Tra il saper fare e il saper essere

 Da un sistema universitario che costa molto al contribuente mi aspetto che fornisca ai giovani gli strumenti per contribuire il più possibile al bene comune e non solo all’interesse privato. Oggi vogliamo mani bene addestrate in teste addestrate a usarle e nulla più? Se robotica ed intelligenza artificiale sono il futuro dell’umanità, l’umanità del futuro sarà chiamata a pensare meglio e bene



Da Google a Ibm, la laurea non è più essenziale per posizioni top. Secondo un'analisi del think tank Burning Glass Institute, le offerte di lavoro negli Stati Uniti che richiedono almeno una laurea erano il 41% a novembre, in calo rispetto al 46% all'inizio del 2019. Conta l’esperienza e le capacità personali, qualunque esse siano rispetto alle mansioni da assumere. Perché questa scelta? E soprattutto che notizia è considerato che quello che oggi avviene nelle grandi imprese tecnologiche diventa velocemente cultura diffusa e globale? Non è una buona notizia e per almeno due ragioni. La prima perché rischia di accelerare ulteriormente un processo nato proprio negli Stati Uniti e poi diffuso ovunque, quello di trasformare un corso di studi accademico in un super corso professionalizzante.

Non tutti sanno ad esempio che McDonald's ha creato una propria università già nel 1961. Lo scopo fu ed è formare i propri manager a gestire i punti vendita. Il virus è dilagato. Le università nel mondo, messe in competizione le une con le altre, si accaparrano studenti sempre di più puntando non all’eccellenza della didattica e men che men della ricerca, ma con i dati di occupabilità. Contano i career days, le occasioni di tirocinio, il fatto che il neolaureato sia un worker ready made. La scelta di alcune tra le grandi aziende globali di fare a meno della laurea, dunque, non stupisce per nulla e si inserisce in questo processo.

L’università non serve ad imparare a pensare, cercare la verità, custodire pensiero, vivere ed avere una cittadinanza a tutto tondo. Serve a darti capacità di fare, che sia una università cosiddetta STEAM oppure umanistica. La psicologia che tira è quella del lavoro, la filosofia che conta è quella che si rende utile nell’organizzazione aziendale. Primum vivere, deinde filosofare. Ovviamente. In questa prospettiva l’università di élite diventa università di massa e l’università di massa diventa una grande officina che sforna ingranaggi atti a far funzionare la società. Tutti si devono laureare, anche se spesso in esamifici iperframmentati. Siamo quindi giunti al dunque. Se alla fine ti servono due esami tra le decine che hai dato, tanto vale che studi quello ed impari a fare il resto. Come può sopravvivere l’università a questo processo? Trasformandosi ulteriormente in una officina e sempre meno in un luogo di pensiero? La seconda cattiva notizia è che questo squilibrio sul fare rispetto all’essere ci priva di quel bene di cui una società ipercomplessa come la nostra ha bisogno estremo. La capacità critica, la capacità di avere visioni di insieme, la capacità di creare visioni di insieme correlando pensiero, dati, intuizioni, passato e visioni del futuro. La ragione per cui le università sono nate.

In un mondo giovanile di laureati perché sono proprio i giovani che non vanno più a votare? Insistere continuamente sulla performance produttiva senza lasciare spazio e tempo al riflettere, ci rende efficienti? Efficaci? Liberi? Il potere computazionale degli algoritmi, il capitalismo di sorveglianza, la datificazione delle relazioni, il potere educativo dei social media richiedono oggi capacità critiche, curiosità intellettuali, affinità culturali ed elettive mai conosciute prima, mai richieste prima in modo così decisivo. Noi scegliamo di andare dalla parte opposta. Un nuovo fordismo intellettuale è davvero quello che ci serve? È quello che serve alle imprese prima ancora che alla società? In un sistema universitario, stando all’Italia, che costa molto al contribuente – non come vorrei – da cittadino mi piacerebbe che fornisse ai nostri giovani gli strumenti per contribuire il più possibile al bene comune e non solo all’interesse privato. È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena, scriveva Montaigne. Oggi vogliamo mani bene addestrate in teste addestrate a usarle e nulla più? Se robotica ed intelligenza artificiale sono il futuro dell’umanità, l’umanità del futuro sarà chiamata a pensare meglio e bene. Ad essere. Perché a fare ci penserà il silicio. E questa è una buona notizia.


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