in questa forma la continua polemica tra Gesù e il mondo farisaico. La formazione della coscienza e delle coscienze mi pare, invece, via più promettente, in un dialogo molto più serrato e generativo tra le generazioni e, piuttosto, con una visione globale non più improntata esclusivamente alla massimizzazione del profitto ed all’efficientismo di cui il paradigma tecnocratico è sempre latore[11]. Un buon punto di partenza sarebbe quello di ripensare il sistema economico troppo orientato al breve termine ed all’immediata remunerazione del capitale. L’intelligenza artificiale è un investimento efficace se accompagnata con una visione che custodisca il vero capitale, quello umano, senza il quale, a lungo termine, l’efficacia immediata della macchina si spegne e si distorce. Dal punto di vista intraecclesiale significa una maggiore cognizione di causa degli operatori pastorali e dei pastori, una conoscenza non superficiale delle questioni in gioco da parte dell’episcopato ed una risposta, anche nell’organizzazione degli ambiti pastorali, che tenga conto di questa rivoluzione per sostituzione. Il Magistero lo ha chiaramente chiesto con lungimirante capacità profetica e prima che tutto questo assumesse le proporzioni odierne[12]. Occorrono nuove alleanze pastorali che svecchino schemi ormai davvero troppo datati per cui ai giovani si chiede solo e sempre di farsi presenti nella compagine ecclesiale con ruoli raramente centrati sulle loro effettive competenze o conoscenze e sulla loro capacità di pensare. Per dirla con una battuta oltre al cortile è venuto il momento di farli salire nella stanza dei bottoni.

Il secondo snodo decisivo riguarda la natura stessa della macchina e quella dell’essere umano. L’intelligenza artificiale ci sta restituendo molti interrogativi che per decenni la società ha smesso di porsi. Chi siamo? Che cosa è l’essere umano? Il fatto di aver ascritto ad un artefatto capacità di esclusivo dominio umano, quali l’intelligenza prima e la creatività poi, pone questioni di carattere filosofico ed etico classiche, ma del tutto inedite rispetto a questa stagione della storia[13]. Questioni che di contro la tradizione ecclesiale non ha smesso di custodire ed analizzare. Che l’essere umano non sia una macchina e che la sua differenza con la macchina sia ontologica e non fenomenica ci è ben chiaro sin dal libro della Genesi. Ma chiaro non lo è stato per i nostri contemporanei convinti che la questione fosse poco più di un divertimento intellettuale. Oggi, invece, la questione si pone di continuo e può rappresentare un kairòs non banale. Un servizio al mondo, oggi atteso ed importante. L’essere umano crea macchine a sua immagine e somiglianza facendogli vivere l’ubris creatrice di Dio[14] e così esponendolo ai rischi propri dell’idolatria, rinvigorendo i tratti disumanizzanti del peccato originale. L’intelligenza artificiale non è più un idolo muto, ma parla ed anche molto bene, e promette faville se solo siamo disposti a adorarla, salvezza da qualunque pinnacolo noi si desideri lanciarci, metamorfosi in ben più che pane del suo essere effettivamente pietra. Affinché la Chiesa possa partecipare attivamente a questo dialogo culturale, offrendo una visione che possa aiutare a governare questi processi, è necessario recuperare alcuni aspetti riformulandoli in linguaggio corrente, e riguadagnare rispetto ad alcune precomprensioni in uno spazio pubblico consono. L’intelligenza artificiale quale segno dei tempi ci chiede di avere il coraggio di fare alcuni passi decisivi e definitivi. Azzardo alcuni esempi. Non è più tollerabile che nei nostri ambienti si trasmetta la fede continuando a perpetuare visioni teologicamente fasulle, ma tradizionalmente resistenti e socialmente devastanti. Un esempio su tutti le posizioni creazioniste dure che fanno del libro della Genesi un manuale di astrofisica e biochimica ed apologeticamente contrappongono la Scrittura a qualunque visione che tenta di spiegare il come e non il perché. Ogni volta che nelle nostre parrocchie qualcuno mette i sette giorni contro il big bang – ideato dal sacerdote Lamaitre peraltro – genera non un credente, ma un futuro ateo pronto ad essere divorato dall’idolatria della macchina. Urge poi passare definitivamente da un devozionismo magico e superstizioso ad una devozione sana ed autentica[15], consapevoli che il potere che usa il sacro che oggi stiamo perdendo non è affatto una perdita, ma un guadagno perché non ha nulla di santo. Abbiamo per secoli, in nome della lotta al modernismo ed allo scientismo, coltivato in casa un pensiero tanto magico quanto diabolico. Abbiamo trasformato la grazia di Cristo nel potere del genio della lampada, evocando segni superstiziosi e dimenticando quello di Giona. E così facendo ci siamo alienati intere generazioni, scavando un fossato tra fede, ragione, credo e scienza che i cui giacciono giovani e i giovani adulti, coloro che sono il futuro della Chiesa e, rispetto a questi temi, il futuro decisivo del mondo. Il pensiero scientifico, ed una teologia sana, ancorata ai padri che erano abituati a fronteggiare i miti magici del paganesimo, sono strumenti straordinari per affrontare le sfide tecnologiche di oggi e di domani ed un modo rinnovato di fare teologia. La scienza autentica, le verità della natura, ci possono aiutare a purificare la catechesi e la devozione, a non far dire alla Scrittura quanto la Scrittura mai potrebbe dire perché falso, mitico, magico. Il processo a Galileo era fondato non solo su di una cattiva scienza, ma anche su di una cattiva teologia. Mettere la terra al centro significa mettere al centro l’essere umano. Ma al centro ci deve essere il Creatore, non la creatura. Cristo, non noi. Cristo sole di giustizia, Cristo sole che sorge dall’alto. L’eliocentrismo, vero per natura, è vero anche per teologia, se la teologia si fa per bene, se la Scrittura si legge in modo appropriato. Questa digressione apparente ci serve a guadagnare un aspetto dirimente. Il tempo che viviamo è ossessionato dal dimostrare. Noi siamo abituati a vedere perché l’essenziale ci è stato rivelato, mostrato. Noi viviamo la relazione con Cristo, siamo portati al massimo a rivelarla per trasfigurazione, l’unico modo autentico per farlo. Noi vediamo e non siamo abituati, perché non ci serve, a dimostrare. Occorre fare uno sforzo per rendere ragione di quello che vediamo a coloro che non vendendo hanno bisogno di dimostrazioni. Occorre assumere e comprendere un linguaggio in cui tradurre quanto ci è stato rivelato in modo culturalmente accessibile, per alcuni tratti scientificamente dimostrato, consapevoli che la verità rende liberi e che cercare un orizzonte che contenga verità di provenienza diversa non è tradire ma semplicemente tradurre. Senza concordismi beceri, ma con una sapienza che accompagni sulla soglia del mistero, soglia che non si valica con gli strumenti della scienza, ma soglia su cui è possibile dare ragione di una antropologia, una ontologia ed una teleologia che possano essere condivise, possano essere considerate ed accolte come bene comune.

Una considerazione finale: l’intelligenza artificiale ci conferisce grandi poteri e possibilità nell’ordine dell’estensione. Attraverso la macchina posso trattare enormi quantità di dati ed attraverso essi agire. Tuttavia, l’intelligenza artificiale non conferirà mai la profondità della conoscenza. Per dirla in altri termini, la possibilità della profezia. Non può per le ragioni che le sono strutturali. Assenza di coscienza e dunque di possibilità di discernimento, capacità legate al senso comune, generosità. La macchina è esatta, l’umano non lo è. Questo che sembra un limite è, invece, la sua più grande risorsa. Perché lo costringe ad andare oltre anche quando non ne avrebbe la possibilità, la cognizione, la conoscenza. Crediamo perché siamo strutturalmente incapaci di spiegare tutto e misurare tutto, perché decidiamo continuamente senza aver tutto chiaro e definito. Il nostro limite è ciò che ci differenzia, in positivo, proprio dalla macchina. Il limite è il confine in cui scoprire la grandezza dell’umano e la sua capacità di pensare oltre il dato, oltre il passato ed il presente. Il limite è il luogo in cui incontrare la nostra divino umanità, come è accaduto sul Golgota ove la smania del controllo umano è stata salvata dall’amore impotente e inefficiente che consegna all’attesa l’incontro con il Salvatore autentico che fa risorgere.

Tratto da Orientamenti Pastorali n. 4 (2024). Tutti i diritti riservati.

[1] Accoto, Cosimo. “Intelligenza Artificiale: Una Provocazione Di Senso Planetaria.” FOR – Rivista per La Formazione, no. 3 (2024): 6–9

[2] Per una panoramica laica ampia si veda H. Trittin-Ulbrich, A.G. Scherer, I. Munro, G. Whelan Exploring the dark and unexpected sides of digitalization: Toward a critical agenda Organization, 28 (1) (2021), pp. 8-25

[3] Bresnahan, Timothy. “General purpose technologies.” Handbook of the Economics of Innovation 2 (2010): 761-791.

[4] Turing, A. (1950). Computing machinery and intelligence. Mind, LIX(236), 433–460

[5] Asprey, W. (1992) John von Neumann and the Origins of Modern Computing. Cambridge, MA: The MIT Press

[6] Cfr. M. Tegmark, Vita 3.0. Essere umani nell’era dell’intelligenza artificiale, tr.it. V.B. Sala, Raffaello Cortina, 2018, 47-51.

[7] Cfr. R. Bodei, Dominio e sottomissione. Schiavi, animali, macchine, intelligenza artificiale, Il Mulino, 2019 e R. Marchesini, Post- human. Verso nuovi modelli di esistenza, Bollati Boringhieri, 2002.

[8] Si veda sul punto il capitolo sesto dell’enciclica Caritas in Veritate.

[9] Tra i diversi spunti in ambito laico: Tarantino, Giovanni. “Riflessioni a partire dall'” impronta ecologica” dell’intelligenza artificiale: cambiamento climatico e intertemporalità dei diritti fondamentali.” Eunomia. Rivista di Studi su Pace e Diritti Umani 2 (2024): 75-92.

[10] Cfr. Sul punto e le diverse posizioni sul tema a livello europeo: Pagallo, Ugo, Jacopo Ciani Sciolla, and Massimo Durante. “The environmental challenges of AI in EU law: lessons learned from the Artificial Intelligence Act (AIA) with its drawbacks.” Transforming Government: People, Process and Policy 16.3 (2022); Stradella, Elettra. “La regolazione della Robotica e dell’Intelligenza artificiale: il dibattito, le proposte, le prospettive. Alcuni spunti di riflessione.” Media Laws 1.1 (2019): 1-20 e Novelli, Claudio, et al. “Taking AI risks seriously: a new assessment model for the AI Act.” AI & SOCIETY (2023): 1-5.

[11] Malavasi, Pierluigi. Educare robot? Pedagogia dell’intelligenza artificiale. Vita e Pensiero, 2019.

[12] Cfr. Francesco, Esortazione apostolica post sinodale Cristus vivit, 86-88.

[13] Floridi, Luciano. Pensare l’infosfera: La filosofia come design concettuale. Raffaello Cortina Editore, 2020.

[14] Julian Nida-Rümelin, Nathalie Weidenfeld, tr. It Giovanni Battista Demarta, Umanesimo digitale. Un’etica per l’epoca dell’intelligenza artificiale, Franco Angeli; 2019, 16.

[15] CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Direttorio su pietà popolare e liturgia. Principi e orientamenti, n. 8, Città del Vaticano 2002, 20. n. 56, 60


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