Intervista a don Luca Peyron sulle sfide dell’IA

 Il sacerdote sarà ospite mercoledì 1 ottobre alle 20.30 a Faenza (refettorio del Seminario diocesano, viale Stradone 30)


Parlare di intelligenza artificiale significa parlare di futuro, ma anche di presente. Don Luca Peyron, sacerdote torinese, teologo ed esperto di cultura digitale, è uno dei riferimenti in Italia su questo tema. Lo abbiamo intervistato per capire quali opportunità e quali sfide l’IA pone alla fede e alla società.

“Le sfide dell’IA” al Seminario diocesano

Don Luca Peyron è nato a Torino nel 1973 e coordina il Servizio per l’Apostolato Digitale ed è referente per la Pastorale della Cultura Tecno Scientifica dell’Arcidiocesi di Torino. È membro del comitato buone pratiche dell‘Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale applicata all’Industria AI4I. L’Unione Astronomica Internazionale ha dato il nome Luca Peyron all’asteroide141772 (2002 NM5) poiché è stato in grado di collegare l’astronomia alla coscienza collettiva, utilizzando il cielo profondo non solo a fini scientifici, ma anche per la crescita culturale ed educativa. Sarà ospite mercoledì 1 ottobre alle 20.30 a Faenza (refettorio del Seminario diocesano, viale Stradone 30) in occasione del ciclo di incontri “Le sfide dell’IA“.

Intervista a don Luca Peyron: “L’errore è educare solo i giovani a questi temi”


Don Luca, lei preferisce parlare di “macchine intelligenti”. Perché?

Uso volutamente questa espressione per ricordare che sono macchine, non persone. Se dimentichiamo questo, rischiamo di antropomorfizzarle. Una macchina può darci informazioni, ma non ci restituisce emozioni né relazione. Non ha corpo, non è stata redenta. Certo, è “intelligente”: imita alcune funzioni dell’intelligenza umana, tutto ciò che è misurabile può essere replicato. Ma resta un artefatto creato dall’uomo e questo dobbiamo sempre tenerlo a mente.

Cosa distingue questa rivoluzione tecnologica dalle precedenti?

Ogni rivoluzione tecnologica ha sostituito ciò che veniva prima, come quando si passò dal vapore all’elettricità. L’IA non è solo una sostituzione tecnica: è una rivoluzione culturale ed epistemologica. Cambia il nostro modo di pensare, di relazionarci, di concepire la verità. Papa Francesco parlava di “cambiamento d’epoca”, Benedetto XVI di attenzione educativa, Leone XIV ha scelto il suo nome proprio in relazione a questa sfida. È un passaggio che tocca antropologia e giustizia in profondità.

Quali sono, a suo avviso, le criticità principali?

Ne vedo due. Primo: l’IA non solo costruisce, ma “disfa”. Pensiamo a Google Maps: se lo usiamo sempre, rischiamo di perdere la capacità di orientarci da soli. Così, se deleghiamo alle macchine il nostro pensare, saremo ancora capaci di ragionare fuori dagli schemi che ci impongono gli algoritmi? Secondo: l’IA ci toglie fatiche, ma alcune fatiche sono necessarie per crescere come persone compiute. L’ascensore non elimina il bisogno di camminare; allo stesso modo, se ci abituiamo a non fare più certi sforzi, rischiamo un’umanità atrofizzata.

Molti pensano che la sfida riguardi soprattutto i giovani. È così?

No, questo è l’errore. I giovani non hanno responsabilità delle guerre o delle crisi che viviamo: le hanno gli adulti. Sono soprattutto gli adulti che devono essere educati all’IA, perché non basta essere cresciuti in un mondo tecnologico per capirlo. Imprenditori e politici, spesso, non sono preparati. Non possiamo scaricare solo sui ragazzi la necessità di comprendere.

Quali sono allora le implicazioni sociali e politiche?

L’IA rimette al centro domande radicali sull’umano. Le architetture costituzionali dei nostri Stati sono pensate per mondi precedenti e faticano a reggere manipolazioni del consenso generate da algoritmi. Mai nella storia così poche persone hanno avuto tanto potere sul mondo. L’IA non è un problema solo degli studenti che scrivono un tema: è una questione che riguarda parlamenti e governi.

Da dove partire per affrontare questi scenari? Dalle leggi?

No. Illudersi che le leggi bastino è un errore. L’Unione Europea ha approvato norme sull’IA che sono di fatto inapplicabili. La violenza sulle donne non si risolve con nuove pene, ma con un cambiamento culturale. Così per l’IA: non servono solo regole, serve una cultura capace di governare le macchine e non esserne governata. Che tenga accese le macchine, ma renda protagonista l’umano.

Quali strade concrete indica?

Tre. La prima è banale ma fondamentale: studiare. Non possiamo essere ingenui, ognuno di noi deve capire i meccanismi con cui funziona questo mondo. La seconda: riscoprire l’unità di fede e ragione. La teologia ha qualcosa da dire su questo tempo, e la società ci chiede di dirlo. Terzo: se cambia l’ambiente, cambia anche l’annuncio del Vangelo. Le parrocchie sono tra i pochi luoghi che ancora radunano persone ogni settimana: non significa fare omelie sull’IA, ma acquisire credibilità mostrando che la Chiesa sa leggere il presente.

Cosa percepisce negli incontri pubblici che tiene in giro per l’Italia?

La gente ha molta paura, ma anche tanta voglia di capire. La Chiesa ha il potere di convocare: non per diffondere allarmismi, ma per generare pensiero. Siamo tra i pochi in grado di mettere insieme giovani e adulti attorno a un tavolo. E da lì può nascere un discernimento condiviso, radicato nel Vangelo e nella Dottrina sociale della Chiesa.

Che cosa le dà speranza?

Il fatto che l’essere umano è creato a immagine e somiglianza di Dio: questo ci dà tutti gli strumenti per affrontare ogni epoca. La speranza non è tecnologica, è cristologica: Cristo è risorto. Non basta ripetere ciò che si è sempre fatto, serve creatività. Ma non partiamo da zero: per secoli la Chiesa ha segnato la cultura occidentale, accompagnando anche rivoluzioni tecnologiche. Oggi serve di nuovo questa presenza, unendo fede, scienza e cultura.

Un invito finale?

Non possiamo fare pastorale senza cultura. Non è questione per pochi intellettuali. Ogni comunità, ogni catechista deve comprendere le dinamiche dei social e del digitale. Testimoniare non significa avere tutte le risposte, ma mostrare che l’umano ha un senso, che Cristo è vivo. Questo è ciò che il mondo attende da noi.


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